
È ancora una volta capodanno e per celebrare l’ingresso nel 2025 la redazione di Vinonews24 propone assaggi intriganti che hanno stupito o colpito o convinto nel 2024.
Ci sono etichette di nicchia e altre più mainstream, ci sono vini dal prezzo molto accessibile e altri di fascia alta (mai proibitivi). E soprattutto ci sono le suggestioni, le pennellate fatte di parole e sfumature di profumi e sapori che le penne di Vinonews24 dedicano a tutte le lettrici e tutti i lettori. Perché al centro della tavola ci sia una bottiglia di vino (buono).
Buon 2025! Cheers.

Un pinot noir malinconico, come si addice a queste valli. Profondo, imperfetto – ma chi non lo è? – ci racconta una storia bella, di cui abbiamo dannatamente bisogno.

Se è vero che il vino è gioia, non c’è niente di meglio di questo lambrusco, rumoroso e sorridente, per brindare all’anno che verrà. Ad maiora.

Una pesca affumicata, ananas alla brace, frutta che ti vien voglia di mordere, poi una sorsata sapida e pepata. D’altronde, se nasci da uve che guardano l’alba ai piedi dei Pirenei, poi evolvi così, rustico e romantico.

Balsim nasce da malvasia istriana allevata in una zona verde e boschiva, ricca di corsi d’acqua e di biodiversità animale e vegetale nei pressi di Borgo Salariis a Treppo Grande, in provincia di Udine. È un prodotto a metà tra charmat (esplosività, croccantezza) e metodo classico (volume diverso, note terziarie). Agli occhi si presenta di un colore giallo paglierino con riflessi verdolini, brillante e dal perlage fine. Il naso è complesso, fine e intenso e spazia dalle erbe aromatiche alla frutta come la pesca bianca, l’albicocca, l’agrume e la frutta esotica fino alle note balsamiche. In bocca è fresco e minerale, equilibrato e piuttosto persistente. Ottimo da aperitivo con salumi e verdure pastellate, formaggi di media stagionatura, pizza in genere margherita con mozzarella di bufala in particolare.

Il germogliamento è avvenuto con anticipo grazie ad una buona piovosità primaverile e a temperature leggermente superiori rispetto alla media stagionale. Il successivo stabilizzarsi del meteo hanno permesso una normale fioritura e un’allegagione regolare. Il mese di giugno ha visto una buona piovosità che ha permesso il mantenimento di un ottimo equilibrio vegetativo e non ha ostacolato la completa invaiatura di tutte le varietà. La maturazione delle uve è proseguita, quindi, nei giusti tempi, permettendo un’eccellente vendemmia. Bosan 2001 è equilibrato dal punto di vista organolettico, con una spiccata acidità che porta con sé un’elevata bevibilità. Il caratteristico aroma di ciliegia si integra con sentori di spezie, cacao e vaniglia. Al palato è pieno e vellutato, mostra tutta la sua potenza in un corpo prorompente caldo ed elegante.

Autentica eccellenza della Maison Virginie T., è il risultato di una selezione accurata di uve pinot nero, pinot meunier e chardonnay provenienti da 15 cru distinti, tra cui 11 Grand e Premier Cru. Questo Champagne proviene dall’annata del 2008, con l’integrazione del 15% di vini di riserva del 2007. Dopo un affinamento in cantina di 6 anni, il vino raggiunge la maturità necessaria per esprimere appieno il suo complesso potenziale aromatico. Il colore è giallo paglierino profondo e cristallino e l’effervescenza fine e vivace. Al naso, si aprono aromi di frutta rossa, agrumati, sfumature floreali e una leggera nota di crosta di pane. In bocca è cremoso, sapido, armonico, elegante e persistente. Si sposa con piatti di pesce e formaggi, e in abbinamento alle prelibatezze delle cucine orientali.

È una vera sorpresa, l’assaggio di questo Viognier che la cantina Scalìa & Oliva confeziona nel comprensorio di Salaparuta, regalando un calice che riflette tutto il calore della Trinacria. Un vino suadente, che si apre con note di fiori e frutti a polpa bianca e che in bocca è caldo, con un’acidità equilibrata e un finale minerale che lascia spazio a un tocco leggermente speziato. Perfetto per impreziosire la tavola delle feste, in abbinamento a carni bianche, portate di pesce o piatti di rimando orientale.

