
Lo Champagne è molto più di un vino: è un simbolo di raffinatezza, un ambasciatore culturale, un prodotto che ha saputo costruire nel tempo un immaginario collettivo unico al mondo. Come si è arrivati a questo straordinario successo? E quali sfide attendono questo vino iconico?
A queste domande cerca di rispondere Francesco Piccat nel nuovo "Champagne, passato presente e futuro di un vino leggendario", approfondito volume edito da Kellermann nel 2025. Un'opera che analizza il percorso che ha portato lo Champagne - insieme alla Borgogna – a influenzare profondamente il gusto e l'immaginario europeo.
Il libro parte dalle origini, quando i vini della Champagne cercavano di emulare i prestigiosi rossi borgognoni, per arrivare alla svolta settecentesca che vide nascere il vino effervescente che conosciamo oggi. Una nascita che, come spiega Piccat, deve molto all'Inghilterra e alle innovazioni tecniche che resero possibile la presa di spuma.
L'autore accompagna il lettore attraverso i secoli, dai monasteri medievali alle corti dei re di Francia, dalle grandi Maison ottocentesche alle sfide contemporanee del cambiamento climatico e della concorrenza internazionale. Un viaggio che svela come lo Champagne sia stato capace di reinventarsi continuamente, mantenendo intatta la sua aura di eccellenza.

Piccat, nel libro parla di una crisi delle vendite con un calo del 9,2% tra 2023 e 2024. Ritiene che questa sia una crisi congiunturale o strutturale? Quali segnali ti fanno propendere per l'una o l'altra ipotesi?
“Nel 2024 le spedizioni di Champagne si sono attestate a 271,4 milioni di bottiglie, in calo del 9,2 % rispetto al 2023, quando furono 299 milioni, e ben al di sotto del picco di 326 milioni raggiunto nel 2022. È il secondo anno consecutivo di contrazione dopo il boom post-pandemico. In Francia le vendite interne sono diminuite del 7,2 %, a 118,2 milioni di bottiglie, mentre l’export ha perso il 10,8 %, scendendo a 153,2 milioni (dati ufficiali Comité Champagne, 18 gennaio 2025).
Una parte consistente di questo calo è chiaramente congiunturale. Il Comité Champagne attribuisce la flessione all’inflazione, all’incertezza geopolitica e al clima economico poco favorevole. La stampa internazionale – da Reuters a Business Insider – ha parlato di un “gloomy consumer mood”, un umore depresso che riduce la voglia di celebrare. In altre parole, lo Champagne ha risentito della stessa frenata dei consumi che ha colpito molti beni voluttuari. Inoltre, il 2022 era stato un anno eccezionale, segnato da un’ondata di entusiasmo post-Covid: i livelli di allora erano difficilmente sostenibili nel medio periodo. Il ritorno alle 270 milioni di bottiglie rappresenta dunque più una normalizzazione che un vero crollo. Anche il ricorso alle riserve vinicole e la tenuta dei prezzi medi dimostrano che la filiera resta sana e redditizia, capace di assorbire uno shock temporaneo senza traumi strutturali.
Tuttavia, accanto a questi fattori di breve periodo, si intravedono elementi che suggeriscono una componente strutturale del rallentamento. La prima è la crescente concorrenza internazionale: oggi il consumatore ha a disposizione alternative di qualità come Franciacorta, Cava, Crémant, Sekt o gli spumanti inglesi, spesso proposti a prezzi molto più accessibili. Come ricordava The Guardian a gennaio 2025, “people are changing their drinking habits”, e sempre più spesso scelgono bollicine locali o meno costose per le stesse occasioni in cui un tempo aprivano una bottiglia di Champagne. A questo si aggiungono le nuove generazioni di consumatori, che bevono meno, con maggiore attenzione alla sostenibilità e al prezzo, e un mercato interno francese in calo costante, che non funge più da paracadute. Infine, il comparto deve fare i conti con costi di produzione in aumento – energia, vetro, logistica, trattamenti in vigna – e con la necessità di ridurre l’impatto ambientale, fattori che spingono verso una selezione naturale del mercato e un riposizionamento sul valore piuttosto che sul volume.
In sintesi, la crisi delle vendite è prevalentemente congiunturale, figlia di un contesto economico e psicologico difficile, ma poggia su fondazioni strutturali che stanno ridisegnando il profilo della denominazione. Come scrivo nel libro, «il problema non è il declino del mercato, ma la sua trasformazione». Lo Champagne non sta perdendo rilevanza, sta cambiando pelle: da vino universale delle celebrazioni a simbolo di autenticità, savoir-faire e sostenibilità. La sfida per i prossimi anni sarà comprendere questa transizione e governarla, senza smarrire la propria identità di vino-icona”.
Scrive che "lo Champagne non è così caro" se confrontato con Borgogna e Bordeaux. Ma per il consumatore medio, che non compra Grand Cru borgognoni, lo Champagne resta un vino di lusso. Le grandi maison potrebbero abbassare i prezzi o continuare nel posizionamento premium? Qual è la sua prospettiva?
“È vero: per il consumatore comune lo Champagne resta un prodotto di lusso, ma è altrettanto vero che, se lo si colloca nel panorama dei grandi vini francesi, non è affatto il più caro. Nel libro ho mostrato come il prezzo medio di una bottiglia di Champagne non vintage (le cosiddette Brut Sans Année, che rappresentano circa il 77 % della produzione) oscilli oggi tra 40 e 60 euro per le grandi maison, mentre molti vignerons indipendenti propongono cuvée tra 25 e 35 euro. In confronto, un Borgogna di qualità equivalente o un Bordeaux classificato di livello simile superano spesso i 60–70 euro e, per i Premier Cru o Grand Cru, possono raggiungere cifre ben più alte. In termini relativi, lo Champagne offre quindi un rapporto prestigio/prezzo favorevole, soprattutto se si considera la complessità del suo processo produttivo: lunghi affinamenti sui lieviti, assemblaggi di decine di parcelle e anni di immagazzinamento prima della sboccatura.
