
La Calabria vanta una tradizione vinicola antichissima, dato che sicuramente buona parte del territorio rientrava nella regione che gli antichi Greci chiamavano Enotria - ovvero “terra del vino” – e la leggenda vuole che i vini calabresi venissero offerti in premio ai vincitori delle Olimpiadi.
Ben lontana dai fasti classici, la viticoltura della regione ha però attraversato un lungo periodo di oscurità in tempi moderni. L’epidemia di fillossera a fine Ottocento inflisse un duro colpo ai vigneti locali e, per molti decenni, i vini di Calabria finirono per essere utilizzati quasi solo come vini da taglio, sacrificando la qualità all’anonimato. Solo negli ultimi anni, grazie alla caparbietà di numerosi produttori, il quadro inizia a cambiare: il livello qualitativo dei vini calabresi è salito notevolmente, puntando su vitigni autoctoni e tecniche moderne.
Questo percorso di riscatto ha spinto una crescita del movimento vitivinicolo regionale negli ultimi vent’anni, portando in dote un progressivo apprezzamento di critica e pubblico. E mentre la ristorazione del territorio ha iniziato ad approcciare le carte vini in maniera meno esterofila, comprendendo invece il valore di scelte legate alla produzione territoriale e in particolare ai vitigni autoctoni, gli investimenti promossi in particolare dalla Regione stanno portando la produzione enoica calabrese alla ribalta nazionale e internazionale.
Il fermento nella Calabria del vino, protagonista di una stagione di rinascita e consapevolezza, è dunque il risultato di un percorso di valorizzazione avviato dalla Regione Calabria investendo sull’identità territoriale, sui vitigni autoctoni e sulla promozione dei vini. “Il vino è un asset strategico per il nostro territorio – rimarca l’assessore regionale all’agricoltura Gianluca Gallo - non solo in chiave economica, ma anche come valore culturale e turistico. Siamo impegnati per valorizzare un’’identità prima ancora che un prodotto”.