Dall’Alto Piemonte, un’interpretazione del nebbiolo di grandissima finezza ed eleganza, che la cantina Il Chiosso ottiene da un antico terreno di origine vulcanica. In etichetta è riportato il disegno di un drago, figura mitologica che lo stesso Omero descrive come un animale “con la vista acuta, l’agilità di un aquila e la forza di un leone”; un’immagine di buon auspicio per il 2025 di chiunque affronti questo calice dal sorso complesso, austero e minerale, che ben si sposa con piatti a base di carne rossa o prodotti del sottobosco, dai funghi al tartufo. Per palati attenti, e gaudenti.

Tra Natale e Capodanno, per assecondare degnamente il mood festaiolo non può mancare una bollicina, questa volta però pescata oltre i confini nazionali, precisamente in Borgogna. Non un classico Champagne, ma un Crémant di livello firmato da Moillard, storica maison con sede a Nuits-Saint-Georges, nella Côte de Nuits. 100% da uve chardonnay, nel bicchiere si presenta di colore paglierino tendente all’oro, con una bolla fine e persistente che anticipa sentori di zagara alternati a note di pasticceria che ritornano al palato, valorizzate da freschezza e acidità ben dosate. Il brindisi che tutti vorremmo, per predisporre saggiamente lo stomaco al resto del pasto.

Fattoria Albatrella è una di quelle realtà che sembra uscita da una cartolina in bianco e nero: autentica e sincera. Vecchie viti di sangiovese e altre varietà autoctone toscane recuperate da Marco e Margaux solo con l’aiuto di cavalli da tiro, gli unici che possono solcare le loro vigne. Questo sangiovese in purezza è il classico vino che ti porta a casa il tuo amico toscanaccio, che sa di convivialità e ha quel pizzico di spavalderia. Completamente diraspato, fermenta in acciaio con lieviti indigeni in acciaio. Dopo la svinatura, torchiatura e fermentazione malolattica, il 10% del vino affina in barrique usate. Un rosso rubino brillante, quasi sfrontato, invita a tuffarsi nei profumi di ciliegie mature, violette e un pizzico di pepe nero. Un sangiovese che ti prende subito al primo sorsa con la sua freschezza e quei tannini dolci e croccanti, ma non troppo prepotenti, giusto quel tocco per farsi ricordare.

Grotta della Neve 2022 è un piccolo miracolo di resilienza e sapienza enologica, nato dal cuore del versante Sud dell'Etna, enoicamente quello meno considerato, quello dove il vulcano turisticamente si prende tutto il palcoscenico, ma è ancora capace di lasciar spazio a vini che sanno raccontare storie genuine. Carricante ed un pizzico di catarratto si incontrano per dar vita a un sorso che vibra di freschezza e sapidità, un bianco capace di mettere insieme il mare e la montagna allo stesso tempo. Serafica, azienda olivicola e vitivinicola, sa il fatto suo ma non te lo sbatte in faccia. Con un approccio eroico e rispettoso, preserva il meglio del terroir etneo senza cedere alle mode. Grotta della Neve non urla, sussurra, ed è proprio per questo conquista e si fa amare, come quelle spettacolari grotte vulcaniche che gli danno il nome.

Il Les Lavières 2020 è la Borgogna democratica, un pinot nero che ti fa sognare senza svuotare il portafoglio e che mette d’accordo tutti: elegante ma senza tirarsela, accessibile ma con quella classe che solo un premier cru sa offrire Proveniente da una parcella di meno di un ettaro nella Côte de Beaune, le viti di 40 anni affondano le radici in terreni argilloso-calcarei con uno strato superficiale sabbioso per un tocco di leggerezza e grazia inconfondibile.
La vinificazione? Classica da manuale borgognone, con fermentazioni lente e 15 mesi di meditazione in barrique (di cui il 40% nuove, giusto per dargli quel piglio da premier cru serio). Al naso, esplode con aromi di frutti rossi come lamponi e mirtilli, accompagnati da delicate note speziate, floreali e una sottile mineralità che richiama il suolo calcareo. In bocca, la struttura armoniosa e i tannini finemente levigati offrono un equilibrio perfetto, culminando in un finale lungo e persistente.

