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Marilisa Allegrini “quando ero giovane volevano liquidarmi, ho scelto la libertà”

Marilisa Allegrini: “quando ero giovane volevano liquidarmi, ho scelto la libertà”

di Gian Omar Bison | 22 Luglio 2026

Faccia-a-faccia con Marilisa Allegrini, dal patriarcato contadino in Valpolicella alle vigne di Bolgheri e Montalcino: l'eredità del padre Giovanni, la rottura con il passato e la scommessa sul futuro dell'Amarone.

Basta un temporale estivo a Fumane, con il vento che scende improvviso dai Lessini e sferza i vigneti, per spazzare via le certezze tecnologiche della viticoltura moderna e riportare tutto a una dimensione puramente umana. È il momento in cui chi vive di terra si trova a fare i conti con l'imprevedibilità della natura, sperando solo che la grandine non distrugga mesi di fatiche. Marilisa Allegrini questa inquietudine la conosce da sempre, ereditata da un'infanzia trascorsa in una famiglia in cui il tempo e la sicurezza economica erano scanditi esclusivamente dall'esito della vendemmia.

Quando pochi giorni fa un fortissimo temporale ha colpito la Valpolicella, la memoria è tornata subito a quegli anni. “Mi sono ritrovata a riprovare le stesse identiche emozioni di quando ero bambina”, racconta, e la voce si fa più densa, quasi a cercare il baricentro di un ricordo lontano. “Allora non c’erano le assicurazioni contro la grandine, non c’erano paracaduti finanziari. Io vedevo negli occhi di mio padre Giovanni, quando il cielo si faceva nero, il terrore puro. Era la paura che il temporale portasse via tutto: la produzione, i sacrifici di un anno intero. Questi sentimenti ancestrali io li ho vissuti in modo viscerale. E ancora oggi, quando sento il tuono battere sulla pietra, io quei momenti li rivivo come se tornassi bambina nel cortile di casa”.

IL RIFIUTO GIOVANILE DI ESSERE "LIQUIDATA"

Questo legame profondo con le origini non deve però trarre in inganno. Per Marilisa, quel mondo ordinato secondo le regole rigide del patriarcato contadino degli anni Sessanta non rappresentava un futuro scontato. Era uno spazio dominato dagli uomini: dai fratelli Walter e Franco, dal padre Giovanni e dallo zio Francesco. Per le donne della famiglia il destino era spesso segnato da una prassi consolidata, riassunta in un verbo emblematico: liquidare.

Marilisa Allegrini con il padre Giovanni
Marilisa Allegrini con il padre Giovanni

“La mia storia personale - spiega con una fiera lucidità - è quella di una donna che in tempi ancora lontani da certe sensibilità, quando questo mondo era legato alla figura maschile, ha dovuto compiere una scelta. Mio padre voleva che entrassi nel mondo del vino. Inizialmente, proprio perché l’azienda era presidiata dai miei due fratelli, io non sentivo la necessità di entrare nell’attività di famiglia. Sapevo che loro avrebbero dato quella continuità che era fondamentale per portare avanti il nome”.

In questo rifiuto iniziale emerge la volontà di non farsi schiacciare dalle consuetudini di un'epoca. Nelle campagne venete di allora, le dinamiche di successione parlavano chiaro: “nelle famiglie legate all’agricoltura c’era una consuetudine rigida. Si diceva proprio così: le donne dovevano essere liquidate. Liquidate con una casa, liquidate con dei soldi, liquidate per metterle fuori dal nucleo produttivo. È un termine che ho sempre trovato bruttissimo. Le mie zie stesse erano state liquidate in quel modo, messe da parte rispetto alla gestione della terra. Io non volevo assolutamente essere liquidata. Per me era vitale cercare la mia strada, fare un percorso autonomo e trovare fuori una professione che mi desse le soddisfazioni che cercavo”.

