
Quella della Doc Trasimeno è la storia di una piccola produzione enologica alla ricerca dell’agognato posto al sole. Un’ambizione sorretta da un territorio bello, che si fonda su una storica vocazione alla viticoltura oggi spinta da uno sforzo enologico che ambisce a interpretare i vini con uno stile che il Consorzio non esita a definire contemporaneo.
Un sorso più semplice, un approccio informale al bicchiere e – speriamo – alla comunicazione, nella consapevolezza, forse, che questo non è ciò che avremmo voluto, ma calza alla perfezione con il qui e adesso. Realpolitik al sapore di grenache, adornata da uno dei tratti di Umbria più veri e veraci.
In attesa di conoscere gli esiti di una riforma che parte dal pieno riconoscimento del vitigno grenache, nel bicchiere la denominazione incuriosisce, grazie a una saporita generosità che fa il paio con buone tracce acide e alcune sortite nella macchia mediterranea. Alcol e tannini nella giusta misura chiudono un profilo talvolta semplice ma spesso godibile.
Andando oltre i vitrei confini del calice, simile svolta contemporanea può rappresentare anche un aggiustamento capace di riallineare i presupposti della Doc Trasimeno (come di tante altre Denominazioni italiane) alle tendenze di mercati dove il rosso sta faticando non poco. “In linea con i gusti e le modalità di fruizione del consumatore moderno”, direbbe un’ipotetica nota consortile, nella sua semplicità capace di evidenziare l’attuale mutamento della liturgia enoica, da tempo impegnata a ridefinire presupposti, luoghi e forme del vino.
A non mutare – fortunatamente - è invece la voglia di stare insieme di ampie fette della popolazione, che in una fredda serata ottobrina rispondono presenti, ritrovandosi per le vie di Corciano, un suggestivo borgo umbro impegnato a celebrare la locale festa dell’uva. Un popolo certo rumoroso, magari non educato al bere raffinato e dal polso ancora rigido, che dobbiamo però tenerci ben stretto se non vogliamo che il vino finisca costretto ai soli salotti buoni e cene forbite.
Così fosse, la conseguenza sarebbe quella di un suo progressivo allontanamento, con il concreto rischio di vedere spezzato quella trama che lega il vino alla cultura, alla storia e alla società italiana. A noi, in definitiva. E perché sia parte di noi, questo significa legame identitario, deve essere in mezzo a noi.
Altrimenti tanto vale un gin tonic.

Contrariamente al nome che porta, il gamay del Trasimeno non presenta alcuna relazione genetica diretta con l’omonimo vitigno, tipico della zona del Beaujolais, risultando invece identico alla grenache. Quest’ultimo, originario della Francia Meridionale, si è in seguito diffuso in Spagna, con il nome di garnacha, e in Italia, dove fece il suo ingresso nel XV secolo assumendo i contorni del cannonau sardo, della granaccia ligure, del tai rosso dei Colli Berici e, ovviamente, del gamay del Trasimeno.
Un fraintendimento le cui cause vanno ricercate nelle errate trascrizioni nei primi registri e cataloghi di vino che trattavano della zona e in quell’abitudine, manifestata fin da subito dai contadini locali, di coltivare la grenache con la tecnica dell’alberello, di origine francese, e non con quella tipica a vite maritata.
Consolidatosi nel tempo, l’errore si è poi trasferito nello stesso Catalogo Nazionale delle varietà di vite, che indica nel gamay N (codice 091) il vitigno ammesso nella produzione della Doc Trasimeno, inserendo però tra i sinonimi ufficiali del Cannonau (codice 051) il gamay ‘ai soli fini della designazione dei vini Do e Igt della Provincia di Perugia”.
Curiosa - e problematica per gli obiettivi consortili - è infine l’assenza della grenache tra i vitigni ricompresi nel catalogo, che impedisce la sua menzione - come tale - nella base ampelografica di un qualsiasi vino nazionale. Un limite nei confronti del quale lo stesso Consorzio si è mosso, compiendo i necessari passi utili a correggere questa lacuna.

