
Nel nuovo (dis)ordine mondiale del commercio, il vino italiano mostra una tenuta sorprendente, anche se i segnali d'allarme non mancano. È il quadro eche emerge dall'assemblea generale di Federvini, che ha messo a fuoco uno scenario segnato da dazi, rallentamento dei consumi e ridefinizione delle rotte commerciali.
Il dato più pesante arriva dall'export: nel primo trimestre 2026, le importazioni di vino sui 12 principali mercati mondiali sono crollate del 17,1% a valore. A guidare il calo sono gli Stati Uniti, con un -38,9% rispetto allo stesso periodo del 2025, seguiti da Cina (-10,6%) e Canada (-10,5%). Le esportazioni italiane hanno comunque fatto meglio della media, segnando un -13,3%, in un contesto in cui tutti i grandi paesi produttori hanno perso terreno.
"Il 2025 ci ha messo alla prova con un'intensità senza precedenti - commenta Giacomo Ponti, presidente di Federvini - Le nostre imprese hanno dimostrato una capacità di adattamento straordinaria. Ora è fondamentale che la ratifica dell'accordo UE-USA si concluda rapidamente: non possiamo pensare di sostituire il mercato americano, ma possiamo e dobbiamo diversificare, innovare, presidiare i tavoli europei con ancora più determinazione. Siamo portatori di un valore strategico — economico, culturale, identitario — che nessun dazio può intaccare".
Sul fronte domestico, la gdo offre segnali più incoraggianti. Il vino chiude il primo trimestre con un lieve calo a volume (-1%) ma cresce a valore (+2,2%). Gli spumanti continuano la loro corsa: +8,7%, su un trend positivo che dura da oltre cinque anni. Gli spirits rimbalzano con più forza (+2,9% a volume), trainati dagli aperitivi alcolici e dai sodati, con il gin in crescita e la grappa ancora in negativo. Bene anche gli aceti: +2,4% a valore e +1% a volume, con l'aceto di mele protagonista e l'Aceto Balsamico di Modena Igp stabile.
Sul fronte export, controcorrente rispetto al vino, gli spirits registrano una variazione positiva nel primo bimestre 2026: +5,8%, trainato dalle esportazioni verso Spagna e Regno Unito.
Più complesso il quadro fuori casa, dove pesa il divario tra costo della vita e retribuzioni. I consumi di vino e spirits nella ristorazione sono fortemente correlati alla fascia di locale: il 55% dei frequentatori di ristoranti di fascia alta dichiara di consumare sempre vino o bollicine, contro il 25% della fascia media e appena l'11% di quella bassa. Un dato che racconta molto sulla distribuzione del valore nel settore. Vale la pena segnalare anche che il 67% dei consumatori ritiene la scelta del vino determinante per la qualità complessiva dell'esperienza al ristorante, un argomento che la ristorazione di qualità farebbe bene a non sottovalutare.

Uno dei dati più interessanti emersi dall'assemblea riguarda proprio il mercato più colpito dai dazi. Una consumer survey condotta su 1200 consumatori statunitensi rivela una fedeltà al brand Italia che resiste all'aumento dei prezzi: meno del 10% ha sostituito i prodotti italiani con alternative, e di fronte a un ipotetico rincaro del 20%, una quota significativa dichiara che non cambierebbe le proprie abitudini d'acquisto. Il principale driver resta la qualità percepita: il 47% la associa ai vini italiani, il 48% agli spirits, il 42% all'Aceto Balsamico di Modena IGP.
Tra le tendenze da monitorare, l'interesse crescente delle fasce più giovani verso vini biologici o naturali (percepiti come interessanti dal 53% dei 18-24enni) e, in misura più selettiva, verso vini a basso contenuto alcolico o dealcolati. Tendenze ancora minoritarie, che non intaccano la centralità delle categorie tradizionali, ma che segnalano un cambio di linguaggio generazionale che il settore non può ignorare.
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