
Riunire sullo stesso palco quattro imprenditori che hanno scritto la storia del vino italiano come Piero Antinori, Sandro Boscaini, Angelo Gaja e Fausto Maculan non è un compito facile. L'ha fatto Civiltà del Bere nella giornata inaugurale di VinoVip a Cortina d'Ampezzo. Un panel straordinario con tre produttori ancora attivi nelle rispettive aziende o gruppi, e che ormai hanno al proprio interno le generazioni successive e in alcuni casi anche i manager e gli amministratori delegati individuati dagli stessi quattro "tenori" del vino italiano, come sono stati definiti i protagonisti di questo incontro.
A chi volesse ascoltare tutto quel che è stato detto, Vinonews24 propone la registrazione in podcast degli interventi, ma vale la pena di sottolineare qualche passaggio cruciale del confronto.
"Dal mio punto di vista, uno dei pericoli maggiori che noi corriamo è proprio questa tendenza a equiparare il vino agli altri prodotti alcolici", afferma Piero Antinori, accompagnando l'allarme con una proposta: "Poiché è provato scientificamente che un consumo moderato del vino ha una valenza dal punto di vista della salute, io credo che questa comunicazione andrebbe andrebbe fatta in maniera molto più efficace. Nel mondo si producono all'incirca 30 miliardi di bottiglie di vino. Se si riuscisse a tassare anche di qualche centesimo una minima parte di questo ammontare, avremmo un budget da investire nella comunicazione rivolta in particolare ai giovani per rimediare a questo pericolo".
Sandro Boscaini pone invece l'accento sulla necessità di cambiare passo. "Non abbiamo capito i cambiamenti in atto e parliamo del vino come se ne parlava 30-40 anni fa. Bisogna adeguarsi ai tempi e adottare nuovi linguaggi". Angelo Gaja sostiene che quella del vino non sia una crisi strutturale bensì il risultato in parte degli allarmi lanciati da Oms contro l'alcol e dalle azioni della Commissione Europea, in parte dai conflitti in corso. "Se l'economia riparte, riparte anche l'ottimismo. Il vino si beve per festeggiare e se c'è la guerra, che cazzo abbiamo da festeggiare? In realtà basta poco per rivoltare la frittata e riprendere di nuovo la corsa. E il vino ha una forza in sé straordinaria. Quindi io resto positivo sul mondo del vino e non mi scervello sui giovani e sul fatto che non bevano vino perché nemmeno noi, da giovani, lo bevevamo. Per me la vera preoccupazione è quella legata al cambiamento climatico".
Fausto Maculan sposa la tesi di Gaja e aggiunge: "quel che accade a Bordeaux, dove occorre espiantare i vigneti, non accade in Italia. Noi ci difendiamo bene, abbiamo prodotti che vanno ancora molto bene, i numeri di molte aziende sono in ordine e chi ha lavorato bene, chi ha fatto qualità, chi ha creato immagine, chi ha promosso il vino italiano, non sente la crisi. Concordo con Angelo sul cambiamento climatico, perché anche a Breganze, dove non avevamo mai vendemmiato in agosto e dove la vite non è mai stata in stress idrico, oggi viviamo queste situazioni, il caldo estremo, le notti tropicali".
Qual è stato il momento peggiore nella storia dei quattro tenori riuniti a Cortina? Per Antinori, indubbiamente l'uscita dalla seconda guerra mondiale, quanto era bambino e accompagnò il padre a verificare lo stato delle botti, che erano state trafitte da raffiche di mitra dai tedeschi in fuga. "Per me è un ricordo vivissimo, come se fosse successo ieri. Si trattava veramente di ricominciare da zero", commenta. "Poi però è stato un crescendo, da produzione di quantità a qualità, con un rinnovamento totale del vigneto Italia, con esperimenti, con investimenti. Abbiamo commesso anche degli errori, che abbiamo pagato, ma abbiamo tutti creduto fermamente nel Rinascimento del vino italiano".
Per Boscaini, il momento peggiore è stato quello in cui i produttori di qualità dovevano combattere con chi considerava (e produceva) il vino come una commodity. "Quando c'era chi sosteneva che il vino si può fare anche con l'uva, ho avuto la tentazione di lasciar perdere e di cambiare mestiere. Perché prima di ogni Rinascimento c'è stato un Medioevo. E quello è stato il nostro Medioevo, specialmente nel Triveneto. Ne sono venuto fuori confrontandomi con persone di cultura, giornalisti e scrittori importanti che mi hanno spinto a mettermi sul piedistallo con i miei prodotti. Così è nata l'idea del Premio Masi".
Gaja risponde a modo suo, guardando non ai momenti peggiori ma invitando a rimediare al male attuale - che è "la sovrapproduzione, uno svilimento del vino italiano. Siamo in ritardo con le contromisure, ma con la buona volontà dovremo metterle in atto a cominciare dal restituire dignità ai vini da tavola. Un concetto che non deve più essere il Far West".
Per Maculan, gli esordi sono stati estremamente difficili, operando in un territorio all'epoca sconosciuto tra gli appassionati di vino. "Nel 1975, al mio primo Vinitaly, ho fatto tre ordini: uno era l'hotel dove dormivo, uno il ristorante dove cenavo e il terzo lo fece uno che inciampò e finì per sbaglio nel mio stand. All'epoca raccontare Breganze e il Vespaiolo era davvero difficile. Poi, passo dopo passo e contatto dopo contatto, qualcosa di buono siamo riusciti a fare".
Cosa può far ripartire dunque la parabola ascendente del vino italiano, che dal dopoguerra a oggi si è trasformato da alimento e in molti casi problema sociale a prodotto di prestigio e simbolo del made in Italy? Per Antinori, la grande chance è conquistare le popolazioni mondiali che non lo conoscono ancora. "Ci sono mercati che si aprono e altri se ne apriranno. Guardo con molto interesse agli accordi conclusi dall'Unione Europea con India e America Latina. Ci sono aspetti che ci lasciano tranquilli, anche perché una bevanda che si accompagna alla tavola come il vino, ancora non è stata inventata".
Boscaini la pensa allo stesso modo: "pensiamo a quel che disse il poeta: l'acqua è perfetta quando il corpo ha sete, il vino è perfetto quando l'anima ha sete. Tuttavia, come l'acqua, anche il vino deve essere umile, eliminare il suo barocchismo e le troppe denominazioni, arrivare alla sostanza. E i produttori devono essere consapevoli che non si può vendere ogni vino come se fosse il vino di Gaja". A proposito di Gaja, il produttore piemontese ha invitato la sua generazione a non ostacolare il rinnovamento. "Oggi il mondo è completamente diverso e di questioni come l'intelligenza artificiale, quelli come me non capiscono nulla. Chi pensa di restare a capo dell'azienda, ostacola il rinnovamento. Dobbiamo avere fiducia e valorizzare quel capitale straordinario che è rappresentato dalle nuove generazioni".
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