La Doc ‘Colli del Trasimeno’ o ‘Trasimeno’ ha origine dal decreto del Presidente della Repubblica del 13 gennaio 1972 (GU 84 del 29 marzo 1972), più volte modificato.
La sua area di produzione è circoscritta a pochi comuni perugini, organizzati lungo le sponde del più grande lago dell’Italia centrale: Castiglione del Lago, Magione, Paciano, Panicale, Passignano sul Trasimeno e Tuoro sul Trasimeno, cui si aggiunge parte del territorio delle municipalità di Città della Pieve, Corciano, Perugia e Piegaro.
La zona presenta un vigneto variegato, dove sangiovese, Trasimeno gamay e grechetto rappresentano le certezze ampelografiche su cui poggiano le tante, troppe, tipologie ammesse a disciplinare. Un punto di mediazione, forse dovuto, tra i vitigni autoctoni e quegli internazionali giunti in zona a partire dal secondo dopoguerra, che oggi reclama una razionalizzazione. Ben venga dunque il focus sul gamay, anzi sulla grenache, che il Consorzio vuole inserire a disciplinare, specialmente se accompagnato da un disinvestimento dalle tipologie più fragili in termini identitari.
Apprezzabili le limitazioni imposte a rese massime e confini delle varie operazioni tecniche, che devono essere svolte nella zona di produzione, fatti salvi i diritti pregressi. Consueti i parametri chimico-fisici richiesti, così come la possibilità di ascrivere in etichetta alcune indicazioni toponomastiche, finanche ‘vigna’.
Risale invece al 1997 la costituzione del Consorzio Tutela Vini Colli del Trasimeno, in seguito ribattezzato Trasimeno Consorzio Tutela Vini. Sono diciassette le aziende associate, che con i loro 270 ettari vitati detengono approssimativamente il 90% del vigneto di zona (circa 300 ettari). In virtù della sua ampia rappresentatività, pari al 95% del prodotto rivendicato a Doc e 80% delle aziende rivendicatrici la Doc (dati 2023), il Consorzio vanta cosiddetti poteri erga omnes nei confronti di tutti gli utilizzatori della denominazione, a prescindere dal vincolo associativo.
Ascolta l'intervista al presidente del Consorzio sul podcast di Vinonews24
I numeri dell’ultimo quinquennio (2019-23) rivelano un duplice processo in atto nella zona trasimena. Da un lato si assiste infatti a una sensibile riduzione degli ettari rivendicati a Doc, e conseguentemente delle uve e del vino atto a divenire. Dall’altro una tenuta dei volumi imbottigliati, che dopo il significativo calo nel biennio 2020-21, sono risaliti fino a superare quota 3mila ettolitri, per complessive 403mila bottiglie. Un processo frutto probabilmente di una razionalizzazione durante l’imputazione dei carichi, con le aziende che sembrano ormai orientate a una scelta rivendicativa già in fase di raccolta.

Riguardo infine alla tipologia Gamay, i numeri confermano questa crescente attenzione da parte della filiera, che ha portato al raddoppio dell’imbottigliato complessivo (oggi compreso tra le 40mila e le 50mila bottiglie), al punto che più di una bottiglia su dieci a denominazione è ascrivibile alla stessa.
Contemporanei. È così che il Consorzio inquadra l’orizzonte enologico atteso, declinandolo in sorsi più agevoli nel bicchiere e per questo in linea con i gusti e le modalità di fruizione dei consumatori moderni.
Obiettivo che sembra prendere gradualmente forma innanzitutto nel bicchiere, con vini nel complesso capaci di semplificare i preziosi arabeschi di cui la grenache sarebbe capace, focalizzandosi su una prontezza di beva, peraltro tecnicamente solida.
Gli assaggi rivelano una frutta ben valorizzata, gustosa, spesso sostenuta da una solida vena acida. Ad accompagnarla note vegetali, a tratti balsamiche, e un tannino giovane ma raramente intrusivo. Bicchieri in definitiva semplici, che fanno il paio con quel quadro festoso e informale rappresentato dalla contemporanea festa del vino in quel di Corciano.

Etereo e vitale, dai tannini educati e un alcol mai eccessivo. La ciliegia domina una bocca dove fanno mostra di sé eucalipto e lime. Beva semplice, che regala un succoso finale al gusto di lampone.
Un ampio respiro di frutta polposa anticipa una bocca larga, dove è ben gestita la componente alcolica. Il sorso è nervoso, dal grande nerbo finale.
Alcol pungente al naso, overture del largo profilo sensoriale. Lieve tannino su trama gessosa, che si arricchisce di pepe nero e simboliche note balsamiche.
Tanta sostanza in un bicchiere che è un inno alla gioia. Frutta croccante e corpo alcolico, con tannini delicati che semplificano una bevuta comunque pizzicorosa.
Scuro in volto, è segnato da pepe e ribes. Tannico quanto basta, in bocca piega convintamente verso note balsamiche. Finale acceso e rumoroso.
Un’esperienza a cavallo di note polverose e ciliegie marasche. Minerale e tannico, se ne apprezza l’ampiezza nel centro bocca, dove rivela un tessitura quasi ematica. Succoso in chiusura.
Tanta ‘ciccia’ nel bicchiere, per un vino che sa di prugna e polvere da sparo. Grande estrazione e alcol generoso anticipano un finale vegetale ai sentori di incenso.
Leggero, agile, richiama le caramelline al lampone e note mediterranee. Scivola veloce attraverso la bocca, salvo riaccendersi in un finale sapido e vegetale.
I tratti balsamici simboleggiano un vino duro nei tratti. Tannini e nerbo in bella mostra, per un corpo fatto di frutta in divenire e cespugli di rosmarino.
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