DALLA CORTE DI FUMANE ALLA CITTÀ

Per capire la traiettoria di questa donna, bisogna fare un passo indietro, entrare in quella casa di Fumane dove la vita scorreva come un fiume collettivo, prima che la fine degli anni Sessanta portasse la modernità dei muri divisori e degli appartamenti isolati. Era una casa patriarcale nel senso più alto e antropologico del termine, dove i ruoli erano spartiti con la naturalezza delle stagioni. “La famiglia era un corpo unico: mio padre, mio zio, mia mamma, mia zia, io e i miei due fratelli, mia cugina Caterina. Vivevamo in un’unica grande casa, gli spazi diurni erano in comune. A mia mamma non piaceva molto cucinare, mentre mia zia adorava stare ai fornelli, così la zia faceva da mangiare per tutti e la mamma puliva la casa. Erano molto felici di vivere insieme. Poi, verso la fine degli anni Sessanta, hanno costruito una nuova casa e a quel punto hanno diviso gli appartamenti. Ognuno aveva il suo, ma erano collegati da due grandi terrazzi. Mia mamma andava da mia zia a farsi preparare i piatti. È stata un’infanzia bellissima, agricola, legata ai ritmi della terra e ai prodotti dell’annata”.

È una sinfonia rurale che oggi appare irreplicabile, spazzata via dalla frammentazione dei nuclei moderni, perché la famiglia allargata non esiste più come modello fondato sulla coabitazione e sulla solidarietà quotidiana. E in quella corte, la cugina Caterina era l’ancora delle confidenze in un universo dominato dalle dinamiche maschili. “Per me mia cugina Caterina era tutto. Era un rapporto fraterno, forse persino più intimo di quello che avevo con i maschi. Eravamo due ragazze che crescevano insieme”. Un idillio contadino che però il destino ha spezzato bruscamente: “Purtroppo abbiamo vissuto una tragedia immane. Mia cugina e lo zio sono morti insieme in un incidente automobilistico. Siamo stati una famiglia duramente toccata dalla sfortuna, ferita nei suoi affetti più cari”.

La provincia, però, comincia presto a stare stretta a chi cerca orizzonti più ampi. Il percorso scolastico subisce una sterzata quando arriva il momento delle superiori e la meta diventa Verona. Per una ragazzina della Valpolicella profonda di fine anni Sessanta, la città non è un semplice prolungamento geografico, ma un salto quantico. “Andare a Verona, all’epoca, era come andare a New York. Per me ogni giorno era una scoperta continua. Durante la mia infanzia non ero mica andata tante volte in città”.

La scelta della scuola, tuttavia, diventa il primo vero terreno di trattativa familiare. Marilisa ha la testa incline alle scienze, vorrebbe frequentare il liceo scientifico e già sogna la facoltà di medicina. Ma la famiglia ha altre idee, modellate sul decoro e sulla prudenza: si va all’Istituto Magistrale dalle suore. “Io avrei voluto fare lo scientifico, ma i miei genitori mi dissero di no, dovevo andare in un istituto religioso. A Fumane c’erano state delle ragazze che avevano studiato all’istituto Campostrini di Verona, e mia mamma mi disse che quella era la scuola giusta, perché da lì venivano fuori le brave ragazze. Ho iniziato nel 1968. A distanza di anni, devo dire che quel rigore, che seguiva l’educazione ricevuta a casa, l’ho apprezzato. Mi hanno insegnato moltissimo, mi hanno dato un senso profondo dei valori cristiani, soprattutto quello di guardare al prossimo con apertura. La carità cristiana è uno dei valori che hanno cercato di inculcarmi”.

Marilisa con il fratello Walter
Marilisa con il fratello Walter

Si tratta di un’intelaiatura morale che Marilisa non rinnega, anzi rivendica come la struttura che le ha permesso di attraversare gli anni caldi della contestazione giovanile senza smarrire l’asse. “Erano anni impegnativi, i primi anni in cui si cominciava a sentire il dramma della droga. Io ho iniziato le superiori proprio nel 1968. Ma il fatto di vivere in quell’ambiente religioso protettivo, in quanto forniva un’armatura di valori, mi ha permesso di vivere quel periodo con semplicità. Il '68 mi ha appena sfiorato, ho capito solo dopo la portata della protesta. Certo, un briciolo di ribellione c’era anche in me, altrimenti significherebbe che non avevo personalità. Ma è stata una spinta positiva, uno stimolo per darmi un concetto di libertà e di indipendenza che si muoveva sempre all’interno di un quadro bello”.

