
Quando si pensa alla Sicilia enoica, specialmente se valutata in base alle performances più recenti, il richiamo va subito all’Etna, che negli ultimi anni ha saputo fissare il suo percorso di crescita nonostante consumi in flessione un po’ per tutto il vino made in Italy.
Ma se da un lato ha pensato l'areale vulcanico a tenere alta l’attenzione sulla viticoltura isolana, abbandonati i suoi versanti basta guardarsi intorno per scoprire che esiste anche un’altra Sicilia da bere, fatta di piccole realtà impegnate a preservare l’identità enologica locale e affermarla al contempo sul mercato (inter)nazionale, confermando non solo l’indiscussa vocazione vitivinicola della regione, ma anche l’unicità della sua produzione.
Emblematico in questo senso è il caso della Doc Salaparuta, realtà relativamente recente che dal 2006 è tutelata dal Consorzio Volontario di Tutela Salaparuta Doc, l’unico composto da cantine che raccolgono, trasformano e imbottigliano esclusivamente all’interno del comprensorio comunale di Salaparuta, nella parte più orientale della provincia di Trapani, in un’area di 15mila ettari delimitata dai comuni di Partanna, Santa Ninfa, Gibellina, Santa Margherita di Belice e Contessa Entellina.
Del Consorzio oggi fanno parte nove cantine, tra cooperative agricole e aziende private prevalentemente a conduzione famigliare, che operano su 900 ettari vitati portando avanti una tradizione vitivinicola consolidata - la viticoltura era praticata sul territorio già al tempo dei Sicani ndr - e valorizzando un terroir segnato da una grande varietà di climi, terreni (per lo più franco-argillosi, arricchiti in altura da sostanze minerali) e altitudini (comprese tra i 90 e i 600 m.s.l.m), oltre che da un’artigianalità che rappresenta il valore aggiunto di questa denominazione.
In termini di rivendicazioni, l’andamento dei vini della denominazione stato altalenante, con un’acme raggiunta nel 2015 con circa 7.600 ettolitri, seguita poi da una decrescita nel 2016-2017 e da un nuovo aumento nel 2021, anno in cui le rivendicazioni si sono attestate sui 4.300 ettolitri. Tra il vino rivendicato e quello effettivamente confezionato resta però un’elasticità elevata, in quanto soltanto il 10% del vino rivendicato viene effettivamente imbottigliato (il dato relativo al 2024 è attualmente di 225 ettolitri).

Per comprendere fino in fondo la storia di questa denominazione serve però fare un passo indietro, fino al gennaio del 1968, anno in cui un terremoto di magnitudo 6.8 rase completamente al suolo i comuni di Salaparuta, Poggioreale, Montevago e Gibellina, con gravi danni tra le province di Palermo e Trapani e un resoconto di migliaia di feriti e diverse centinaia di morti.
Una vera e propria ecatombe, che catturò l’attenzione mediatica puntando i riflettori su un territorio a principale vocazione agricola rimasto fino ad allora pressoché sconosciuto.
“La provincia di Trapani era la superficie vitata più grande d’Europa – spiega Calogero Mazzara, vicepresidente del Consorzio – La potenzialità di questi terreni è stata sfruttata dalle multinazionali del Nord che venivano a comprare qui il vino sfuso per poi rivenderlo. E i nostri contadini rimanevano contenti con pochi centesimi in più. (…) Il terremoto ci ha fatto fare un salto di venti anni in avanti a livello strutturale, ma ci ha fatto perdere le nostre radici”.
Allora, chi ha potuto emigrare lo ha fatto, cercando fortuna altrove. Ma c’è anche chi ha scelto di restare, vivendo per anni nelle baraccopoli, e rimboccarsi le maniche per la ricostruzione. “Il terremoto ha però favorito una sorta di boom economico. E questo perché all’interno delle baraccopoli non si pagavano tasse o altro. – prosegue Mazzara - Sono arrivati i soldi della ricostruzione, dovevamo ricostruire i paesi nuovi e quindi tutti si sono inventati un mestiere. Abbiamo iniziato ad avere un’economia importante, nel giro di poco tempo. E il vigneto è stato il bene rifugio di chi, negli anni, aveva messo qualcosa da parte per poter acquistare terreni. Il catarratto occupava il 99,9% della nostra produzione. Chi aveva anche vino rosso era considerato quasi come un alieno. Quando, intorno agli anni Duemila sono arrivate anche le uve internazionali (chardonnay, syrah etc) il nostro quadro enologico è stato rivoluzionato e da una produzione prevalentemente di massa abbiamo iniziato a produrre vini per la bottiglia”.

