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A Roccamontepiano in Abruzzo un Presidio Slow Food per salvare la cotta del mosto d’uva. Tradizione e innovazione per tutelare antica ricetta

A Roccamontepiano un Presidio Slow Food per salvare la cotta del mosto d’uva

di redazione | 8 Novembre 2025

Un piccolo paese abruzzese unisce tradizione, comunità e innovazione per tutelare un’antica ricetta contadina: la cottura collettiva del mosto, rito identitario e simbolo di rinascita locale.

A Roccamontepiano, in provincia di Chieti, la cottura del mosto d’uva è diventata un Presidio Slow Food. Il riconoscimento, ottenuto grazie al lavoro dell’associazione Produttori Vino Cotto d’Abruzzo e al sostegno del Gal Majella Verde, tutela un metodo di lavorazione unico nel suo genere e una tradizione che rischiava di scomparire. La cotta, infatti, non è solo un prodotto, ma un rituale collettivo che unisce l’intera comunità attorno al fuoco e alla memoria del vino cotto, da sempre simbolo di festa e di famiglia.
Nel borgo di 1500 abitanti, il vino cotto è un orgoglio identitario. Ogni famiglia custodisce la propria ricetta, tramandata di generazione in generazione, e la tradizione vuole che alla nascita di un figlio si prepari una botte da aprire solo nel giorno del matrimonio. “C’è persino un po’ di sano campanilismo – spiega Adamo Carulli, presidente dell’associazione Produttori Vino Cotto d’Abruzzo e referente del nuovo Presidio – Io stesso ho assaggiato un vino cotto del 1924”.

IL METODO DELLA COTTA DI ROCCAMONTEPIANO

Il prodotto, diffuso in varie zone dell’Italia centrale, si ottiene dalla cottura del mosto, ma a Roccamontepiano la tecnica è particolare. Qui la produzione avviene nel centro di cottura comunitario, uno spazio moderno ma fedele alla tradizione, dove ogni conferitore porta le proprie uve di Montepulciano d’Abruzzo e cuoce il mosto seguendo i tempi e i gesti antichi.Il processo è lungo e rigoroso: il mosto viene cotto per più di sette ore fino a ridurne la massa di circa due terzi, più di quanto si faccia altrove. Poi si aggiunge mosto fresco in proporzioni uguali a quello evaporato e si lascia fermentare naturalmente per almeno un anno. “Se da cento litri ne restano trenta, se ne aggiungono altri settanta di fresco – evidenzia Carulli – Il risultato è un vino cotto di grande complessità, che migliora con l’invecchiamento”.

La produzione avviene nel centro di cottura comunitario, uno spazio moderno ma fedele alla tradizione, dove ogni conferitore porta le proprie uve di Montepulciano d’Abruzzo e cuoce il mosto seguendo i tempi e i gesti antichi.
cottura del mosto d'uva (foto Marco Del Comune)

Il vino cotto ottenuto viene imbottigliato per il consumo domestico o messo in commercio attraverso la Cooperativa Vino Cotto, che produce ogni anno circa dieci quintali, pari a un migliaio di bottiglie. Una quantità limitata, ma sufficiente a mantenere viva una tradizione secolare.
Per Enca Polidoro, referente Slow Food del Presidio, il centro di cottura è la chiave per la sopravvivenza del vino cotto. “Le case moderne - spiega - non permettono più lavorazioni di questo tipo: mancano gli spazi e gli strumenti di una volta. Il centro consortile, invece, consente di continuare a produrre e di trasmettere il sapere artigianale”.
Oltre alla produzione, l’iniziativa ha riacceso la socialità del paese e ispirato la festa del vino cotto, che quest’anno si terrà l’8 e il 9 novembre.

TRA MEMORIA E FUTURO

In passato, il mosto veniva cotto in un paiolo di rame, lu callare, con un pezzo di ferro per attirare il rame e un frammento di terracotta per regolare l’ebollizione. Oggi, i calderoni d’acciaio e i sistemi di controllo della temperatura garantiscono sicurezza e precisione, ma un vecchio paiolo è ancora esposto nel centro come simbolo del legame tra passato e presente.
Per Polidoro, il Presidio rappresenta molto più che la tutela di una ricetta. “È una spinta per rilanciare il territorio – dice -, uno strumento di promozione e di coinvolgimento delle nuove generazioni”. Un modo per dare voce e valore a un Abruzzo che resiste, costruendo comunità attorno al profumo del mosto e al calore della tradizione.

 

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