Il fatto che venga percepito come un vino di lusso dipende più dalla costruzione del brand che dal prezzo assoluto. Le maison hanno saputo coltivare, per oltre un secolo, un immaginario di esclusività che associa lo Champagne a momenti di festa, moda, successo. Questo posizionamento non è solo marketing: è parte integrante della sua identità culturale. Tuttavia, la fase attuale mostra segnali di tensione. Da un lato, i costi di produzione – vetro, energia, trasporti – sono aumentati sensibilmente, rendendo difficile ipotizzare un calo dei prezzi. Dall’altro, la concorrenza di spumanti di alto livello provenienti da Francia, Italia, Spagna o Inghilterra obbliga i produttori a riflettere sulla sostenibilità del premium price.
Il mio giudizio è che le grandi maison non abbasseranno i prezzi in modo sistematico. Il rischio sarebbe di compromettere un posizionamento costruito in oltre un secolo. Piuttosto, continueranno a difendere la fascia alta con una strategia di valore, investendo su packaging sostenibile (bottiglie da 800 g, con un risparmio di CO₂ del 4 %), su progetti di neutralità carbonica e su una sempre maggiore trasparenza verso il consumatore. Parallelamente, potrebbero mantenere accessibili alcune cuvée di volume, destinate alla distribuzione più ampia, per non abbandonare completamente la fascia “entry luxury”. È una sorta di biforcazione del mercato, in cui il lusso resta tale, ma lo Champagne comincia anche a proporsi come everyday luxury: un piacere possibile, non solo da celebrazione.
In altre parole, non credo assisteremo a una “svalutazione” dello Champagne. Vedremo piuttosto una ridefinizione del suo valore: meno centrata sull’ostentazione e più sulla qualità percepita, sulla coerenza con i temi del tempo – sostenibilità, autenticità, artigianalità. Come scrivo nel libro, «lo Champagne non è caro in sé: è il prezzo dell’eccellenza ripetibile». E questa eccellenza, per restare credibile, deve continuare a evolvere senza perdere l’anima”.
Ha evidenziato il divario enorme tra la presenza dei piccoli produttori sul mercato francese (46%) e all'estero (14%). Cosa dovrebbe cambiare perché gli Champagne de vignerons conquistino quote più significative nei mercati internazionali, Italia compresa?
“Il divario che cito nel libro è reale e confermato dagli ultimi report: in Francia la ripartizione delle spedizioni per operatori è quasi paritaria, con i vignerons e cooperative che rappresentano circa il 47% del mercato interno contro il 53% delle maison; all’export, invece, la creazione di valore è saldamente nelle mani delle case, che generano l’86% dei ricavi contro il 14% di growers e cooperative (dati 2024). Questo non significa che i piccoli non esportino, ma che, fuori dalla Francia, la forza del marchio, la capillarità distributiva e i budget di comunicazione delle maison pesano enormemente nella contesa per lo scaffale e per la carta dei vini. La fotografia 2024, con 271 milioni di bottiglie spedite e un export che vale il 56–57% del totale in volume e addirittura il 64% in valore, accentua la posta in gioco: il campo di battaglia decisivo è fuori dai confini nazionali, proprio dove i vignerons oggi raccolgono meno di quanto meritino per qualità e personalità dei vini".

Cosa deve cambiare, allora, perché gli Champagne de vignerons guadagnino terreno, in Italia e negli altri mercati strategici?
"Anzitutto la scala organizzativa dell’export. Non parlo di snaturare l’identità artigiana, ma di creare piattaforme condivise: consorzi commerciali leggeri, magazzini doganali comuni, listini coordinati per Paese, servizi di customer care e post-vendita bilingue. Questi strumenti riducono i costi di transazione per l’importatore e danno continuità di fornitura — due condizioni che i buyer internazionali mettono al primo posto quando scelgono tra un vino “di territorio” e un’etichetta di grande gruppo. Per l’Italia, dove l’horeca indipendente resta un canale chiave, una regia comune su agenti specializzati, portafogli tematici (parcelle, lieux-dits, annate) e formazione del personale di sala può trasformare la curiosità in rotazione costante. Il secondo asse è la narrazione del terroir declinata in modo comprensibile per il consumatore internazionale.
I vignerons hanno storie straordinarie — suoli, parcelle, scelte agronomiche, tempi di tiraggio — ma spesso queste storie non “viaggiano” abbastanza. Occorrono schede tecniche chiare e coerenti, contenuti digitali multilingue, fotografie e mappe che spieghino dove nasce il vino e come viene assemblato, con indicazioni trasparenti su dosaggio, annate di riserva e tempi sui lieviti. Nei mercati maturi, la trasparenza tecnica non toglie magia allo Champagne: la rafforza. E nei mercati emergenti crea fiducia, perché rende riconoscibile la firma del produttore rispetto a un marchio globale. Il terzo punto è la sostenibilità misurabile. All’estero — Italia inclusa — la sensibilità ambientale orienta sempre più la scelta del ristoratore e del consumatore finale. Qui i vignerons possono giocare d’anticipo: certificazioni (HVE, bio, biodinamica ove coerente), rendicontazione semplice della CO₂ per bottiglia, packaging alleggerito quando possibile, iniziative di biodiversità in vigna. La filiera sta spingendo sull’alleggerimento del vetro come leva di decarbonizzazione: chi dimostra di adottarlo e di ridurre l’impronta ambientale si presenta agli importatori con un vantaggio reputazionale immediato.
In un contesto in cui lo Champagne totalizza 5,8 miliardi di euro di fatturato e l’export in valore è dominato dalle maison, proprio la qualità “responsabile” può diventare il differenziale competitivo dei vignerons. Infine, serve una strategia prezzi coerente con gli obiettivi di penetrazione. Non significa abbassare indiscriminatamente; significa distinguere con nettezza tra cuvée identitarie (parcelle, lieux-dits, tiraggi lunghi) — dove il prezzo deve riflettere la rarità — e cuvée d’ingresso per i mercati nuovi, con posizionamenti chiari e stabili nel tempo. Gli operatori esteri chiedono prevedibilità: sconti episodici e listini altalenanti erodono fiducia più di quanto non aiutino le vendite. Al contrario, una politica di annata e un calendario di uscite comunicati con anticipo consentono al trade di programmare e costruire domanda attorno al nome del vignaiolo. Se mettiamo insieme questi elementi — infrastruttura export condivisa, storytelling tecnico-emozionale, sostenibilità dimostrabile, politica prezzi coerente — il 14% di oggi non è un destino, ma un punto di partenza. La domanda internazionale per Champagne esiste e cresce: bisogna renderla scalabile senza perdere l’anima artigiana. I numeri della filiera confermano che lo spazio c’è; la sfida è organizzarlo e raccontarlo meglio”.