Testimonianza di questo capitolo drammatico della storia del Belìce è il Cretto di Burri, realizzato da Alberto Burri tra il 1984 e il 1989 ma terminato ufficialmente solo dopo la morte dell’artista, nel 2015. Si tratta di un gigantesco monumento commissionato dall’allora sindaco di Gibellina Ludovico Corrao, che vide nell’arte un motivo di riscatto sociale. L’opera, costruita interamente sulle macerie del vecchio borgo, “ingabbiate” e ricoperte dallo stesso artista con grandi blocchi di cemento, ripercorre le vie e i vicoli della città andata distrutta, cristallizzandone la memoria. Estesa su una superficie di 80.000 metri quadrati, il Cretto attualmente rappresenta la più grande opera di land art a livello europeo e la sua particolarità sta (anche) nel fatto che, vista dall’alto, restituisce l’immagine di una serie di fratture sul terreno – chiamate, appunto, cretti - imitando simbolicamente la terra inaridita dalla siccità.
Sebbene il disciplinare comprenda diverse tipologie di vitigni (inzolia, grillo, catarratto e chardonnay per i bianchi; nero d’Avola, merlot, cabernet sauvignon e syrah per i rossi), il catarratto e il nero d’Avola sono le due espressioni che più di tutte tratteggiano la ricchezza di questo territorio.
Quando si chiede ai produttori quale sia il cavallo su cui intendono puntare la risposta, pressoché unanime, premia il bianco autoctono, molto più gestibile in vigna e maggiormente adattabile alle nuove condizioni climatiche, seppur più complesso da lavorare in cantina. Al netto degli assaggi, però, la sensazione è che, mentre sul catarratto il percorso sia ancora in evoluzione, sul nero d’Avola il traguardo sia già stato raggiunto. Se nel primo caso, infatti, i calici tolgono complessità al naso per favorirla nel sorso, con una sapidità costante accompagnata da acidità ben dosate che presagiscono buone potenzialità di invecchiamento, nel secondo caso è l’eleganza a tener banco, con vini quasi sempre liberi da orpelli, golosi ma alleggeriti nella forma e nella sostanza, autentici e sofisticati allo stesso tempo.

Un remake in salsa enoica della lotta tra Davide e Golia, che inevitabilmente porta a una seconda considerazione: dare priorità all’espressione del vitigno o assecondare le richieste del mercato? E in un contesto in cui i consumi sono in calo, ma sembrano orientarsi sempre più verso bevute in bianco, la via da percorrere sembra pressoché scontata.
“La vita di chi produce vino è fatta di sacrifici. Noi, nel nostro piccolo, speriamo sempre di migliorare – spiega il presidente del consorzio, Pietro Scalìa - La nostra Doc in origine contava 1.500 ettari. L’intento, oggi, è quello di non decrescere ulteriormente. Vogliamo valorizzare le uve bianche, che rivestono una grande importanza nel nostro territorio. E di conseguenza anche i rossi, che sono un 40% in meno ma rappresentano un valore aggiunto”.

LA VIA DELLA PROMOZIONE
Se da un lato ci sono i vini a confermare il livello qualitativo della denominazione, l’approccio enoturistico, ad oggi, rivela ancora i limiti di una realtà che ha avviato soltanto recentemente il suo processo di promozione.
Per favorire la conoscenza della produzione vitivinicola della Valle del Belìce, il Consorzio ha recentemente dato vita alla prima edizione della Salaparuta Wine Week, una due giorni segnata da masterclass, degustazioni e incontri con i produttori che ha portato winelovers e addetti ai lavori nel centro di Salaparuta, confermando l’impegno dei produttori a portare i vini della denominazione anche oltre i confini comunali.