In retroetichetta si legge “questa bottiglia racchiude la nostra visione del vino. Eleganza e tradizione. Famiglia e futuro. Il Falerno del Massico come l’abbiamo sempre sognato”. Un’avventura che risiede nel paesaggio, un omaggio al trascorrere del tempo e agli altri fattori che in questo processo giocano un ruolo, alla leggera sensazione di ignoto, di incognita e di mistero. Dimostrazione del fatto che il solo frutto può fare molto ma non tutto. Un viaggio attraverso tutto il calore del millesimo che esplode e si traduce in profumi decisamente avvolgenti, declinati su sfumature che vanno dalle spezie dolci alle fragranti note di frutta succosa, matura, di macchia mediterranea. Lungo ed elegantissimo slancio finale, dalla persistenza infinita resa viva da un tannino setoso.

Un lungo affinamento prima in acciaio e cemento, poi in bottiglia accompagna questo carricante in purezza a presentarsi con un sorso dinamico, dotato di un piacevole equilibrio tra acidità, frutto e sapidità.

Pinot noir e chardonnay per questa bollicina borgognotta che non vuole ostentare nulla, anzi, con il suo bouquet delicato di zesta di agrume, frolla al limone e pera accompagna con tono informale l’aperitivo, alternando ai morsi sorsi secchi e dall’acidità vivace, solleticando il palato con una bolla fine e delicata. Finale asciutto e minerale. E via, tra le chiacchiere, un altro sorso.

“Ho organizzato una verticale di Canonica 13-19, interessa?”. La domanda – del tutto retorica – arriva da un amico che gestisce un’enoteca con uno di quei whatsapp che vorresti leggere tutte le mattine. Anarchico, fantasma, partigiano, leggenda, tradizionalista, le definizioni per Gianni Canonica si sprecano, ma l’unica oggettiva certezza è che è un vignaiolo che il Barolo lo sa fare. A modo suo, con le sue quantità e i suoi tempi, lunghi come le sue macerazioni. Ed ecco perché il Paiagallo 13 vince facile la batteria con un tannino perfetto e tutta l’eleganza del barolo di Barolo. E vince emozionando, cioè dando un piacere non banale, che sorprende con un sorso lungo con dentro tutto quello che il vino deve avere.

Tra le novità degli ultimi 20 anni in Langa, questa cantina è una delle più interessanti. In realtà i Bondonio hanno vigne – e cascina – a Barbaresco dall’800, ma è solo dal 2005 che Olek, madre polacca e padre piemontese, ha iniziato a imbottigliare vino con il suo nome. Negli ultimi anni si è aggiunto Starderi a Neive ma è Roncagliette il suo cru storico proprio sopra le vigne da cui Angelo Gaja ricava il Sori Tildin. Vino originale come originale è il suo produttore che ha passato la prima parte della sua vita con lo skateboard sotto i piedi: subito sentori di fiori secchi e incenso come se si entrasse nella chiesa ortodossa di Costantinopoli, poi la bocca si riempie di spezie con un tocco balsamico in un vino pieno di aromi che si può bere anche giovane.

In una tiepida serata primaverile Ai Mercanti a Venezia, mi avvicino per la prima volta a questo produttore borgognone. Pacalet è négociant. Compra le uve e le vinifica. Profondo conoscitore della Borgogna, di cui è originario, vinifica in naturale un numero consistente di denominazioni. Questo Nuits-Saint-Georges ha una trama tannica sottilissima, il naso è suadente e chiude con una nota erbacea. Frutti rossi da inseguire una portata dopo l'altra che Simone, l'oste che ha consigliato il vino, mi mette sotto il naso.

Sono sempre stata attratta dalle terre di confine dove una sola riga in terra delinea l'appartenenza a quella o a quell'altra nazione ma dove la gente acquisisce lingua e caratteristiche di entrambi i luoghi. Un sorso di Collio Bianco Bratinis Gradis'ciutta è ciò che mi rimanda a questa terra di confine che nasce da vigneti in località Bratinis, Zavognza e Ruttars a base di chardonnay, ribolla gialla e sauvignon che fino a qualche anno fa veniva prodotto solo per uso della famiglia Princic. Mi ritrovo nel calice un vino giallo paglierino luminoso, al naso fresco e complesso, direi leggero e profondo: note di fiori gialli, ananas, mango e un soffio minerale che accoglie ugualmente il palato morbido e rotondo, esprimendo un racconto fatto di interconnessioni e fusioni di gente di confine.