Parla di un possibile aumento delle temperature fino a 5,8 gradi entro il 2100 in Champagne. A quel punto, la regione sarà ancora adatta alla produzione di vini base per spumanti o rischia di diventare troppo calda? Lo Champagne potrebbe paradossalmente "spostarsi" più a nord?
“L’ipotesi di un aumento fino a 5,8 gradi entro la fine del secolo non è fantascienza, ma lo scenario estremo previsto dai modelli climatici del GIEC/IPCC per la regione della Champagne, e ripreso dagli studi di Quénol e Briche che cito nel libro. Già oggi le serie storiche mostrano un riscaldamento medio di circa 1,1 °C dal 1961 a oggi, con una vendemmia anticipata di oltre 18 giorni rispetto agli anni Settanta. Le uve maturano più in fretta, gli zuccheri aumentano, l’acidità diminuisce e la composizione aromatica cambia: fenomeni che mettono alla prova l’equilibrio tradizionale dei vini base per spumante.
La domanda è legittima: a queste condizioni, la Champagne resterà ancora una regione ideale per il metodo classico? La risposta è sì, ma con adattamenti profondi. La denominazione dispone di un ventaglio di altitudini e mesoclimi più ampio di quanto si creda, con differenze fino a 200 metri tra le vallate e le cime dei plateau; questo permette di modulare le maturazioni e di spostare progressivamente la produzione verso le aree più fresche o più gessose, dove l’acidità naturale si conserva meglio. Parallelamente, il Comité Champagne e l’INRAE stanno sviluppando portinnesti e cloni più lenti nella maturazione, oltre a testare sistemi di chioma più ombreggianti, suoli più coperti e rese leggermente superiori per diluire il grado zuccherino. Tutte strategie già in atto in molte aziende della Côte des Blancs e della Montagne de Reims.
Inoltre, la ricerca si concentra su varietà resistenti e più equilibrate in scenari caldi, come Voltis, inserita dal 2023 in sperimentazione INAO con limiti rigorosi (massimo 5% della superficie e 10% nell’assemblaggio). Questi vitigni non sostituiscono i tre storici – Pinot Noir, Meunier e Chardonnay – ma offrono un margine di sicurezza contro le malattie e la perdita di acidità. Come spiego nel libro, l’obiettivo non è cambiare il volto dello Champagne, bensì prolungarne la vitalità adattandosi gradualmente.
Resta l’idea, spesso evocata, di un possibile “spostamento a nord”. In realtà non è necessario immaginare una migrazione dell’AOC, che è delimitata da leggi precise e da un terroir unico, quanto piuttosto un'espansione naturale della viticoltura da spumante verso zone oggi marginali o non ancora vocate, come la Piccardia o le colline del nord della Marna. In parallelo, regioni più settentrionali — Inghilterra, Belgio, Germania — stanno già sfruttando i nuovi equilibri termici per produrre spumanti di stile champenois, ma questo non significa che lo Champagne “traslochi”: piuttosto, vedremo una costellazione di terroir freddi che si ispirano al suo modello, mentre la denominazione storica continuerà a evolvere nel proprio perimetro.
In sintesi, anche con scenari climatici severi, la Champagne resta tecnicamente e culturalmente adatta alla produzione di vini base per spumanti. Cambierà il profilo medio dei vini – forse con meno nervo, più volume e nuove sfumature di freschezza minerale – ma non la sua essenza. Come scrivo nel libro, «la forza dello Champagne è la sua capacità di cambiare senza tradirsi»: e la sfida climatica sarà probabilmente la dimostrazione più eloquente di questa resilienza”.
Menziona i progetti ResDur e Qanopée per varietà resistenti come il Voltis. Quanto sono efficaci? E introdurre nuovi vitigni non rischia di snaturare l'identità dello Champagne? Come si può bilanciare tradizione e necessità di adattamento?
“ResDur e Qanopée rappresentano due delle frontiere più interessanti e più delicate della ricerca in Champagne. Entrambi nascono dall’urgenza di adattare la viticoltura al cambiamento climatico e di ridurre l’impatto ambientale, senza intaccare la tipicità sensoriale dei vini.
Il progetto ResDur, coordinato dall’INRAE e sostenuto dal Comité Champagne, ha l’obiettivo di creare varietà resistenti alle principali malattie fungine, in particolare peronospora e oidio. Queste nuove selezioni, frutto di incroci di Vitis vinifera con geni di resistenza di altre specie, permettono di ridurre del 90% i trattamenti fitosanitari, un vantaggio ambientale e economico enorme. Tra queste varietà spicca Voltis, che dal 2023 è stata autorizzata in via sperimentale dall’INAO all’interno della denominazione Champagne: può coprire fino al 5% delle superfici aziendali e concorrere per non più del 10% alla composizione del vino finale, per una fase di prova decennale che durerà fino al 2033. Voltis mostra ottima resistenza alle malattie e mantiene un tenore acido più stabile nelle annate calde, ma ha anche qualche limite — una fertilità basale più bassa e una certa sensibilità al black rot — che richiederanno aggiustamenti prima di un’eventuale adozione definitiva.
Il programma Qanopée, invece, ha un approccio complementare. Si tratta di una serra bioclimatica di 4.500–7.000 m² a Oger, operativa dal 2023, dedicata alla produzione di barbatelle e cloni certificati in condizioni controllate, con l’obiettivo di migliorare la sanità e la diversità genetica del materiale di propagazione. Qanopée è una delle strutture più avanzate d’Europa: regola temperatura, luce e umidità per accelerare la selezione e garantire un vivaio libero da virosi. In pratica, è la “nursery” del futuro della Champagne, dove si costruirà la base biologica delle prossime generazioni di vigneti.

Resta il nodo identitario: introdurre nuove varietà può apparire come una minaccia alla “purezza” dello Champagne, fondato storicamente su Pinot Noir, Meunier e Chardonnay. Ma il punto centrale è che né ResDur né Qanopée mirano a sostituirli, bensì a preservarli nel tempo. Voltis e le altre ResDur sono strumenti di adattamento, non di rivoluzione: verranno usate in piccole percentuali, per sostenere la sostenibilità della filiera e mantenere l’equilibrio del vino anche in annate estreme. L’identità dello Champagne non dipende tanto dai nomi dei vitigni, quanto dal modo in cui vengono vinificati, assemblati e invecchiati. Il savoir-faire del blend, i lunghi affinamenti, il rapporto fra acidità e vinosità restano i pilastri dello stile, indipendentemente dal contributo marginale di una nuova uva.