LA RIBELLIONE DEL CAMICE BIANCO

La vocazione per la scienza, però, non si spegne sotto le gonne delle suore. Quando l’anno integrativo apre le porte delle università anche a chi proviene dalle magistrali, Marilisa vede la sua occasione per tentare medicina. “L’istituto magistrale non permetteva l’accesso a medicina, che era il mio grande desiderio. Ma proprio in quegli anni venne fuori l’anno integrativo, che dava l’accesso a qualsiasi facoltà. Lo feci subito, con la fissa assoluta di fare medicina”.
È a questo punto che si erge nuovamente la figura del padre. Giovanni Allegrini, uomo tutto d’un pezzo, pone il veto assoluto: fuori da Verona non si va. E poiché a Verona, all'inizio degli anni Settanta, la facoltà di medicina non esiste, la partita sembra chiusa. “Mio padre si mise di mezzo e mi disse: tu fuori da Verona non ci vai, resti qui e scegli una delle facoltà presenti in città. Allora l’offerta era ridottissima: c’erano lettere moderne, pedagogia, economia e commercio, lingue straniere”.
Sembrava finita, appunto. Ma la ragazza ha carattere, una dote che nel mondo del vino è l'equivalente della spalla acida in un grande vino da invecchiamento. Cerca, scava nelle pieghe delle offerte formative e trova una professione allora quasi sconosciuta, fortemente sottovalutata: la fisioterapia. “Era una professione di cui una settimana prima non conoscevo nemmeno l’esistenza. Non esisteva una facoltà universitaria, era una scuola parauniversitaria, ambito sanitario. Allora andai da mio padre e gli dissi: guarda papà, ho trovato il modo di conciliare le nostre esigenze. Tu mi vuoi a Verona e io resto a Verona, ma io voglio lavorare in ambito medico, quindi farò la fisioterapista. Lo spiazzai completamente”. È la sua grande ribellione. Non uno scontro urlato in piazza, ma un elegante scacco matto domestico.
Per cinque anni Marilisa indossa il camice bianco in ospedale, vive la durezza della corsia, sperimenta il sociale e si costruisce una vita autonoma, lontana dai tini e dalle botti. Pensa che il suo cammino sia tracciato. “Se guardo indietro, devo ammettere che essere una ragazza in mezzo a due maschi non è stato semplice. Volevano condizionare le mie scelte e io in parte ho accettato, ma in parte mi sono ribellata. La scelta della fisioterapia è stata la mia vera ribellione. Ho detto: non faccio gli studi che volete voi, faccio quello che voglio io. È durata lo spazio degli studi e di cinque anni di lavoro in ospedale. Se fossi rimasta in quel settore avrei certamente fatto medicina. Ma poi sono subentrate delle situazioni familiari per cui, alla fine, ha vinto mio padre: ho deciso di assecondarlo e di tornare in azienda, perché lui era contento solo se aveva i suoi figli con sé".

LA TERRA E IL MERCATO: LA METAMORFOSI DELLA VALPOLICELLA

Il richiamo della terra è una forza gravitazionale invisibile e potente. C'è un termine che Marilisa prende in prestito dalla lingua inglese: legacy. La “legacy familiare”, l'eredità che non è solo economica, ma spirituale, di sangue. Suo padre Giovanni la rivuole in azienda non per farle fare la comparsa, ma perché ha intuito che quella figlia femmina possiede una marcia in più. “Mio padre è stato un antesignano nel riconoscere il valore delle donne. Non mi ha mai fatta sentire discriminata rispetto ai miei fratelli, mi ha sempre messa sullo stesso identico piano. Non so dirle per quale motivo, perché purtroppo è mancato molto presto e non ho mai avuto la possibilità di fargli la domanda. Però lo ha fortemente voluto. E dopo l'esperienza in ospedale ho sentito anch'io il richiamo di questo termine bellissimo, la legacy familiare. Quando capisci chi sei, da dove vieni, senti che ci sono dei legami ancestrali che si avvertono prepotenti. La Marilisa bambina seguiva il papà nei vigneti per poter stare con lui. Questo mondo lo vivi in modo talmente forte che diventa da subito una passione. Da mio padre ho imparato valori importantissimi che ho tenuto sempre”.