Ecco spiegato il moltiplicarsi eventi e iniziative di respiro sovralocale che negli ultimi anni hanno fatto tappa in Calabria: dall’edizione extra-moenia del Merano Wine Festival fino al progetto Vinitaly and the City, approdato nel 2025 al Parco Archeologico di Sibari con una fusione tra vino, cultura e turismo, e in procinto di tornarci dal 18 al 20 luglio 2025. Senza contare la partnership importante con il Concours Mondial de Bruxelles, che dopo aver portato nel Cosentino la selezione principale nel 2022 ha già ufficialmente annunciato che la Calabria ospiterà nel 2026 una sessione del CMB.
La ricchezza e la vivacità del sistema-vino in Calabria trova espressione nel mosaico enologico, frutto di zone vitivinicole di forte identità. Oggi la Calabria conta nove DOC, che coprono sostanzialmente tutto il territorio regionale dal Pollino all’Aspromonte.
Nel nord, l’ampia area del Cosentino è stata oggetto di una vera riorganizzazione: nel 2011 si sono accorpate sette storiche piccole DOC in un’unica denominazione Terre di Cosenza, dando un nuovo impulso a tutta la viticoltura calabrese settentrionale, mentre la fondazione (nel 2014) di un Consorzio dedicato ha permesso di valorizzare i vitigni autoctoni - come il magliocco – passato da 10 a 60 aziende consorziate. Non va tralasciata poi la rinascita di antichi vitigni unicamente conosciuti in terra calabra: dai “vitigni reliquia” come il greco di Verbicaro e il mantonico nero, fino al moscato di Saracena (che nella vinificazione passita è anche presidio Slow Food).
Nell’area centrale della Calabria, le DOC Lamezia, Savuto e Scavigna abbracciano con i vigneti le colline e le zone pedemontane, apprezzate per i rossi strutturati e per i bianchi verticali. Sul versante ionico invece, in provincia di Crotone domina il Cirò - DOC riconosciuta nel 1969 e oggi avviata verso la DOCG - che rappresenta da sola quasi l’80 per cento del vino a denominazione della regione. Il rosso a base gaglioppo sta vivendo una rinascita grazie al lavoro dei produttori, sempre più concentrati sulla qualità e sulla riduzione delle rese, coniugando potenza e eleganza. Nella provincia cirotana rientrano anche la DOC Melissa e la piccola DOC Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, che sono una nicchia come il Greco di Bianco DOC nella Locride, un passito bianco da uve greco bianco appassite al sole.
Ascolta l'intervista al presidente della DOC Cirò Raffaele Librandi dal Vinitaly 2025
Sulla punta estrema, in provincia di Reggio Calabria, si estende invece l’areale della poco conosciuta DOC Bivongi - terra di rossi e bianchi tra vitigni locali e internazionali, dove il Consorzio è impegnato nell’azione di promozione come Vinonews24 ha già raccontato. Infine, nell’entroterra di Vibo Valentia, si sta lavorando alla nascita di una nuova denominazione: la DOC Costa degli Dei pensata per valorizzare i vini ottenuti da magliocco canino e zibibbo, come abbiamo raccontato nell’intervista al presidente del Gal locale.
Ecco allora che la Calabria, pur rappresentando una “nicchia” inferiore allo 0,5 per cento della produzione enoica italiana, spinge sul comparto vitivinicolo con ottimismo e ambizione. I progressi raggiunti finora dimostrano che puntare sulla qualità e sull’autenticità territoriale paga e le aziende calabresi premiate dalla critica sono in aumento. Restano certamente nuove sfide da affrontare – dalle infrastrutture al clima – eppure l’energia non manca, come raccontano i produttori incontrati da Vinonews24.
L’azienda agricola Spadafora 1915 nasce appunto nel 1915 nel territorio di Donnici, piccola frazione sulle colline a sud della città di Cosenza, dove la vocazione vitivinicola è tanto radicata da aver portato negli anni al riconoscimento della Dop Terre di Cosenza. Nel solco della tradizione, il nonno di Ippolito Spadafora avvia l’attività e oggi la terza generazione mette in campo un lavoro accurato per dare voce ai vitigni autoctoni, mettendo a sistema l’eredità tradizionale con la tecnologia in vigna e in cantina. “Abbiamo vigneti ad alberello oppure a cordone speronato - spiega Spadafora - con il magliocco dolce come vitigno di base, poi greco nero e mantonico; tra i bianchi ultimamente stiamo rivalutando un vitigno che si era un po’ perso, ovvero il pecorello, che abbiniamo anche al più diffuso greco bianco. Le lavorazioni avvengono in acciaio e vecchie botti grandi che abbiamo voluto restaurare dalla vecchia cantina di famiglia e che utilizziamo per fare gli affinamenti, soprattutto per alcune etichette più particolari”.
Il brand Spadafora viene distribuito solo nell’horeca, mentre da quattro anni è stato creato il brand Terramara per la grande distribuzione.

GLI ASSAGGI
Vitigni: greco nero
Vinificazione: in rosato, con breve contatto con la buccia, poi affinamento breve in barrique di tutta la massa
Naso floreale pronunciato e un effetto leggermente petillante - frutto di una (voluta) rifermentazione del residuo zuccherino di 3 grammi - fanno del Rosaspinq un calice perfetto per aperitivi e primi piatti di pesce. Compatto e sostenuto da una piacevole acidità, non si appesantisce nel sorso. Sul Rosaspina c’è anche un progetto solidale, per cui con ogni bottiglia si sostiene l’associazione Una mano sul Cuore per la ricerca e prevenzione delle malattie oncologiche femminili.

Vitigni: magliocco 70% greco nero 20% e malvasia bianca 10%
Vinificazione: raccolta e fermentazione separata in acciaio, dopo il blend passaggio di 12 mesi in barrique e 12 in bottiglia
Questo vino nasce sa un tradizionale vigneto misto, dove appunto ci sono poche piante di malvasia bianca tra i filari di rosso. Struttura e corpo voluminosi, al naso e al palato si percepisce l’affinamento che porta una certa dolcezza accanto a lamponi e visciole, compensata dall’emergere di eleganti note vegetali innestate nella trama tannica elegante.