Di seguito una selezione dei nostri migliori assaggi, al netto delle degustazioni di vini bianchi e rossi iscritti (e non) alla Denominazione.
Uvaggio: 100% catarratto
Vinificazione: pigiatura soffice delle uve e fermentazione del mosto a temperatura controllata in acciaio. Affinamento di almeno 3 mesi in bottiglia prima della commercializzazione
Dalla cantina sociale di Salaparuta, un calice di colore paglierino scarico che ha naso piacevolissimo con profumi di fiori di campo e note fruttate che cedono il passo a sensazioni di erbe aromatiche e rosmarino. Buona corrispondenza al sorso, con acidità e alcol ben integrati. Chiusura sapida e persistente.

Uvaggio: 100% catarratto bianco lucido
Vinificazione: fermentazione a temperatura controllata in vasche d’acciaio, dove si svolge anche l’affinamento di 6 mesi su feccino nobile. Ulteriore affinamento in bottiglia di almeno 6 mesi prima della commercializzazione.
I fratelli Calogero ed Eliana Mazzara firmano un catarratto di grande personalità, che al naso si apre con note di pietra pomice e gesso seguite da tocchi agrumati. In bocca è fresco, con una bella struttura che incontra salinità e lunghezza nel sorso.

Uvaggio: 100% chardonnay
Vinificazione: diraspa-pigiatura soffice, raffreddamento del pigiato e invio alle presse soffici. Decantazione e successiva fermentazione in acciaio a temperatura controllata con aggiunta di lieviti selezionati. Stazionamento del vino sulle fecce nobili per alcuni mesi e conservazione a temperatura controllata per circa 5 mesi prima dell’imbottigliamento.
È una piccola azienda a conduzione familiare a realizzare questo vino prodotto con uve coltivate sulle colline del territorio di Gibellina, Calatafimi Segesta e Salemi, che nel calice si presenta di colore paglierino brillante, con note dolci di frutti tropicali e sorso fresco, segnato da un’acidità equilibrata che segue il sorso per chiudere minerale.

Uvaggio: 70% catarratto; 30% chardonnay
Vinificazione: diraspa-pigiatura in atmosfera protettiva e raffreddamento del pigiato a circa 10°C. Macerazione breve in pressa a contatto con le bucce e pressatura soffice. Illimpidimento del mosto e fermentazione alcolica a 15°C per circa 15 giorni. Assemblaggio degli uvaggi e affinamento sui lieviti in botti di rovere per 12 mesi con periodici batonnage.
Con l’Eycos la famiglia Vaccaro regala un’interessantissima interpretazione del catarratto, che si presenta nel bicchiere di colore giallo paglierino brillante e che già al naso rivela la sua personalità esprimendosi in sensazioni sulfuree alternate a frutta tropicale, note balsamiche e tocchi leggermente fumè. Strutturato e snello al sorso, ha un retro-olfatto che porta alla presenza (leggera) del legno, interrotto da una bella mineralità sul finale.

Uvaggio: 100% catarratto bio
Vinificazione: uve raccolte a mano in piccole cassette. Rifermentato in bottiglia con aggiunta di mosto al vino base. Non filtrato e non degorgiato, con la presenza dei lieviti in bottiglia.
Sita nel vecchio centro di Salaparuta, in contrada Cappuccini negli spazi in cui un tempo sorgeva Villa Amalia, la cantina Giacco tra le interpretazioni del catarratto ne propone anche una realizzata con metodo ancestrale, che nel bicchiere si presenta di colore giallo dorato intenso e che al naso ricorda il sidro di mele, con intense note di mela Granny alternate ad agrumi e crosta di pane. In bocca è pienamente corrispondente, materico e vivace, con una piacevole salinità che interviene a chiudere il sorso.

Uvaggio: 100% grillo
Vinificazione: diraspa-pigiatura in atmosfera protettiva e raffreddamento del pigiato a circa 10°C. Macerazione breve in pressa a contatto con le bucce e pressatura soffice, illimpidimento del mosto e fermentazione alcolica a 15°C per circa 15 giorni. Affinamento sui lieviti in botti di rovere per 12 mesi con periodici batonnage.
Dai filari della Vigna della Signorina nasce questo grillo in purezza che stupisce per intensità e profumi che rimandano ai frutti tropicali e alla pesca, ma anche a piante officinali come l’artemisia. Tutto ritorna al sorso, alleggerito da una buona acidità che lascia spazio a un finale sapido e prolungato.