La prima discesa della stagione sulle piste è sempre un’esperienza unica. In una freddissima e soleggiata giornata sulle Dolomiti, il pit stop in un rifugio è necessario. E qui scatta l'incontro magistrale tra una bollicina di montagna pungente e frizzante e una pista nera verticale e eccitante. Il calice del Dosaggio Zero Riserva Millesimato, con la sua freschezza, l’eleganza delle bollicine e la complessità del perlage, mi riporta alla luminosità di una giornata come questa. Un gusto deciso e intenso, di mandorla e nocciola chiude con una lunghissima e armonica persistenza.

Ho avuto un vis-a-vis con una piccola magia per puro caso, invitata da amici a una serata leggera e conviviale. Assaggio incuriosita lo Champagne Bullescence Brut 1er Cru di Mireille Jacquesson e resto subito colpita dalla piacevolezza e da un sorso che sa di piccole cose, di intimità, di pacatezza un po’ nascosta. Un sorso allegro, nitido e genuino, dove il pinot nero, lo chardonnay e il pinot meunier si completano in un naso delicato di fiori e pasticceria. Fresco in bocca con un gusto citrino, sfumature di liquirizia dove il perlage pungente definisce la persistenza gradita.

L'utilizzo dell'anfora nella produzione dei vini di Torre di Terzolan ha dato risultati davvero interessanti. In particolare la spinta maggiore la sente il Valpolicella Doc, che fa sei mesi in anfora e poi tre mesi di affinamento in bottiglia e risulta molto contemporaneo. Bevibile, versatile, non impegnativo e chiaramente pensato per adattarsi a più tipologie di cibo e quindi per un uso quotidiano.

Etereo e vitale, dai tannini educati e un alcol ben integrato (nonostante la gradazione non proprio leggera). La ciliegia domina al palato, con sfumature di eucalipto e lime. I profumi sono seducenti, il frutto è croccante, succoso il finale al ricordo di lampone.

Il gruener veltriner non è necessariamente un vino da bere giovane. A quattro anni dalla vendemmia, il tempo dona a questo vino profondità e sensualità. Pesca bianca, litchi dragoncello e agrume essiccato. In bocca acidità viva e sfumature erbacee, un lungo finale di zenzero affumicato.

Ci sono momenti in cui ci vuole un rosso e ce ne vuole uno che non stanchi mai, che si faccia bere sia in inverno a temperatura ambiente che in estate, lievemente rinfrescato. Leggero ma con una sostanza ben comprensibile. Ecco, il Cerasuolo di Vittoria di Planeta è quel tipo di vino. Certo, dovete metterlo alla prova, ma allora servitevene un calice con il cibo di tutti i giorni, un piatto di pasta veloce (sì, anche col tonno), una bruschetta con l’olio buono, che quando non si ha voglia di cucinare è la soluzione migliore, una braciola à la volé, un trancio di pizza (con la pizza è buonissimo). Vale più di mille note di degustazione.

Una famiglia, una fattoria che coltiva grano e vigna e alleva bestiame nella valle del Belice. Terre di Entella è una piccola realtà vivace e capace di stupire nel calice con il gioioso Perricone e con il Grillo che porta nel calice la freschezza quasi balsamica di prati arsi dal sole, il frutto giallo e l'idea di una Sicilia raffinata e gaudente. Tutto sempre con grande eleganza.

Ci sono vini capaci di rievocare ricordi e il metodo classico di Slavček ha il potere di riportarti all’infanzia sulle note di una mela ammaccata, fieno e fiori secchi. La bolla ariosa e delicata allieta la secchezza del sorso, chiuso da un accenno di astringenza e da un dolce e confortevole aroma di smielatura, lunghissimo.

Tra le colline piacentine, benedette da salumi prelibati, un giovanissimo enologo (che strizza l’occhio al Piemonte) racconta in Val di Nure una storia di consapevolezza freschezza. Questa Malvasia di Candia si presenta con un naso dall’inconfondibile spinta aromatica, ma il sorso non è appesantito da dolcezze. Anzi, l’affinamento in cemento emerge proprio nello slancio del vino, dotato di freschezza e sapidità. Da scoprire e cercare in enoteca.

Uno château in Irpinia, con intorno una tenuta in passato proprietà dei Principi Caracciolo, è alla base del progetto vitivinicolo dei fratelli Di Meo. Focus sui vitigni autoctoni e sul territorio, l’enologo Roberto Di Meo utilizza uno strumento principe per dare ai propri vini una personalità unica :il tempo. La produzione sta tendenzialmente lontana dal legno e invece affina in acciaio e (lungamente) in bottiglia. Come il fiano di Avellino Erminia, un gioiello che esce dopo dieci anni portando nel calice frutto e acidità, uno slancio sapido che poggia su un tessuto fumé di pregevole fattura e una matericità cerosa. Da godere a fondo.

