
Chi arriva oggi a Gaiole in Chianti e si trova davanti il Castello di Meleto vede più o meno quello che vedevano i viaggiatori del Trecento, perché la struttura è rimasta più o meno uguale nei secoli, nonostante tutto quello che è successo intorno.
Le prime tracce della sua storia portano ai monaci Benedettini della Badia a Coltibuono, che ne avevano cura già nell'XI secolo, mentre il nome "Meleto in Chianti" compare nero su bianco per la prima volta solo nel 1256, in un antico registro fiscale fiorentino, legato a una famiglia feudale di cui oggi si conosce appena un nome - quello di un certo Guardellotto, caduto in disgrazia per i suoi contrasti con l'imperatore Federico Barbarossa.
Per secoli il castello fu conteso tra Firenze e Siena, proprio perché sorgeva sul confine fra le due Repubbliche e tra il Quattrocento e Cinquecento le sue mura si trasformarono in una fattoria mentre più tardi, nel Settecento, in una villa di campagna, con saloni affrescati e persino un piccolo teatro privato che Giovanni Francesco di Ricasoli fece costruire nel 1741 per intrattenere ospiti e parenti. Di quel teatro restano ancora oggi sette scenografie originali, una rarità per un edificio che è sempre rimasto una residenza privata.

Il salto più sorprendente nella storia recente del castello arriva nel 1968 e ha il sapore di una vicenda che oggi chiameremmo crowdfunding, anche se allora nessuno usava questa parola: fu Gianni Mazzocchi, l'uomo dietro a riviste come Quattroruote, a pensare che i lettori di Quattrosoldi, un mensile per chi si appassionava di economia e finanza personale, potessero essere interessati a comprare, ciascuno una piccola parte, un pezzo di patrimonio italiano che rischiava altrimenti di andare perduto. Da quella sottoscrizione nacque Viticola Toscana, ribattezzata poi Castello di Meleto Società Agricola, che ancora oggi possiede il maniero e oltre 1.100 ettari di terreno intorno - oggi guidata dal presidente Stefano Ilari e dal direttore generale Francesco Montalbano, alla testa di una squadra sorprendentemente giovane (l'età media 37 anni) in una terra dove tutto parla di secoli di storia.
È a questa parabola, da operazione di salvataggio collettivo a impresa moderna, che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha guardato a inizio 2026, includendo Castello di Meleto nel registro speciale dei Marchi Storici, riservato a chi da almeno mezzo secolo rappresenta un pezzo di identità produttiva italiana. "Questo riconoscimento non è soltanto un traguardo simbolico, ma la testimonianza di un modello che, pur preservando storia e heritage della tenuta, punta molto sull'innovazione e la comunicazione dei prodotti di eccellenza", rimarca Montalbano.
Il modo in cui Meleto si prende cura della propria terra racconta il passato e insieme il futuro di questo luogo. Il bosco che circonda i vigneti, lasciato crescere e mantenuto con una attenta cura, cattura ogni anno più di 9.000 tonnellate di anidride carbonica, tanto quanto produrrebbero mezzo milione di viaggi in treno fra Firenze e Roma. Inoltre, da tre vendemmie, l'azienda ha rinunciato del tutto alle macchine per la raccolta delle uve, anche se questo significa moltiplicare quasi per dieci le ore di lavoro necessarie per ogni ettaro.

Le api, che mal tollerano l'aria inquinata, sono diventate quasi un termometro della salute di questo paesaggio e è anche per questo che il 20 maggio (la Giornata internazionale dedicata a questi insetti) qui non si riduce a un gesto simbolico - dal 2020 chiunque può adottare a distanza un'arnia del castello attraverso il progetto “Nel Nome dell'Ape”, ricevendo come ritorno concreto due chili di miele biologico ogni anno per cinque anni e in pochi anni il numero di famiglie ospitate è passato da venti a oltre novanta, per un totale che supera i tre milioni di api ogni stagione. Intorno alle arnie è nato anche un piccolo parco, un ettaro e mezzo pensato apposta per loro, diventato col tempo anche un luogo dove portare i bambini a scoprire da vicino questo mondo e il loro miele si è trasformato in una piccola gamma di prodotti, dal millefiori al selvatico, dalla propoli fino all'ultimo arrivato: un idromele ottenuto fermentando miele di edera e di lavanda. Anche così, tra arnie adottate e passeggiate nel verde, che il Castello di Meleto intercetta quel turismo lento che cerca esperienze autentiche.
Tra i 122 ettari vitati della proprietà, divisi in sei zone diverse per terreno e clima, il sangiovese è ovunque protagonista, ma il vino che più racconta lo spirito del castello nasce in un angolo quasi segreto, nella zona di Casi, vicino al borgo di Vertine: un vigneto che non a caso si chiama Parabuio, perché la luce qui filtra appena, schermata dai boschi che lo circondano. È l'unico punto della proprietà dove cresce il ,erlot e proprio l'ombra gli dà tempo di maturare con calma, fino a una vendemmia che arriva sempre più tardi delle altre, nelle ultime settimane di settembre.
Nel calice il Parabuio Toscana Rosso Igt si apre su ribes nero e marasca, poi vaniglia e spezie, fino a un sorso pieno che una freschezza inattesa rende quasi leggero.

Si può scegliere anche di restare a dormire dentro le mura del castello, tre la Suite Torre Parabuio e sette stanze e appartamenti nati dalle vecchie case coloniche, con due piscine che guardano sulla campagna circostante: un modo di abitare per qualche giorno una casa che ha già visto passare secoli di altre vite. Lo stesso spirito anima l'Osteria Meleto, nella vecchia fornace ai piedi del castello dove un tempo si cuocevano i mattoni di Gaiole. "Coltiviamo il nostro orto, conosciamo per nome i nostri fornitori, tutti in terra toscana: la nostra è una agri-osteria", racconta il gestore Jonathan Rampi.
Il castello continua dunque ad essere, prima di tutto, un luogo che vive attraverso chi lo abita e lo visita.

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