L'ingresso nell'azienda di famiglia, all'inizio degli anni Ottanta, avviene dalla porta di servizio della burocrazia. Erano tempi diversi, l'azienda era ancora piccola e le complicazioni amministrative che oggi tolgono il sonno ai viticoltori erano di là da venire. “Mi occupai da subito della parte amministrativa. Devo dire che allora l'azienda era molto piccola, non c’erano le complicazioni burocratiche che ci sono adesso. Ma ben presto ho scoperto quella che era la mia vera vocazione: la parte commerciale, che è quello che seguo ancora oggi”.

Diventa la voce, il volto, l’ambasciatrice della sua terra nel mondo. Per quarant'anni il suo nome si lega in modo indissolubile a un marchio che ha scritto pagine fondamentali della storiografia enologica italiana. C'è un orgoglio legittimo nel ricordare quel cammino, ma c'è anche il velo pudico di chi ha attraversato tempeste familiari e societarie dolorose, vicende recenti che hanno portato a una separazione dei cammini di cui preferisce non toccare i dettagli.
“Ci sono state delle vicissitudini di cui non vorrei parlare, perché sono state anche dolorose. Per molti anni il mio nome è stato associato a un'azienda che ha contribuito a scrivere la storia del vino italiano, ed è stata una parte importantissima della mia vita. Però, secondo me, la parte più interessante inizia quando quella pagina si chiude. Molti pensano che il momento più difficile nella vita di un imprenditore sia quello di costruire un'azienda. Io credo che sia quando si ha il coraggio di ricominciare, soprattutto quando chi è al di fuori pensa che il meglio appartenga al passato”.

Villa della Torre in Valpolicella
Villa della Torre in Valpolicella

È il manifesto della contemporaneità di Marilisa Allegrini. Non una figura che si culla sui vecchi allori, ma un capitano d'industria che decide di rimettersi in gioco, di fondare un nuovo corso con le tenute rimaste sotto la sua ala, tra il Veneto e la Toscana. Perché la sua è la storia di una persona che in ogni fase della propria vita ha scelto di costruire anziché semplicemente conservare, di continuare anziché fermarsi.
E di cose ne sono state costruite, soprattutto sul fronte del territorio. Oggi diamo per scontato il successo planetario della Valpolicella, l'appeal commerciale dell'Amarone, i prezzi sui mercati di riferimento. Ma negli anni Ottanta la musica era ben diversa. La Valpolicella era una Cenerentola produttiva, schiacciata tra la quantità e una reputazione internazionale tutta da inventare. “Mi sono dedicata con grande impegno a far conoscere il territorio. La Valpolicella, quando ho iniziato a lavorare in questo settore, non aveva di certo l’immagine e l’appeal commerciale che poi sono stati costruiti nel corso degli anni. Ovviamente io sono stata uno dei soggetti che ha contribuito a dare risalto a questa denominazione, ma ci sono stati sicuramente altri imprenditori. Diciamoci la verità: negli anni Ottanta i vini della Valpolicella non avevano quella fama e quella riconoscibilità a livello internazionale che poi hanno assunto”.
Il discorso si sposta inevitabilmente sulla situazione attuale, sulle tensioni che negli ultimi quindici anni hanno attraversato il Consorzio e la politica di categoria in Valpolicella. Marilisa non si tira indietro, ma analizza la questione con la lucidità di chi sa leggere le parabole dei mercati. “C’è stato un successo che da un certo punto di vista ha generato anche speculazione. A partire dagli anni 2000, e fino al 2015, ci sono stati gli anni di massimo splendore, con un successo che sembrava inarrestabile e un prodotto come l’Amarone che era invidiato da tutte le altre zone di produzione. Questo ha spinto verso una produzione troppo squilibrata rispetto alla reale domanda di mercato. A ciò si è unito un cambiamento nei consumi e nei costumi. L’Amarone era il vino ricco, opulento, alcolico, che si abbinava a piatti nazionali ma anche a cucine internazionali intense, come quella indiana. Poi c’è stato un cambio di tendenze anche nel cibo: un vino con una struttura e una ricchezza alcolica come l’Amarone non è più stato in linea con i tempi. Nel contempo cala la domanda e cresce la produzione, due cose chiaramente antitetiche. Non c’è stata una strategia lungimirante su questo vino, capace di capire quali fossero le tendenze. Questa è la fase in cui ci troviamo ora”.
Sorge allora spontanea la domanda, quella che abbiamo rivolto spesso ai custodi delle denominazioni venete: non si rischia, in questa corsa al riparo, di buttare via il bambino con l'acqua sporca? A forza di alleggerire, di rincorrere le mode della contemporaneità, non si rischia di snaturare l'Amarone, cancellando i tratti somatici che lo hanno reso grande e riconoscibile nel mondo? La risposta di Marilisa Allegrini è una visione piramidale che rimette ordine nel caos produttivo della denominazione. “No, se noi andiamo indietro nel tempo l’Amarone rappresentava una piccola percentuale rispetto alla produzione della Valpolicella. Secondo me ci sono due step che sono la base della piramide: il Valpolicella e, ancora di più, il Valpolicella Classico Superiore. È lì che dobbiamo puntare. Il Valpolicella è un vino semplice, fresco, leggero, rosso e fruttato, come lo definiva Hemingway: "come la casa di un fratello con cui si va d’accordo", un'espressione bellissima. Poi c’è il Valpolicella Classico Superiore, un grandissimo vino che è sempre stato la via di mezzo tra il vino fresco e l’Amarone, che resta il vertice della piramide. Puntiamo su questo Valpolicella; ciò limiterà la produzione di Amarone e gli darà una connotazione più precisa, nella direzione dell’eleganza. Per me parlare di crisi dell’Amarone è troppo semplicistico, dobbiamo parlare di un momento di trasformazione che coinvolge tutti i vini prodotti in Valpolicella”.