I vini di Pico sono unici, perché unica è l'esperienza della viticoltura in quel pezzo delle isole Azzorre. E questo 100 per cento Arinto dos Açores è un piccolo cameo che racconta di oceano e vento, di sole e respiro. Raccolta manuale, pressatura a grappolo intero e fermentazione spontanea (80% in acciaio e 20% in rovere) accompagnano il percorso dalla vigna al calice con garbo, mantenenendo intatta la tensione e un'eleganza minerale, iodata, succosamente acida che investe il sorso e guida il piacere.

Le bollicine sono forse il vino che più rappresenta l’universo femminile, riuscendo a riunire nel calice carattere, determinazione, fascino e seduzione. Qui, il pinot nero è veicolo di mineralità paradigmatica che Ca’ di Frara trasforma in un complesso organolettico di grande intensità. Il T5, lungamente maturato sui lieviti, si lascia scoprire lentamente, non esplosivo ma inesorabilmente dotato di un potere seduttivo. Di classe, con un equilibrio di sensazioni di frutta, di fiori, di terra, con sentori di liquirizia e sottili tostature. Giovane e maturo al tempo stesso, con 10 anni alle spalle e un tempo infinito avanti a se.

La classe e la profondità degli inimitabili vini di Angelo Gaja affascinano e seducono sempre. La sua particolare interpretazione dell’uso della barrique, contraddistingue questo chardonnay rendendolo paradigma di eleganza ed equilibrio. Meravigliosi bagliori dorati introducono spunti di fiori bianchi, impronte speziate e vagamente burrose che non prevaricano la splendida integrità del timbro fruttato ed esaltano un’eccellente spina dorsale, giocata tra freschezza e soavi tocchi fumè. Dal fulgido avvenire, si farà apprezzare come si deve non prima di un lustro.

È già leggibile come un monumento in costruzione che emoziona fin dai primi effluvi aromatici: note di cioccolato fondente, ginepro, oliva al forno e confettura di prugna disegnano un tratto affascinante e composto. Sentori che si rincorrono e fondono sia al naso che in bocca dove si sublima in un tannino magistrale. Preciso e complesso ma anche, semplicemente buono, irresistibile da bere, oltre ogni descrizione analitica. Finale da genuflessione.

Nel sempre più variegato panorama del vino valtellinese, Alfio Mozzi si ritaglia un posto di tutto rilievo. Senza seguire troppo le mode, e senza ricercare di ammorbidire eccessivamente l'esuberanza della chiavennasca, esce ogni anno con due etichette splendide: Valtellina Superiore e Riserva (più uno Sforzato). Bevuto all'agriturismo Le Case dei Baff ad accompagnare sciat e pizzoccheri, sprigiona tutta la balsamicità alpina di questi vini, accompagnata a una potenza al naso invidiabile. Passa per essere l'allievo di ArPePe e senza dubbio ne ha preso la mano delicata e l'attenzione in vigna. Ma se stiamo fuori dalle riserve, pochi Valtellina Superiore hanno emozionato così. Così pochi, che non ne viene in mente nessuno.

Non è un nome blasonato e proprio per questo la scoperta è ancora più bella. Il Canaiolo di Gabriele Mazzeschi è proprio buono, profumi nitidi e fragranti di frutta scura, un sorso snello, da accompagnare a una cena tra amici senza tante formalità. Il problema è che finisce in fretta, ma è pure un’ottima scusa per fare un giro dalle parti di Castiglion Fiorentino, tra Arezzo e Cortona. L’azienda produce olio, vino e cereali da tre generazioni prendendosi cura di più di cento ettari di terreno. E occhio all’olio, perché potrebbe valere da solo il viaggio.

Belli i varietali eh, ma in fondo, ha senso fissarsi su un vitigno o su un altro? Una volta soddisfatto quel bisogno didattico di riconoscere le caratteristiche di ciascuna uva, una volta imparato l’ordine - seppur mai del tutto razionale, va detto - può servire tornare ad apprendere il bello dell’incertezza e di un insieme variegato che, preso nella sua interezza, può risultare più che mai completo. Qui lo facciamo con un fuoriclasse alsaziano, che unisce gewurztraminer, pinot gris, riesling e una piccolà percentuale di muscat. Aromatico quanto basta tra karambola, scorza d'arancia e bergamotto, torta alle pere, crema al limone e zagara. Un sorso di broccato, sale che emerge pianpiano sulla lingua, acidità vivace, aneto, sensazioni aranciate e di cumino. Wow.