“Mio padre era agricoltore e mio nonno era agricoltore, forse per questo era inevitabile che il richiamo della terra si facesse sentire”. Ermanno Falvo racconta così la vocazione che ha spinto lui e il fratello a riprendere in mano la masseria si famiglia, nonostante nei duri anni Settanta e Ottanta il padre li avesse spinti con decisione lontano dell’agricoltura. “Io e mio fratello siamo ingegneri ed entrambi ci siamo appassionati di vino, frequentandolo come winelover assieme alle nostre compagne - spiega Falvo - per questo abbiamo riallacciato le nostre storie a quella del nonno che faceva vino. Nostro padre invece, dopo che le vigne furono distrutte dalle malattie, decise di dedicarsi alla coltivazione di olio e clementine di Sibari. Alla sua morte abbiamo ripreso la tradizione agricola, acquistando terreni in collina e in montagna, tra le vette del Pollino e il mare”.
Da winelover e amanti della natura, posizionandosi nel parco del Pollino, i fratelli Falvo hanno puntato fin dall’inizio sulla sostenibilità. “Siamo certificati bio in Italia e anche da un’azienda svizzera che impone un disciplinare molto rigido - spiega Ermanno - anche in vigna e non solo nel vino abbiamo tenori di solfiti molto molto bassi, meno della metà di quello che è permesso in bio, avendo scelto un’agricoltura naturalezza”.
Con circa 80mila bottiglie, Masseria Falvo esporta il 60 per cento della produzione tra Svizzera, Austria e Germania, Danimarca e Usa. E sta spingendo nuovi progetti sull’enoturismo, con sala degustazione e possibilità di fermarsi per il pranzo.

GLI ASSAGGI
Vitigno: guarnaccia in purezza
Vinificazione: solo acciaio, con affinamento di 9 mesi
All’inizio tagliavano la guarnaccia con malvasia o moscato o riesling, poi hanno capito quanto valesse in purezza. Il naso porta freschezza e mineralità, tra fiori essiccati e zagara e polvere di polline. L’alcol raggiunge i 14,5 gradi, ma il vino ha complessità e una spalla acida che sorregge lo slancio. Bella tensione al palato, senza svenevolezze o aromaticità eccessive. Può reggere bene l’invecchiamento.

Vitigno: magliocco in purezza
Vinificazione: in acciaio
Un prolungato contatto con le bucce rendeva il vino più tannico, per cui la cantina ha scelto di ridurlo e ora i Falvo vorrebbero provare gli antichi orcioli che venivano usati per tener fresca l’acqua. Il naso rivela mora matura e freschezza, mentre in bocca sfumature vegetali e tannini croccanti sostengono il sorso in lunghezza. Tonico, può accostarsi con consapevolezza alla cucina calabrese.

La Cantina Campana è relativamente giovane, nel senso che tutto è iniziato con i genitori di Vitaliano Campana, che oggi guida questa realtà in terra di Crotone. “Mio padre ha voluto intraprendere questo progetto - racconta - perché il sogno della sua vita era avere una cantina e tutto prosegue con la seconda generazione a livello, rappresentata da noi quattro fratelli. Fin dall’inizio l’obiettivo era produrre vini di qualità per l’horeca, portando la Calabria come una nicchia di eccellenza”.
Con uve quasi totalmente proprie, Campana imbottiglia circa 35mila bottiglie l’anno, nell’ambito della Doc Cirò, la più antica della regione.

Vitigno: greco bianco 100%
Vinificazione: solo acciaio, utilizzando solo il mosto di sgrondo
Pallido nel calice, porta al naso note floreali di iris e tarassaco. In bocca è delicato quasi impalpabile, con un sorso leggermente agrumato e sapido.

Vitigno: gaglioppo 100%
Vinificazione: fermentazione in acciaio e poi 6 mesi barrique nuova e 12 mesi di secondo passaggio
Lievemente granato, al naso porta fiori essiccati e note agrumate di arancia amara, mentre il sorso ritrova l’arancia amara e sfumature vegetali, con una bella tensione e acidità. Eleganza sobria e tannini distesi, per cui si scoprono 14 gradi senza sentirli. La barrique non entra devastante ma garbata.

