
Tenuta Artimino sta vivendo un cambiamento importante, perché la presentazione dei nuovi cru monovarietali, chiamati “i diversamente autoctoni”, segna l’inizio di una fase diversa. Una fase fatta di studio, più consapevolezza e più attenzione per far parlare nel vino le colline che circondano la villa medicea e il Barco Reale, trasformando il lavoro in cantina nel naturale risultato di quello che accade in vigna, come racconto del territorio.
Ad Artimino il vino non è una moda recente, ma una presenza che accompagna la storia del luogo da secoli, dentro un paesaggio in cui la villa medicea La Ferdinanda domina vigne, boschi e oliveti e in cui si percepisce molto chiaramente che la vite non è un pezzo della memoria del territorio. Nel bando del 24 settembre del 1716, infatti, il Granduca di Toscana Cosimo III de’ Medici delimitava le zone di produzione di quattro vini toscani: Chianti, Pomino, Carmignano e Val d’Arno di Sopra.

Carmignano - e quindi Artimino - viene indicato come luogo del vino e questo dimostra come la vocazione enologica di queste colline non sia cosa recente, ma oggi viene riletta e interpretata con strumenti più moderni.
La Tenuta Artimino appartiene alla famiglia Olmo dalla fine degli anni Ottanta e oggi si estende su 732 ettari che comprendono vigneti, circa 16mila olivi e 540 ettari di bosco - un patrimonio che non rappresenta solo la cornice paesaggistica dell’azienda, ma che fa parte delle scelte di gestione agricola, nella tutela della biodiversità, nel modo in cui si decide che tipo di vini produrre e come costruire la gamma.
Infatti Annabella Pascale, alla guida del consiglio di amministrazione di Artimino Wine Estate e della Fondazione Giuseppe Olmo, porta avanti una visione dell’azienda non solo come luogo di produzione, ma che tiene insieme l’unicità del paesaggio, l’eredità medicea, la ricerca agronomica e la responsabilità verso il territorio.
Il cambio di passo attuale nasce da una domanda semplice ma decisiva: capire che cosa vogliono davvero raccontare queste vigne. E per provare a dare una risposta, la famiglia ha preferito la strada più impegnativa: quella di fermarsi, studiare e osservare attivamente, avviando un lavoro di analisi dei suoli, di lettura delle esposizioni, di separazione delle parcelle e di micro vinificazioni ripetute vendemmia dopo vendemmia, per capire come si comportano le uve in condizioni diverse e quali caratteri restano invece costanti e riconoscibili nel bicchiere.

Pascale e Francesco Spotorno Olmo, esponenti della terza generazione, hanno costruito attorno alla Tenuta una squadra tecnica di alto livello, chiamando Riccardo Cotarella come consulente enologo e coinvolgendo figure come Attilio Scienza e Vincenzo Ercolino.
Con Cotarella è stato impostato un metodo di lavoro rigoroso, che ha previsto per tre anni di seguito vinificazioni separate delle uve provenienti dalle singole parcelle, confrontando poi i risultati con i dati agronomici, fino a ottenere una vera e propria mappa delle vocazioni interne alla proprietà, in cui alcuni appezzamenti hanno mostrato un carattere talmente definito da meritare la produzione di un vino in purezza.
Da questo percorso nascono i cinque cru monovarietali di Tenuta Artimino, che sono Custode delle Tele Sauvignon Blanc 2024, Moreta Sangiovese 2022, Poggipiè Cabernet Franc 2022, Punto Ombra Chardonnay 2022 e Vediavoli Chardonnay 2021. La linea è stata battezzata “diversamente autoctoni” perché, pur partendo in parte da vitigni internazionali, qui trovano un linguaggio diverso da quello consueto, meno legato ai modelli classici e più definiti dal suolo, dall’altitudine, dall’esposizione, dai venti e dalla luce tipica di queste colline.
Nelle prove di cantina è emerso chiaramente come sauvignon blanc, chardonnay e cabernet franc assumano ad Artimino un profilo che si può definire più toscano che internazionale, proprio perché i vini nascono con una linea di freschezza netta, una buona tensione, una bocca asciutta nel linguaggio e una profondità che non ricerca eccessi di maturità o di opulenza, ma preferisce uno stile più sobrio e verticale. Proprio questa è la peculiarità che la proprietà vuole esprimere.

L’obiettivo dichiarato è quello di avere etichette che si riconoscano al primo sorso, legate al luogo in cui nascono e capaci di raccontarlo con nitidezza anche a chi non conosce ancora la storia del Carmignano e delle colline medicee.
Il contributo di Cotarella si evince soprattutto nel modo in cui è stato costruito il percorso, perché prima di intervenire sullo stile dei vini si è lavorato sulla conoscenza del territorio, con uno studio di zonazione che ha permesso di capire dove ogni vitigno riesca ad esprimersi meglio.
Da qui sono nati protocolli di gestione più precisi in vigna e in cantina, fino a arrivare a una gamma che oggi ha due identità che si tengono insieme: da un lato i vini classici legati alla tradizione toscana e alla storia del Carmignano, dall’altro i cru monovarietali che rappresentano la parte più sperimentale e identitaria del progetto.
I nuovi cru sono quindi il primo segno visibile di un lavoro più lungo e più profondo, in cui tutte le componenti vengono pensate come parti di uno stesso racconto e non come comparti separati, mentre accanto ai “diversamente autoctoni” continuano a vivere i vini storici della casa - dal Carmignano Docg al Chianti Docg e alle altre etichette più classiche - che restano il legame diretto con la memoria del territorio e con un certo modo di fare vino che Artimino non ha alcuna intenzione di abbandonare.

ULTIME
NOTIZIE
è DISPONIBILE L'APP DI VINONEWS24.
SCARICALA ORA PER ACCEDERE AI NOSTRI CONTENUTI DAL TUO SMARTPHONE!
Puoi scegliere di impedire a questo sito web di aggregare e analizzare le azioni che intraprendi qui. Ciò proteggerà la tua privacy, ma impedirà al proprietario di imparare dalle tue azioni e di creare un'esperienza migliore per te e per gli altri utenti.