In definitiva, ResDur e Qanopée non rappresentano una minaccia ma una garanzia di continuità. In un clima che cambia, l’aderenza cieca alla tradizione sarebbe un atto di fragilità, non di fedeltà. La vera forza della Champagne è sempre stata la sua capacità di innovare senza clamore, mantenendo l’essenza del suo stile mentre aggiorna gli strumenti per produrlo. Se il Voltis e le altre varietà del programma riusciranno a farlo con discrezione, lo Champagne non avrà cambiato natura: avrà semplicemente imparato a resistere”.
Scrive che "la grande maggioranza dei vignaioli è più interessata a contrastare le malattie rispetto agli effetti del cambiamento climatico". Ritiene abbiano ragione a dare priorità al problema immediato?
“Sì, credo che, nel contesto attuale, i vignaioli abbiano ragione a concentrarsi anzitutto sulle malattie. È una scelta pragmatica, non miope. Le patologie fungine come peronospora, oidio e black rot rappresentano una minaccia immediata, concreta e devastante per il raccolto. In annate particolarmente umide, come il 2021 o il 2024, i danni alle rese in Champagne hanno superato in alcune zone il 30–40%, con perdite economiche insostenibili per piccoli produttori e cooperative. In una regione dove la sopravvivenza economica dipende dal conferimento regolare delle uve, è comprensibile che il rischio sanitario sia percepito come la priorità assoluta.
Il cambiamento climatico, al contrario, è un processo più lento, percepito come una minaccia di lungo periodo. Ma, come sottolineo nel libro, i due problemi non sono separati: si intrecciano. Le malattie stesse sono rese più aggressive dalle nuove condizioni climatiche, con primavere più precoci e più umide e con estati che alternano caldo estremo e piogge improvvise. La priorità ai trattamenti e alla difesa fitosanitaria è quindi anche un modo, paradossalmente, per gestire già oggi alcune conseguenze del riscaldamento globale.
Negli ultimi anni, il Comité Champagne ha spinto verso un approccio più razionale, cercando di ridurre i trattamenti sistematici e favorendo strategie di “protection intégrée”: monitoraggio meteorologico, soglie di rischio, uso di rame e zolfo mirato, coperture vegetali che migliorano la resilienza del suolo. In parallelo, la ricerca di varietà resistenti attraverso il programma ResDur e la produzione di materiale sano tramite Qanopée — che cito nel libro e che oggi è pienamente operativa — offrono una prospettiva di medio periodo per alleggerire questa pressione. Ma, per ora, i vignaioli si muovono in un equilibrio difficile: devono garantire la produzione anno dopo anno, e ogni stagione è una scommessa su clima, umidità e tempistiche di raccolta.
In questo senso, la loro scelta non è un rifiuto del tema climatico, ma una questione di orizzonte temporale. Il cambiamento del clima è un orizzonte strategico; le malattie sono una minaccia giornaliera. È come se i viticoltori fossero costretti a combattere due guerre contemporaneamente, una lenta e una rapidissima. La priorità al problema immediato serve a sopravvivere oggi, per poter avere ancora una vigna domani su cui applicare le strategie di adattamento.
Ciò che va riconosciuto è che la Champagne, nel suo complesso, non ha scelto tra l’una e l’altra sfida: le sta affrontando entrambe, ma su tempi diversi. Il piano Champagne, Climat et Environnement 2050 e i programmi Viticulture Durable en Champagne e Zéro Herbicide 2025 mostrano che l’interprofessione ha già una strategia climatica. I vignaioli, invece, ne rappresentano l’ala operativa, quella che deve tradurre i principi in pratica quotidiana. E la pratica, in vigna, non consente il lusso della teoria: prima si salva il raccolto, poi si pianifica il futuro.
In definitiva, la priorità alle malattie è una scelta di sopravvivenza, non di miopia. Ma è anche la prova che la Champagne, nel suo insieme, sta imparando ad affrontare il cambiamento climatico partendo dalle sue manifestazioni più concrete: l’instabilità, la pressione fungina, la fragilità delle piante. Come scrivo nel libro, non si può pensare il clima come un orizzonte astratto quando ogni temporale è già una lezione di adattamento”.
Franciacorta e Trentodoc, Cava, Crémant, Sekt: la qualità degli spumanti mondiali sta aumentando. Tra 20 anni, il gap qualitativo sarà ancora così netto da giustificare prezzi tripli o quadrupli? Lo Champagne può mantenere il suo vantaggio competitivo oltre al brand?
“È innegabile che negli ultimi vent’anni la qualità media degli spumanti mondiali sia cresciuta in modo impressionante. L’affinamento tecnico del metodo classico e la crescente attenzione ai terroir hanno portato vini italiani, spagnoli, tedeschi e inglesi a livelli mai raggiunti prima. Basti pensare ai Franciacorta Satèn, ai Trentodoc Riserva, ai Cava de Paraje Calificado o agli English sparkling wines delle South Downs, che oggi possono tranquillamente confrontarsi, in degustazioni alla cieca, con molti Champagne non millesimati e perfino con alcune cuvée vintage. Numerosi panel di degustazione — da Decanter a Wine Spectator — hanno già evidenziato questa convergenza qualitativa, spesso premiando spumanti “non-Champagne” con punteggi identici o superiori a etichette ben più blasonate.
Ma la qualità, da sola, non basta a spiegare la forza dello Champagne. Il suo vantaggio competitivo non è una questione di “purezza” organolettica, bensì di sistema. Lo Champagne è, prima di tutto, una denominazione industriale organizzata in modo unico al mondo: 34.000 ettari di vigneto, 16.000 viticoltori, 360 maison e un intero sistema di regolamentazione e riserva collettiva che permette di garantire ogni anno coerenza e disponibilità. Nessun’altra regione spumantistica possiede un’infrastruttura simile, capace di unire milioni di bottiglie in uno stile riconoscibile e ripetibile nel tempo. È questa ripetibilità, questo equilibrio fra artigianato e scala, che costruisce il valore simbolico e commerciale del marchio Champagne.
