
Settantacinque anni di storia e una nuova generazione alla guida. Camilla De Paolis, 31 anni, enologa e PhD in Scienze viticole ed enologiche, è la nuova direttrice generale di ONAV, l'Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Vino nata ad Asti nel 1951 e oggi punto di riferimento in Italia per la formazione degli assaggiatori. Una nomina che segna un passaggio non banale: non solo per l'età e per la scelta di affidare il ruolo a una donna in un settore dove la presenza femminile nelle posizioni tecniche e dirigenziali ha storicamente incontrato più ostacoli, ma soprattutto per il profilo: una professionista cresciuta tra ricerca scientifica, università e produzione.
“La decisione di affidare la direzione generale a Camilla De Paolis nasce dalla volontà di guardare al futuro con fiducia, valorizzando competenze, preparazione e nuove generazioni – è il commento del presidente ONAV Vito Intini - Nel suo 75mo anniversario, ONAV continua così un percorso di evoluzione che proprio dalla sua storia trae la forza per rinnovarsi e guardare avanti”.
La diretta interessata rovescia la prospettiva sul dato anagrafico e rilancia in questa intervista a VinoNews24. “Avere la possibilità di dirigere ONAV – dice - è per me un grandissimo onore. Dopo le esperienze nella ricerca e nel mondo produttivo, ho sentito il desiderio di dedicarmi alla promozione e alla diffusione della cultura del vino. Credo però che il passo più audace lo abbia compiuto ONAV stessa, scegliendo di andare contro gli schemi e di investire su una dirigenza giovane. Penso che in Italia dovrebbero esserci sempre più realtà con il coraggio di scommettere sulle nuove generazioni”.

De Paolis, ONAV ha scelto di puntare su una professionista giovane, interessante per un'associazione con 75 anni di storia. Quanto pesa il ruolo della direzione per imprimere un nuovo percorso?
“La scelta indica una volontà di cambiare un po' direzione in questo momento storico, in cui il vino sta avendo le sue difficoltà, perché sappiamo tutti che non è un momento facile. Quindi dire "cambiamo completamente" è stata una scelta di coraggio, per provare anche delle nuove strade. La direzione in sé comunque è abbastanza centrale in ONAV, anche a livello dei percorsi formativi, perché dalla collaborazione tra la sede nazionale, il Consiglio nazionale e il Consiglio scientifico nascono tutti i percorsi ONAV. Quindi, oltre alla scelta un po' folle dell'età, è stata fatta anche una scelta legata al mio percorso professionale e di studi: io arrivo dal mondo produttivo, dal mondo del vino, ne conosco le esigenze; quindi portare all'interno una persona che arriva da lì aiuta a capire quali sono i linguaggi e le necessità, una cosa di cui ONAV poteva aver bisogno”.
Lei ha fatto il percorso formativo ONAV, oltre a essere enologa e PhD?
“Ho lavorato con ONAV in passato per dei corsi, però non sono mai stata una studentessa ONAV, perché in quanto enologa in realtà puoi entrare già a metà del percorso, già come tecnico”.
Questo le porta uno sguardo differente, meno incardinato nelle dinamiche interne?
“A volte lo sguardo da fuori, di una persona che magari non conosce quelle dinamiche, può aiutare sia a riconoscere quali sono le cose che non vanno, sia quali sono i punti di forza che a volte vengono un po' dimenticati. Sono cose che a volte è difficile riconoscersi quando si fa bene: si è sempre pronti a riconoscersi quando le cose non vanno, ma avere qualcuno che da fuori ti dice "guarda che stai facendo bene, hai fatto un grande percorso" aiuta ad avere uno sguardo diverso, a valorizzare i punti di forza. E poi magari a trovare insieme nuovi modi per cambiare quello che non funziona”.
Uno dei punti fermi di ONAV nel tempo è la differenza tra l'assaggiatore e il sommelier o altre figure. Ha ancora senso ragionare per distinzioni, o la priorità è avvicinare e tenere vicini gli appassionati?
“Non è un volersi per forza incasellare, ma capire che ci sono delle differenze. Quello che ONAV propone è un assaggio tecnico, non edonistico come di solito accade nel mondo della sommellerie. Ci si basa su dei principi, su una scheda che da Asti a Catania è uguale in tutta Italia. Dietro c'è lo studio di come si fa il vino, di come si fa un assaggio. Poter dire "io ti insegno a fare un assaggio tecnico" aiuta anche a far capire alla gente che si possono assaggiare grandi vini, non solo quelli con etichette super blasonate: se ho la capacità di assaggiare tecnicamente, posso riconoscere un grande vino anche nella bottiglia di un produttore piccolo, magari sconosciuto, che altrimenti non avrei mai assaggiato".