Uvaggio: 100% zibibbo
Vinificazione: raccolta manuale e pressatura delle uve intere, decantazione e fermentazione a temperatura controllata. Maturazione di 4/6 mesi in acciaio e affinamento di 3/4 mesi in bottiglia a temperatura costante di 10°C.
Una tipica espressione dello zibibbo, questo campione che alla vista si mostra con il colore dell’oro e che al naso sprigiona effluvi di fiori d’arancio, con aromi fruttati di pesca e accenni verdi di foglia di pomodoro seguiti da rimandi balsamici. Un corredo aromatico ricco, che torna nel sorso sostenuto da una acidità ben dosata e da un’elegante mineralità.

Uvaggio: 100% nero d’Avola
Vinificazione: vinificazione in acciaio e affinamento in bottiglia
C’è la quarta generazione della famiglia Ippolito alla guida di questa cantina che offre una lettura autentica del Nero d’Avola. Rubino intenso, al naso ha bouquet fruttato che rimanda ai piccoli frutti ma anche alle prugne e alle pesche a polpa bianca, accompagnato da note più floreali che alternano a una lieve speziatura. In bocca è corrispondente, fresco e scorrevole, con un tannino equilibrato che ritrova il frutto accanto a piccoli accenni di liquirizia. Buona persistenza sul finale.

Uvaggio: 100% nero d’Avola
Vinificazione: vinificazione in acciaio con macerazione delle uve per circa 10-12 giorni alla temperatura di 22-25°C. Affinamento di circa 12 mesi in vasi vinari e poi in bottiglia per almeno 10-12 mesi.
Rosso rubino intenso, il Nero d’Avola di Villa Scaminaci convince con il bouquet fruttato tipico del vitigno e per la perfetta corrispondenza gusto-olfattiva. Al palato è succoso e di bella beva, segnato da un equilibrio fra tannino, frutto e mineralità. Elegante.

Uvaggio: 100% nero d’Avola
Vinificazione: diraspatura delle uve e fermentazione a temperatura controllata per 6/8 giorni. Maturazione di 6 mesi in acciaio e affinamento di 3/4 mesi in bottiglia.
Nata nel 1999 da Pietro Scalia e unita dal 2009 a Giuseppe Oliva, questa cantina realizza un Nero d’Avola da manuale, di colore rosso rubino, che al naso si apre con note di ciliegie e marasche ancora croccanti, alternate a profumi di viola e spezie fini. In bocca è fresco, con un bel gioco fra tannino e acidità che ritrovano la parte floreale e una leggera balsamicità che si allunga su un finale persistente e profumato.

Uvaggio: 100% nero d’Avola
Vinificazione: pigia-diraspatura e successiva macerazione di 16 giorni sulle bucce. Maturazione di 44 mesi di cui 12 in barriques di rovere di Allier da 225 litri (non di primo passaggio)
Prima annata di produzione, per il Nero d’Avola Riserva di questa cantina a conduzione familiare che si presenta di colore rosso rubino con lievi riflessi aranciati e che al naso ha bouquet classico, con note di fiori secchi, frutta candita, tabacco e chiodi di garofano. In bocca è caldo, accogliente, e offre un sorso vibrante che ritrova la frutta e chiude speziato e persistente.

Uvaggio: 100% perricone
Vinificazione: raccolta manuale in cassetta, notturna nelle stagioni più calde. Vinificazione in acciaio a grappolo diraspato. Affinamento di 6 mesi in acciaio.
Giuseppe Palazzolo è un giovanissimo vignaiolo che dal 2019 conduce la cantina avviata dal nonno onorando la tradizione, ma con sguardo rivolto al futuro. Il suo Perricone nasce da viti site in contrada Santa Fara e le uve prelevate provengono da una piccola particella di vigneto con esposizione sud-est, scelta che punta a esaltare le durezze tipiche di questa varietà. Di colore rubino scarico, ha naso che spazia dalla frutti rossi in confettura, ginepro e spezie. In bocca è asciutto, tannico, con buon tenore alcolico e finale leggermente ammandorlato che anticipa una lunga persistenza.
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