Una visciola invitante, bacca di ginepro e note che chiamano il cipresso, l’incenso. Il Rosso di Montalcino della piccola cantina San Guglielmo ha un sorso succoso e scattante, acidità pepe, materia. Che buono.

Naso di frutto intenso, mela, pesca noce, timo. Al palato texture setosa, sapidità e di nuovo tanto frutto, fino al finale che chiama la pasta di mandorle. Il Gavi di Terre di Maté è uno di quei vini da portare in tavola e condividere con le persone di cui si ama la compagnia.

Una riserva di verdelho che restituisce la profondità di un Madeira sofisticato eppure dotato di naturalezza, elegante e capace di soddisfare anche accostamenti gastronomici. Le note floreali e mielate non nascondono l'acidità, che ne bilancia il sorso abbinato a piatti di pesce.

Elegante come una cena dipinta dal conterraneo Paolo Caliari, il Veronese. Il primo sorso è un ritrovamento: l’ineffabile tocco dei fuoriclasse. Saranno le uve selette, sarà la cura meticolosissima nell’appassimento, sarà la maturazione e l’affinamento in legno e in cemento, sarà il modo unico in cui i frutti rossi, la ciliegia e l’amarena lasciano i loro sentori nel bicchiere, nei nasi e nelle bocche dei bevitori. Graditissimo ai ghiotti di selvaggina e arrosti, è venerabile nondimeno dagli aspiranti vegetariani. Ma non saranno poi amaroni pregiatissimi quei vini vivi d’un vermiglio rubino brillante, versati da giovani servitori africani in calici di terso cristallo nelle tavolate lussuosissime dipinte dal suddetto Paolo Caliari, detto il Veronese?
Fabbrica Pienza - Newton Bianco toscano, Igt 2022Ammettiamolo. Lo avessimo bevuto alla cieca in un bar di periferia, forse non racconteremmo la stessa storia. Ma il contesto, se non è tutto, qualcosa conta. E averlo sorseggiato tra una delizia gastronomica e l’altra su un tavolo impeccabilmente addobbato sotto la loggia in laterizio di una antica casa di campagna, davanti a un paesaggio quasi intatto della Val d’Orcia, una sera di fine estate in cui è mancato solo l’amore, ci ha fatto vieppiù apprezzare questo insolito blend tra Vermentino e Viognier. Il sapiente “mischione”, che l’enologo inglese Tim Manning ha ottenuto da due varietà che sembrano agli antipodi, ha confermato l’antica legge oraziana della “concordia discors”.

L’Alsazia sa produrre dei Pinot Nero in grado di stregare e il Saint Grégoire di Schoenheitz è uno di questi. Un naso di piccoli frutti, ciliegia, lampone, una nota aniciata, un accenno di cacao e liquirizia. Sorso di una sapidità intensa, umami, aromi quasi piritici, per una texture vellutata e lieve, seta, che sfuma in un riverbero erbaceo. Davvero buono.

Dal Castello di Montecavallo, cantina guidata dai fratelli Martina e Tomaso Incisa della Rocchetta a Vigliano Biellese, un'elegante interpretazione dei Nebbioli dell'Alto Piemonte. Da uve 100% nebbiolo raccolte da viti di oltre 40 anni nel vigneto Prella, un vino da invecchiamento che è un omaggio alla nonna dei proprietari, Clara Reda, fondatrice dell'azienda e pittrice che firmava i suoi quadri con l'anagramma "Aralcader", appunto. E anche nel calice si trasforma in una piccola opera di finezza e pulizia, con profumi di frutti rossi e sorso intenso, di buona acidità, con finale persistente e minerale. Da abbinare a piatti di carne e selvaggina, ma anche a primi piatti succulenti e corposi.