“La mia è una famiglia di contadini. Il mio bisnonno comprò della terra con i sacrifici fatti in America, ma tutti i figli sono stati emigranti in Argentina. Io ho fatto varie esperienze all’estero e nel nord Italia, lavorando nel settore informatico, ma poi ho deciso di tornare e di fare il vino”. Ha un che di epico il racconto del ritorno in Calabria di Mimmo Vinci. “Ho sempre avuto la passione del vino - prosegue - e quando son tornato giù ho deciso di produrlo. Ho iniziato con lo sfuso quasi dieci anni fa, quasi per gioco, ma ora sono tre anni che ho avviato l’imbottigliamento”.
Vinci produce 3000/3500 bottiglie di un Rosato e del Rosso classico superiore, entrambi da gaglioppo 100% frutto di vigneti lavorati “quasi come facevano i nostri nonni, nel senso che faccio il minimo indispensabile, non pratico una agricoltura aggressiva”.

GLI ASSAGGI
Vitigno: gaglioppo in purezza
Dedicato al padre (Giuseppe) nato nel 1947, è frutto di una vendemmia anticipata. Tutto inizia da una pigiatura soffice e zero macerazione. Leggermente aranciato nel calice, porta al naso profumi di zagara e pesca gialla, in bocca si presenta con una acidità leggera e grande sapidità, una spinta alcolica moderata, accogliente e poco tagliente.

Vitigno: gaglioppo in purezza
Vinificazione: macerazione di 10 giorni e poi rimane solo in acciaio
Leggermente granato nel calice, fa sintesi al naso di zagara e polvere di grafite. Il sorso è teso ed elegante, si percepisce il calore, è minerale e sapido tra note di corteccia e frutti rossi.

L’azienda agricola Serracavallo della famiglia Stancati a Bisignano, sulle colline che dominano la valle del Crati a 35 km da Cosenza, era rimasta sostanzialmente abbandonata e nel 1995 Demetrio Stancati ha iniziato un’opera di rinnovamento dei vigneti. “Ho avviato una selezione clonale dei vitigni autoctoni presenti in azienda da sempre come il magliocco dolce e il pecorello – racconta – ma ho impiantato anche vitigni internazionali come cabernet-sauvignon e chardonnay. E poi ho cominciato a imbottigliare, anche se per qualche anno credevo rimanesse più un gioco che altro”. Invece poi la passione è diventata seria e qualche assaggio critico ha confermato la buona riuscita del lavoro in cantina, “tanto che un rappresentante di Slow Food si è dichiarato entusiasta di questo vinaccio che avevo fatto in maniera casalinga”, chiosa Stancati.
Le vigne sono a 600 metri di altitudine su sabbione granitico, godendo di una forte escursione termica giorno-notte, e l’imprenditore rivendica un impegno a tratti eroico. In cantina utilizza i blend tra vitigni autoctoni e internazionali nei vini base, mentre salendo nella gamma la percentuale di taglio diminuisce fino a lasciare gli autoctoni in purezza. Vanta anche uno spumante metodo classico da uve chardonnay allevate a 1230 metri di altitudine.

GLI ASSAGGI
Vitigni: pecorello 55% e poi taglio riesling e chardonnay
Vinificazione: uve vinificate separatamente in acciaio
Naso elegante, che richiama il granito della Sila. Il sorso è tannico, con sentori leggermente dolci che passano una trama minerale. Bella la tensione in bocca.

Vitigno: magliocco dolce 100%
Vinificazione: fermentazione in acciaio, affinamento 30 mesi in barrique nuove e 12 mesi in bottiglia
Frutto di un unico vigneto, le uve subiscono un preappassimento in pianta con torsione del peduncolo e questo emerge nettamente nella dolcezza del vino, frutto della concentrazione zuccherina. L’affinamento in legno nuovo emerge chiaramente al naso con dolcezze vanigliate, mentre in bocca la dolcezza è compensata da una sapidità che sorregge il sorso e lascia una bella pulizia.

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