Detto ciò, sarebbe ingenuo pensare che il vantaggio sia eterno o inattaccabile. Al contrario, la competizione globale, e soprattutto quella europea, sta erodendo progressivamente il “monopolio della perfezione”. I consumatori più giovani non comprano più soltanto un nome, ma cercano esperienze e valori: trasparenza, sostenibilità, autenticità territoriale. In questo senso, regioni come Franciacorta o l’Inghilterra meridionale stanno intercettando una parte del pubblico che, fino a pochi anni fa, avrebbe scelto automaticamente una bottiglia di Champagne. Il rischio per la Champagne non è di perdere la supremazia qualitativa, ma di perdere la narrazione che l’ha sostenuta: quella dell’unicità, del lusso come sinonimo di eccellenza.
Il futuro dipenderà dalla capacità della Champagne di difendere il proprio posizionamento simbolico adattandosi alle nuove sensibilità. Se saprà trasformare il proprio modello in una piattaforma di sostenibilità misurabile, con bottiglie alleggerite, neutralità carbonica, viticoltura rigenerativa e trasparenza sulle rese e sui tempi di affinamento, potrà mantenere un differenziale di prezzo giustificato anche in un contesto di qualità più omogenea. Il valore dello Champagne non risiede solo nel gusto, ma nel suo essere la sintesi tra terroir, savoir-faire e continuità storica.
Nel libro scrivo che “alcuni metodo classico prodotti altrove, alla cieca, potrebbero passare per Champagne; ma nessuno può ancora passare per la Champagne”. È questa la chiave: non si tratta di difendere una superiorità tecnica, ma una identità collettiva. Se la Champagne continuerà a innovare, a raccontare se stessa con verità e ad aprirsi ai nuovi linguaggi del vino contemporaneo, potrà rimanere, anche tra vent’anni, il riferimento assoluto del metodo classico — non solo per ciò che c’è nel bicchiere, ma per ciò che rappresenta”.

Ha scritto che "alcuni metodo classico prodotti altrove alla cieca potrebbero passare per Champagne". Se la differenza non è più così evidente, su cosa si fonda la superiorità dello Champagne?
“È vero: in alcune degustazioni alla cieca, soprattutto su cuvée non millesimate o su Champagne giovani, capita che vini di altre regioni — un Trentodoc, un Crémant de Bourgogne, un Cava de Paraje, persino uno sparkling inglese — vengano confusi con Champagne. È un fenomeno che dice molto sul progresso tecnico e qualitativo del metodo classico nel mondo. Oggi la tecnologia di cantina, la conoscenza della presa di spuma, la gestione dei lieviti e la sensibilità per il dosaggio sono diffuse e accessibili, rendendo possibile ottenere ovunque vini eleganti, fini e bilanciati.
Tuttavia, la “superiorità” dello Champagne non è un concetto assoluto, bensì probabilistico. Non significa che ogni Champagne sia migliore di qualunque altro spumante, ma che la frequenza dell’eccellenza — il numero di bottiglie che, anno dopo anno, raggiungono un livello di equilibrio e complessità straordinario — resta più alta che altrove. Questo dipende da un insieme di fattori che vanno ben oltre la tecnica: il terroir, l’esperienza collettiva e la struttura della denominazione.
Lo Champagne è il risultato di un mosaico irripetibile di crus, esposizioni e microclimi che coprono 34.000 ettari, uniti da una cultura dell’assemblaggio che non ha equivalenti nel mondo. Ogni maison, ogni vigneron lavora con una biblioteca di vini base e di vins de réserve accumulata in anni o decenni, che permette di costruire costanza e profondità anche nelle annate difficili. È questo archivio vivente di memoria liquida — non replicabile altrove — che dà al vino quella continuità di stile che nessun altro metodo classico ha potuto ancora raggiungere su scala così ampia.
La superiorità dello Champagne si fonda inoltre sulla sua identità sensoriale condivisa, un equilibrio inimitabile fra acidità e vinosità, tensione e cremosità. È una “voce” riconoscibile, che nasce tanto dal clima fresco e dal gesso quanto dal gesto umano: la gestione dei tempi di tiraggio, la scelta delle basi di riserva, la sensibilità nel dosaggio. Altri territori possono imitare lo stile, ma non possono riprodurre l’insieme di condizioni storiche, geologiche, culturali e tecniche che lo generano.
Ciò non significa che la Champagne debba vivere di rendita. Al contrario, la concorrenza globale costringe la denominazione a rinnovare il proprio patto con l’eccellenza, puntando su tracciabilità, sostenibilità e autenticità. La sua superiorità, oggi, non risiede solo nel gusto, ma anche nella capacità di incarnare valori contemporanei: la gestione collettiva del territorio, la riduzione della carbon footprint, l’impegno per una viticoltura più pulita e responsabile. In questo senso, lo Champagne è passato dall’essere semplicemente “il vino più celebrato” a diventare un modello di riferimento per l’intero mondo del vino”.
Parla di una "democratizzazione" dello Champagne e di un consumo più quotidiano. Si può essere allo stesso tempo vino “di lusso" e vino “democratico"?
“Sì, credo che oggi lo Champagne possa e debba essere entrambe le cose: un vino di lusso e un vino quotidiano o, meglio, un lusso quotidiano. Questa apparente contraddizione è in realtà il segno della maturità di una denominazione che non vive più soltanto di occasioni eccezionali, ma di esperienze accessibili, radicate nella cultura del bere consapevole.
Quando parlo di “democratizzazione”, non mi riferisco a una svalutazione del prodotto, ma a una nuova geografia del piacere. Per molto tempo lo Champagne è stato il vino delle cerimonie, degli eventi pubblici, dei momenti in cui si doveva “brillare”. Oggi, invece, un numero crescente di consumatori — soprattutto giovani o appassionati di vini d’autore — lo sceglie per un pasto informale, una pizza, una cena fra amici. È un gesto culturale prima ancora che gastronomico: significa portare nel quotidiano un simbolo che un tempo era confinato al rito.
Questo fenomeno è favorito da una maggiore diversificazione dell’offerta. Le maison continuano a presidiare il lusso, ma accanto a loro i vignerons propongono Champagne di parcella, cuvée mono-cru o versioni non dosate che raccontano un terroir con autenticità e prezzi più accessibili. Queste bottiglie, spesso vendute fra i 25 e i 40 euro, hanno reso possibile un consumo “normale” di Champagne, soprattutto nei mercati interni e nelle grandi città europee. In Italia, per esempio, cresce la tendenza a ordinare Champagne al calice in enoteca o pizzeria gourmet, un’abitudine impensabile vent’anni fa.