i vigneti di Poggio Al Tesoro a Bolgheri
i vigneti di Poggio Al Tesoro a Bolgheri

IL FUTURO OLTRE I CONFINI: LA TOSCANA, GLI AFFETTI E IL DOVERE

La ricetta per il futuro è scritta nel patrimonio genetico della terra: sfruttare la versatilità di una zona che ha una storia millenaria, vitigni autoctoni dalla forte personalità come la corvina e il corvinone, e tecniche che spaziano dal fresco all'appassimento. “La Valpolicella è senza dubbio una delle zone più importanti del mondo dal punto di vista della produzione. Lo è perché ha una storia millenaria, qui i vini si facevano ai tempi dei Romani. Lo è perché ha varietà autoctone che danno una forte personalizzazione. Ed è importante perché ha tecniche di vinificazione che spaziano: c’è il ripasso, c’è l’appassimento, c’è il vino fresco. È una zona che ha una versatilità incredibile. Sono convinta che se si faranno le scelte giuste, scelte legate al territorio senza seguire necessariamente le mode o le scopiazzature di altri territori, ma cercando l'identità precisa della Valpolicella, questa terra avrà ancora molto da dare”. C'è una pausa, poi lega il discorso alla sua esperienza di donna in un mondo maschile: “essendo sempre stata trattata da mio padre alla pari dei miei fratelli, io non ho mai sentito discriminazione. Credo che sia fondamentale anche come noi percepiamo noi stesse. Le donne, le ragazze devono avere la consapevolezza dei loro valori, che sono determinanti anche per il loro modo di porsi e di interagire”.

la tenuta San Polo a Montalcino
la tenuta San Polo a Montalcino

Se la Valpolicella è il cordone ombelicale, la Toscana è stata la terra della consacrazione imprenditoriale autonoma. Bolgheri venticinque anni fa, Montalcino quasi venti. Investimenti importanti, dettati dalla fascinazione per territori di assoluta eccellenza, dove Marilisa ha voluto riprodurre lo stesso modello sviluppato in Veneto: la fusione tra la produzione vinicola di alto livello e l'ospitalità. “Essendo andata a investire in territori di eccellenza come Bolgheri e Montalcino, io ho creduto nella Toscana perché è un territorio di grandissima qualità e di grandissimo spessore. A me piaceva poter strutturare la produzione insieme all’ospitalità, cosa che ho fatto sia qui in Valpolicella che in Toscana. Il mio orgoglio vero è quello di essere presente in tre delle zone più importanti d’Italia. In questo momento dove i consumi dei vini stanno avendo un ripensamento, poter rappresentare queste tre zone mi dà una grande forza e un grande senso di soddisfazione. Significa aver avuto delle intuizioni importanti”.