È tutt'altro che "austera" questa Barbera che Tenuta Montemagno realizza nel cuore del Monferrato regalando un vino dai toni gentili, che si presenta di un bel rosso rubino intenso, con profumi di marasche e frutti di bosco, e che in bocca è morbido e succoso, segnato da un bel gioco fra tannino e acidità e da una chiusura speziata e molto persistente. La stappiamo per un brindisi seduti a tavola, davanti a primi piatti corposi o secondi a base di carni rosse

Vendemmia manuale, fermentazione in tini di acciaio e di legno, affinamento solo in botte grande e nessun filtro per un vino di profondità, elegante e flessuoso. Il blend di grenache noir, mourvèdre, syrah, cinsault, clairette e altri vitigni allontana dall’identità di vitigno per portare in evidenza il territorio.
EUGENIA TORELLI per Vinonews24“Se a valle c’è nebbia, qua c’è il sole e sembra di stare su un fiordo di fronte a un mare di nebbia”. Non è ciò che si direbbe una persona poetica, Tanita Danese, che dal 2020 dirige la cantina Fongaro. Anzi, schietta e spontanea com’è, capisci che dev’essere così e basta. Eppure la sua etichetta Verde è uno di quei vini che non ti dicono tutto subito. Carattere erbaceo, accenni di vaniglia, poi miele e fiori d’acacia. Il sorso non cede troppo alle dolcezze, ma resta in equilibrio tra sapidità delicata e guizzo acido. Balsamicità di conifera. E quel metodo classico che cercavi sta poco lontano dalla più vasta produzione nazionale di bollicine. Un po’ come le chiavi, quando le cerchi e ti accorgi che ce le avevi in tasca.

Difficile definire “base” un vino con una produzione così contenuta, ma tant’è. Nerina è l’Etna Bianco di entrata di Girolamo Russo. In prevalenza carricante e la restante parte di vitigni autoctoni da vecchie viti. Al naso è una mela golden, erbe aromatiche, uno sbuffo di fumo, quasi pudico. Mentre il sorso è polpa carnoso, acidità e ritorni di frutto maturo, sapidità diffusa e un finale affumicato che dura a lungo assieme alla salinità. Non potenze, ma il calibrato risultato di tutte le componenti. Una voce pacata e completa in un mondo in cui tutti urlano.

Potrebbe essere la storia di Vinas Mora, con cui Kreso Petrekovic e Niko Dukan cercano di salvare la viticoltura locale dall’economia turistica delle coste dalmate o potrebbe essere l’immagine dei vigneti di babic e altre uve autoctone, incasellati in una trama di muri a secco strappati alla roccia di Primošten. Invece a restare nella testa è quella materia rossa, che ti fa mordere un sorso di frutta acidula e salata, profumato di mare, pepe, ciliegie e melograno. Non carnoso ma carnale, frutto sanguigno di un’idea che resiste.

È un unico vigneto chiamato Fontana Masorin, situato a 333 m.s.l.m sulla collina del Montello, affacciata sul borgo di Asolo, a dare origine a questa bollicina che invita a fare festa con la sua spuma leggera e cremosa e con le sue note fragranti di mela e frutta a polpa bianca alternate a sensazioni floreali. Al palato è tutto freschezza e mineralità, coerente con quanto percepito al naso ma impreziosito anche da tocchi tropicali. Lo proponiamo a tutto pasto con un menù a base di pesce, per esaltare la salinità di crudité e frutti di mare.

Vino da uve biologiche. Si mostra con un bel giallo paglierino brillante, piuttosto denso. Il naso è complesso e fine, spazia con intensità dai fiori bianchi alla frutta tropicale e agrumata e pesca bianca, erbe aromatiche, finocchietto, timo e qualche nota balsamica. È un bianco molto toscano e verticale anche in bocca, con morbidezze adeguate a equilibrare perfettamente una spiccata freschezza e mineralità. Complessivamente fine, armonico, equilibrato, di buona persistenza e con un grado di maturità tra il pronto e il maturo. Si abbina molto bene a piatti a base di pesce, crostacei e crudité, ma anche a carni bianche, paste al ragù di corte, formaggi di media stagionatura e perché no, cucina orientale.

Un borgo immerso fra le colline della Boemia settentrionale, ai piedi del Monte Sedlo, accoglie gli ospiti da tutta Europa per far riscoprire sapori e tradizioni di questo territorio, vivendo un'esperienza unica. E dai vigneti che circondano il villaggio viene questo riesling dal piglio sbarazzino, senza troppe sovrastrutture, che giovanissimo vibra di freschezze nordiche e dopo qualche anno in bottiglia svela raffinate sfumature vegetali e di idrocarburi.

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