La democratizzazione è anche una risposta al cambiamento dei comportamenti alimentari. I consumatori di oggi cercano vini versatili, meno dolci, più gastronomici, capaci di accompagnare piatti semplici e saporiti. Lo Champagne, soprattutto nelle versioni Brut Nature o Extra Brut, è uno dei vini più trasversali che esistano: il suo profilo acido e salino lo rende perfetto tanto con una sogliola quanto con una pizza margherita o una frittura di pesce. In questo senso, la democratizzazione non sminuisce la sua grandezza, ma ne amplia il campo d’uso.
Certo, resta la dimensione simbolica: lo Champagne continuerà a incarnare un’idea di lusso discreto, di eccellenza e celebrazione. Ma oggi il lusso non è più sinonimo di esclusività: è qualità, identità, coerenza. Un vino può essere lussuoso per il suo stile, la sua storia e la sua precisione, anche se bevuto in una pizzeria. Anzi, proprio la capacità di stare bene ovunque, di portare leggerezza e festa nella normalità, è la nuova frontiera del suo fascino.
Come scrivo nel libro, “la democratizzazione dello Champagne non lo banalizza: lo restituisce alla sua funzione originaria, quella di rendere speciale ciò che è semplice”. La vera forza di questa denominazione, oggi, è la sua elasticità culturale: può abitare le tavole dell’alta cucina e le serate informali con la stessa naturalezza, perché la sua identità non dipende più dal contesto ma dall’essenza”.

La tendenza verso dosaggi sempre più bassi continuerà? Arriveremo a un mercato dominato da Brut Nature e Extra Brut, o c'è spazio per una riscoperta dei dosaggi più generosi?
“La tendenza verso dosaggi sempre più bassi è uno dei fenomeni più significativi dello Champagne contemporaneo, ma non credo porterà a un mercato dominato in modo assoluto dai Brut Nature e dagli Extra Brut. È un movimento culturale e tecnico che riflette il gusto del tempo: la ricerca di maggiore purezza, precisione e autenticità. Ma lo Champagne, per sua natura, vive di equilibrio, non di estremi.
Negli ultimi quindici anni la quota di Brut Nature ed Extra Brut è cresciuta costantemente, passando da meno del 3% delle vendite globali a circa 9–10% nel 2024 (dati Comité Champagne). Il dosaggio medio delle cuvée tradizionali è sceso, nello stesso periodo, da circa 10–11 g/l a poco più di 6 g/l, un cambiamento sostanziale. Questa evoluzione risponde a tre fattori: il riscaldamento climatico, che rende i vini naturalmente più maturi e rotondi; la crescente competenza tecnica nella gestione della presa di spuma e dei vini di riserva; e il mutamento del gusto del consumatore, più incline oggi a freschezza e trasparenza che a dolcezza e opulenza.
Detto ciò, immaginare un futuro dominato esclusivamente dai Brut Nature sarebbe riduttivo. Un dosaggio basso esalta la verticalità e la mineralità del vino, ma può anche mettere in evidenza certe asperità o squilibri. Nelle annate fredde, nei terroir più tesi o in cuvée pensate per un consumo più ampio, un dosaggio moderato resta fondamentale per garantire armonia e bevibilità. Lo Champagne non è mai stato una gara di “secchezza”: è un’arte di sfumature, e la dolcezza residua, se dosata con intelligenza, può agire come un tocco di pennello capace di completare il quadro.
Nel libro sottolineo che la direzione è chiara ma non dogmatica. Il futuro non sarà un mondo di Brut Nature per tutti, bensì un panorama più vario, dove coesisteranno diversi stili di secchezza a seconda del terroir, dell’annata e dell’intenzione del produttore. Lo Champagne è tanto un vino di terroir quanto un vino di assemblaggio: la libertà di modulare il dosaggio è parte della sua identità, non un limite.
In sintesi, il mercato continuerà a premiare la tendenza ai dosaggi contenuti, ma senza escludere le versioni più generose, che manterranno un loro spazio nella gastronomia e nella tradizione. La forza dello Champagne sta nella sua capacità di interpretare ogni epoca senza trasformarsi in moda: e, come sempre, sarà l’equilibrio — non l’estremismo — a garantirne la grandezza”.
Dedica un intero capitolo ai Coteaux Champenois e sostiene che "il futuro dello Champagne passerà anche attraverso gli altri vini della sua regione". Può sviluppare questa visione? I rossi della Champagne riusciranno davvero a competere con i Borgogna?
“La mia tesi è che il futuro della Champagne non passerà solo attraverso le bollicine, ma anche attraverso il ritorno dei suoi vini fermi, in particolare i Coteaux Champenois. Questa convinzione nasce da un paradosso: la Champagne, universalmente celebrata per i suoi spumanti, è al tempo stesso uno dei territori francesi con la più lunga tradizione di vini tranquilli, antecedente alla nascita del metodo classico. Fino al Settecento, la regione produceva soprattutto rossi fermi destinati alla corte inglese e alla nobiltà francese. Lo Champagne effervescente è nato dopo, come risposta tecnica e culturale. Tornare oggi a quei vini non significa quindi cambiare direzione, ma riconnettersi alle radici.
Negli ultimi anni si è assistito a un vero risveglio dei Coteaux Champenois, sostenuto sia da grandi maison — come Louis Roederer, Bollinger, Egly-Ouriet, Philipponnat — sia da un numero crescente di vignaioli indipendenti. Le ragioni sono molteplici. Da un lato, il cambiamento climatico rende oggi possibili maturazioni fenoliche complete, impensabili trent’anni fa: i Pinot Noir di Aÿ, Bouzy o Ambonnay raggiungono strutture e concentrazioni tali da consentire produzioni di vini fermi di altissimo livello. Dall’altro, la domanda internazionale per vini identitari e di terroir favorisce espressioni più intime e trasparenti del paesaggio champenois. In questo contesto, i Coteaux Champenois incarnano la faccia “silenziosa” della Champagne: meno spettacolare, più contemplativa, ma non meno raffinata.