L'assaggio però si connette anche a una parte di racconto e, per quanto tecnico, conserva una componente di soggettività. Come si tengono insieme metodo tecnico-scientifico e comunicazione?
“Non siamo delle macchine, ma si cerca di ridurre il più possibile la differenza tra due assaggi, dando un giudizio oggettivo, seguendo criteri ben specifici. Ma le due cose si possono tenere insieme, riconoscendo che oltre all'assaggio tecnico esiste anche un assaggio più edonistico, in cui magari si vuole raccontare la storia di chi sta dietro la singola bottiglia o formare il produttore. Sono due racconti che possono essere fatti insieme, ma ci sono delle differenze. Quando scelgo di fare un assaggio tecnico seguo parametri ben specifici e giudico oggettivamente; quando invece voglio consigliare una bottiglia a una persona posso usare la parte tecnica — "ti consiglio quella bottiglia perché l'ho assaggiata, ha queste caratteristiche" — ma magari aggiungo anche che sono stata in cantina, mi sono trovata bene, ho avuto piacere di parlare con quel produttore, e quindi c'è anche un consiglio più personale. Lo paragono un po' al mondo della moda: ci sono dei tecnicismi, con tutto uno studio dietro, poi c'è tutto il racconto che si affianca”.
Un po' come nella danza: si valuta la tecnica, ma poi si vive una performance…
“Esatto, è un ottimo esempio: un tecnico riconosce il passo perfetto, poi a livello personale ti dice che ha preferito uno spettacolo piuttosto che un altro, però i ballerini sono bravissimi in entrambi i lavori”.
Avete esplicitato un'attenzione anche verso PIWI o dealcolati. Si allarga la parte tecnica?
“Bisogna essere sempre pronti a conoscere cose nuove. Un po' lo spirito di ONAV è quello di non fermarsi a quello che si è sempre assaggiato, allo storico: come la ricerca enologica si evolve e i prodotti cambiano, anche noi nell'insegnare e nel formare dobbiamo essere pronti a evolverci e a insegnare che esistono prodotti diversi che stanno nascendo. Poi uno può dire giusto o sbagliato, quello è un discorso di idee, però io ti devo dare gli strumenti per capire anche altri prodotti che stanno nascendo nel mondo del vino”.
Ha rilevato una certa fatica nel settore per le figure femminili. È ancora difficile far emergere le professionalità e le interpretazioni che vengono dal mondo femminile?
“Non amo particolarmente parlare di quote. Però è un settore che in passato ha avuto una grossa differenza: era palese, e le donne non si trovavano mai in ruoli di gestione, di “potere". Ultimamente, fortunatamente, sta cambiando molto: ci sono tante realtà in cui le donne sono grandi professioniste, sono a capo delle aziende. Certo, in alcune zone si fa ancora un po' fatica e mi è capitato spesso di essere l'unica ai tavoli di lavoro durante discussioni e presentazioni. Ma questo sta cambiando, come si vede anche a livello universitario: negli anni in cui ho lavorato in università come ricercatrice, la “quota rosa” tra gli iscritti stava aumentando. Una scelta come quella di ONAV può essere un grosso esempio anche per tante altre realtà del mondo del vino”.

C'è un momento preciso in cui ha deciso di lasciare la ricerca e il lavoro in cantina per dedicarsi alla diffusione della cultura del vino?
“Più che altro, è stato un momento di riflessione. Mi sono chiesta quale contributo maggiore potessi dare al mondo del vino, soprattutto in questo momento storico di grande difficoltà, e quale fosse la parte che effettivamente potevo fare io per migliorare la situazione. Ho pensato: ci sono tantissimi bravi produttori che fanno vini strepitosi, però se non c'è nessuno che, dall'altra parte, insegna ad assaggiare o fa in modo che questi prodotti arrivino alle persone, manca quel nesso, quel tramite”.
I consumi di vino calano - e i dati ISWR dicono che in proporzione calano più tra i boomer che tra i giovani. Come si dà una scossa a un comparto che soffre? È una fase ciclica o un cambio strutturale?
“Se avessi la formula l'avremmo già applicata, quindi non lo so. Quello che si può fare, però, è cercare di collaborare con tutti i professionisti e con tutti gli attori che vivono e lavorano nel mondo del vino: non separarci, non fare gli eremiti, ma stare tutti insieme, collaborare e aiutarci a vicenda, perché anche i momenti più difficili, quando si è uniti e coesi, si superano più facilmente. C'è poi un'altra problematica: spesso il vino viene raccontato come un prodotto molto di élite, e questo allontana tutta una serie di persone che pensano di berlo solo in determinate occasioni, e non come una bevanda di tutti i giorni. Se riuscissimo a far capire alle persone che il vino è una bevanda di socialità, che è bello berlo quando si sta insieme e che non è solo un prodotto elitario, questo sicuramente potrebbe aiutare”.
Oltre la tecnica, si brinda insieme?
“Assaggiare vino e stare insieme è una cosa che, quando uno la fa, lo rende felice e lo fa stare bene. Il mondo, rispetto a cinquant'anni fa, sta cambiando molto velocemente, le esigenze cambiano e non si può pensare che il modo dei consumi resti sempre lo stesso. A volte si è un po' ciechi quando non si vuole accettare il cambiamento, che in questo momento sta spaventando i produttori. Ma non vuol dire che non si tornerà mai più a bere vino o che il vino scomparirà: è una bevanda millenaria, che si è sempre consumata, e che cent'anni fa si beveva in modo diverso rispetto a cinquant'anni fa, così come è diverso oggi”.
C'è un progetto su cui state puntando che può segnare il futuro più immediato di ONAV?
“Stiamo sicuramente investendo sui giovani - partendo dalla direzione. È una delle cose su cui ONAV vuole investire di più, con il coinvolgimento di una grossa parte di giovani soci e l'idea di creare dei tavoli di lavoro dedicati ai più giovani, in modo che possano portare una nuova visione e uno sprint ai cambiamenti. Contestualmente, quello che a me piacerebbe portare a livello di corsi e formazione è un corso in inglese: lo ritengo fondamentale, perché in un mondo sempre più vicino, in cui è un attimo trasferirsi e andare a vivere in un altro Paese per necessità lavorative, avere la possibilità di conoscere la terminologia dell'assaggio in inglese - e quindi portare una parte della nostra cultura nel mondo - è una cosa importante”.
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