Eppure, dietro la corazza del Cavaliere del Lavoro, dietro i successi internazionali, l'intervista intima svela la crepa, la zona d'ombra che accomuna molti grandi capitani d'industria che hanno sposato la causa aziendale con una dedizione totalizzante. Quando si parla di rimpianti, la mente torna al camice bianco mancato, a quella professione medica solo sfiorata. Ma c'è un dolore più intimo, che tocca le corde della maternità. “Il rimpianto di non avere fatto il medico mi rimane sempre, però ho avuto tantissime soddisfazioni dalla mia vita lavorativa. No, c'è un prezzo: con questo impegno totale verso l’azienda ho perso momenti importantissimi della vita delle mie figlie. Ho voluto diventare madre e credo che anche loro abbiano un po’ sofferto per questo mio girovagare per il mondo. Era una strada obbligata, l’impegno doveva esserci”.

Marilisa con le figlie e il marito
Marilisa con le figlie e il marito

Oggi le figlie sono grandi, cresciute respirando la stessa aria di cantina che ha nutrito Marilisa. Carlotta, la più grande, ha realizzato il sogno mancato della madre, mentre Caterina, la più giovane, ha preso la strada del pensiero puro. “Non le ho indirizzate, ma la più grande ha fatto medicina e nel suo futuro vuole coniugare la realtà aziendale, sviluppando l’ospitalità con il wellness, seguendo però anche il suo percorso accademico; la più giovane invece ha fatto un dottorato in filosofia. Loro sono innamorate delle aziende, avendo respirato fin da piccole le stesse cose che ho assorbito io. Però sono io che non voglio che facciano una vita come quella che ho fatto io. Voglio che il loro impegno sia importante ma sia anche più consono a una vita, a un percorso più umano. Il rimpianto che ho è di aver dato poco tempo a me stessa, ma una cosa che non rimpiango è di aver sempre seguito la mia libertà: non sono stata costretta a fare questo tipo di vita, l’ho voluta”.
L'orologio corre. C'è spazio per un'ultima riflessione sulla politica, quella che non si esaurisce nelle differenti visioni nei consorzi di tutela, ma che investe lo stato di salute dell'imprenditoria italiana. Anche qui lo sguardo è lungo, privo di sbandate ideologiche, focalizzato sulle difficoltà strutturali del fare impresa oggi. “Ho qualche rimpianto che riguarda il nostro Paese. In questo momento, ed è una questione economica e finanziaria generale, vedo troppi imprenditori che perdono energie, costretti a dedicare tempo e risorse per affrontare ostacoli burocratici piuttosto che per costruire la loro realtà aziendale sul mercato. Qualche anno fa mi sarei aspettata che l’imprenditore potesse essere più supportato. Forse sono state le conseguenze delle crisi finanziarie, sta di fatto che vedo un mondo difficile per gli imprenditori e soprattutto per la piccola e media impresa. Le grandi realtà sono ormai tutte nelle mani delle multinazionali e dei fondi, e poco hanno a che fare con le nostre strutture imprenditoriali familiari. Mi sembra di aver detto tantissimo…”.

La chiacchierata finisce dove era iniziata, chiudendo il cerchio di una riflessione profonda sul senso del tempo e del dovere. E confessa un ultimo dettaglio prima dei saluti, quasi un'annotazione di costume sul peso e la storia delle istituzioni. “Se c’è una cosa che non ho detto, è che grazie al mio impegno nel lavoro sono diventata Cavaliere del Lavoro nel 2020. Il Presidente Mattarella mi ha voluto dare questo riconoscimento per aver portato il Made in Italy nel mondo. Cavaliere del lavoro. Non c'è il femminile”.

Ci lasciamo alle spalle la corte di Fumane, le vigne di Bolgheri e i filari di Montalcino. Resta l'immagine di una donna che ha saputo navigare tra il rigore del passato e le sfide liquide del futuro, senza mai farsi liquidare da nessuno. Una storia veneta, italiana, di terra, di sangue e di assoluta, orgogliosa libertà.

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