Possono competere con i rossi di Borgogna? In alcuni casi, sì — e già oggi lo fanno. Ovviamente non si tratta di replicare il modello borgognone, ma di proporre un’alternativa diversa, figlia di suoli più gessosi e di un clima che conserva una tensione naturale anche nelle annate calde. I grandi rossi di Bouzy o Ambonnay hanno una freschezza sapida e un’eleganza tannica che li avvicina più a certe parcelle della Côte de Nuits che a un Pinot Nero generico. Non è un caso se Le Figaro Vin ha definito i Coteaux “la nuova frontiera colta della Champagne”. I bianchi, soprattutto a base Chardonnay della Côte des Blancs o del Massif de Saint-Thierry, mostrano un potenziale simile, con una mineralità incisiva che potrebbe, in prospettiva, collocarsi fra i migliori Chardonnay di Francia.
La chiave di tutto è che i vini fermi non sono un concorrente dello Champagne, ma un suo complemento. Esprimono il terroir senza il filtro della spuma, permettono di leggere la materia prima da cui nasce ogni grande cuvée e rafforzano la percezione di autenticità della denominazione. Come scrivo nel libro, “il futuro dello Champagne passerà anche attraverso gli altri vini della sua regione”, perché la vera modernità non consiste nel moltiplicare le bollicine, ma nel dare profondità culturale al territorio. La Champagne del XXI secolo non deve essere solo una tecnica di vinificazione, ma un ecosistema enologico capace di raccontarsi in più lingue: lo spumante, il bianco fermo, il rosso di parcella.
Se i Coteaux Champenois sapranno mantenere coerenza e misura, senza cedere alla tentazione della moda, potranno rappresentare il secondo volto del mito: non lo Champagne della celebrazione, ma quello della contemplazione. E forse, proprio in questo dialogo fra bolle e silenzio, sta la vera maturità della regione”.
Il Rosé des Riceys è un vino poco conosciuto. Perché secondo lei non è mai decollato commercialmente? Ha un futuro o resterà una curiosità per appassionati?
“Il Rosé des Riceys è uno dei tesori più segreti della Champagne, un vino che racchiude in sé tanto fascino quanto fragilità. È una denominazione antichissima, ufficialmente riconosciuta nel 1947, ma le sue radici risalgono al XVII secolo, quando i vini di Riceys — tre villaggi all’estremo sud della Côte des Bar — erano apprezzati alla corte di Versailles. Si tratta di un rosé fermo a base esclusiva di Pinot Noir, prodotto con un metodo unico, il rosé de saignée, che gli conferisce un colore profondo, spesso tendente al rame o all’occhio di pernice, e profumi di fragolina, spezie e sottobosco. È un vino di straordinaria personalità, ma anche di difficile collocazione commerciale.
La ragione principale del suo scarso successo non è la qualità — che può essere altissima — bensì la complessità del suo stile. Il Rosé des Riceys non è un rosé “di moda”: non è immediato, non è leggero, non è pensato per la spensieratezza estiva. È un vino gastronomico, con struttura tannica e una certa austerità, che richiede tempo e contesto per essere apprezzato. In un mercato dominato per anni da rosé provenzali limpidi, dolci e dissetanti, il suo carattere serio e vinoso è stato un ostacolo più che un vantaggio. Inoltre, la denominazione copre poco più di 350 ettari, ma solo una piccola frazione viene effettivamente destinata al Rosé des Riceys, perché la maggior parte dei Pinot Noir locali entra nelle cuvée di Champagne: più remunerative e più facili da collocare sul mercato internazionale.
Negli ultimi anni, tuttavia, si avverte un cauto risveglio di interesse. L’attenzione crescente verso i vini di terroir e la riscoperta di denominazioni “minori” ha riportato alla ribalta alcuni produttori artigianali, che propongono versioni raffinate, capaci di evolvere in bottiglia per dieci o quindici anni. Maison come Alexandre Bonnet o Olivier Horiot hanno dimostrato che il Rosé des Riceys può competere, per complessità e originalità, con i migliori rosé fermi di Francia. È ancora un fenomeno di nicchia, ma oggi la nicchia è un luogo privilegiato: il pubblico degli appassionati cerca proprio vini come questo, autentici, identitari, diversi.
Il futuro del Rosé des Riceys non è nella quantità, ma nel prestigio di piccola scala. Potrebbe diventare un vino “da sommelier”, da carta selezionata, amato per la sua storia e la sua personalità, non per la facilità di beva. In questo senso, ha lo stesso destino dei Coteaux Champenois: non una massa critica, ma una massa simbolica. La Champagne non ha bisogno che il Rosé des Riceys diventi un fenomeno globale; ha bisogno che continui a esistere come testimonianza viva della sua diversità.
Come scrivo nel libro, la forza della Champagne è nella sua pluralità: “non tutto deve essere spumante per essere Champagne”. Il Rosé des Riceys è la prova che anche il silenzio, se ha memoria, può parlare con accento champenois”.

L'obiettivo carbonio zero entro il 2050 è ambizioso. È forse più uno slogan che una prospettiva realistica? Quali sono le sfide maggiori per lo Champagne in questo percorso… il peso delle bottiglie, la logistica internazionale, i trattamenti in vigna?
“L’obiettivo “Champagne carbone zéro 2050” non è uno slogan, ma un programma vero, misurato e in evoluzione, anche se estremamente ambizioso. La Champagne è stata la prima denominazione vinicola al mondo a calcolare in modo sistematico la propria impronta carbonica, già nel 2003, e a dotarsi di un piano collettivo di riduzione. Da allora, il settore ha già ottenuto una diminuzione del 20% delle emissioni per bottiglia, con l’obiettivo di raggiungere il –25% entro il 2025 e la neutralità completa a metà secolo (Comité Champagne, Rapporto 2025).
Il percorso è complesso perché le emissioni non provengono da una sola fonte, ma da una filiera articolata. Circa un terzo dell’impronta totale è legata al vetro: il peso della bottiglia, la fusione della sabbia, i trasporti. Non a caso, una delle priorità è l’alleggerimento del packaging. La bottiglia standard da Champagne, ferma a 835 grammi per oltre vent’anni, è oggi oggetto di una trasformazione simbolica: nel 2025 la maison Telmont, in collaborazione con Verallia, ha lanciato una nuova bottiglia da 800 grammi, che riduce del 4% la CO₂ per unità prodotta (Decanter, maggio 2025; BeverageDaily, luglio 2025). Il Comité Champagne non ha ancora imposto questo formato come standard, ma ne promuove l’adozione su larga scala e lo include fra le “measures prioritaires” della strategia ambientale. È probabile che nei prossimi anni il vetro leggero diventi la norma per l’intera denominazione.
Un’altra sfida cruciale è la logistica internazionale: il 56% delle bottiglie viene esportato, e il trasporto — soprattutto aereo — rappresenta una fetta importante dell’impronta ambientale. Alcune maison hanno già iniziato a sperimentare spedizioni via nave a basse emissioni, riducendo il trasporto aereo alle sole cuvée di alta gamma, e a privilegiare partner logistici che compensano le emissioni. Parallelamente, si lavora sul riciclo locale del vetro e sul riutilizzo delle casse e dei materiali di imballaggio, con progetti pilota sostenuti dall’ADEME francese.
Sul fronte viticolo, i progressi sono evidenti ma più lenti. Oggi circa il 70% del vigneto è certificato Viticulture Durable en Champagne (VDC) o Haute Valeur Environnementale (HVE), e il 25% ha eliminato del tutto l’uso di diserbanti chimici. Tuttavia, i trattamenti fungicidi restano una voce di emissione significativa, soprattutto negli anni di forte pressione della peronospora. I programmi ResDur e Qanopée che menziono nel libro — varietà resistenti e materiale vegetale sano — sono proprio pensati per ridurre questa dipendenza. In prospettiva, potranno abbattere il numero dei trattamenti del 70–80%, con un impatto diretto sulla carbon footprint complessiva.
C’è poi il tema dell’energia nelle cantine. Molte maison stanno convertendo gli impianti di refrigerazione e pressatura a fonti rinnovabili: fotovoltaico, biometano, geotermia. Il Comité Champagne ha introdotto un sistema di monitoraggio energetico collettivo per favorire il passaggio alla neutralità.
Riuscire a raggiungere la neutralità entro il 2050 richiederà però una trasformazione culturale, non solo tecnologica: un nuovo equilibrio fra redditività e responsabilità, e una visione di lungo periodo condivisa da tutti gli attori della filiera — dalle grandi maison ai piccoli vignerons. Non sarà un percorso lineare, ma la Champagne ha dimostrato di saper combinare ambizione e pragmatismo come nessun’altra regione viticola.
Nel libro scrivo che “la sostenibilità è la nuova forma di distinzione dello Champagne”: un lusso silenzioso, fatto di coerenza più che di ostentazione. Se saprà trasformare questa promessa in realtà, la Champagne non solo potrà raggiungere il carbonio zero, ma potrà anche diventare il modello più avanzato di economia circolare nel vino. In fondo, la neutralità non è un punto d’arrivo: è la traduzione moderna di ciò che la Champagne è sempre stata, un ecosistema capace di reinventarsi senza perdere eleganza”.
Se dovesse immaginare lo Champagne tra 20/30 anni come lo vede? Quali delle sfide attuali saranno state superate e quali nuove si presenteranno? E soprattutto: lo Champagne sarà ancora "il re dei vini"?
“Se guardo avanti di venti o trent’anni, immagino una Champagne profondamente diversa nei mezzi, ma sorprendentemente fedele nello spirito. La regione è abituata a convivere con la trasformazione: ogni generazione ha dovuto reinventare il proprio equilibrio tra natura, tecnica e mercato. La Champagne del 2050 sarà una denominazione più verde, più digitale e più selettiva, ma ancora riconoscibile per quello che è: un territorio capace di trasformare un paesaggio calcareo e severo in un simbolo di eleganza universale.
Le sfide di oggi — clima, sostenibilità, costi, concorrenza — saranno in parte superate. Il cambiamento climatico, che oggi preoccupa, potrebbe diventare una forza di maturazione controllata: con nuove pratiche agronomiche, portinnesti adattati e varietà resistenti, lo Champagne potrà continuare a produrre basi fresche e vibranti, anche con temperature più elevate. La neutralità carbonica, obiettivo al 2050, sarà probabilmente raggiunta grazie a un’evoluzione tecnologica che oggi possiamo solo intravedere: bottiglie ultraleggere, vetro riciclato, energia a emissioni zero, trasporti decarbonizzati. Le maison che avranno saputo trasformare questa sfida in valore culturale saranno le protagoniste del nuovo mercato globale del lusso sostenibile.
Sul piano economico e sociale, la denominazione sarà probabilmente più concentrata. I piccoli produttori che sapranno unirsi in reti o consorzi potranno competere sul piano internazionale, mentre chi resterà isolato farà più fatica. Il sistema Champagne si orienterà sempre più verso la qualità percepita e verso un rapporto diretto con il consumatore, attraverso il digitale e l’enoturismo esperienziale. La bottiglia non sarà solo un prodotto, ma una storia tracciabile, trasparente e certificata, capace di raccontare il vigneto da cui proviene e la filosofia di chi la produce.
Sul piano del gusto, credo assisteremo a un riequilibrio degli stili. Dopo la lunga corsa verso i dosaggi bassi e i Brut Nature, tornerà un interesse per la rotondità e per l’armonia, come reazione all’austerità. Lo Champagne del futuro sarà forse meno “tagliente”, ma più complesso e profondo, con una nuova attenzione ai tempi di affinamento, alla texture e alla dimensione gastronomica. Parallelamente, i Coteaux Champenois e i Rosé des Riceys troveranno finalmente lo spazio che meritano, completando la narrazione della regione e restituendole una voce polifonica.
La concorrenza internazionale continuerà a crescere: i metodo classico italiani, spagnoli e inglesi saranno sempre più convincenti. Ma lo Champagne conserverà il suo primato per una ragione semplice: non è solo un vino, è un ecosistema culturale. È l’unica denominazione capace di trasformare un prodotto agricolo in un linguaggio universale, che parla di festa, di eccellenza e di tempo. Nessun’altra regione possiede questa combinazione di rigore tecnico, profondità storica e forza simbolica.
Come scrivo nel libro, “lo Champagne non è il re dei vini perché è il più perfetto, ma perché è il più riconosciuto”. La sua regalità non dipende dalla competizione, ma dalla continuità con cui riesce a incarnare un’idea di bellezza. Tra trent’anni sarà un re forse più sobrio, più sostenibile e più inclusivo, ma ancora capace di fare ciò che nessun altro vino riesce a fare: unire il gesto quotidiano e l’emozione dell’eccezione, la terra e la celebrazione, la memoria e il futuro”.

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