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Agroalimentare Italia, export +8% nonostante calo consumi e dazi. Comparto cerca di superare difficoltà interne e esplora nuove rotte.

Agroalimentare Italia, export +8% nonostante calo consumi e dazi

di redazione | 26 Maggio 2025

Il comparto cerca di superare le difficoltà soprattutto nel mercato interno e intanto prova a esplorare nuovi mercati. Ma il potere d’acquisto delle famiglie cala e l’inflazione non arretra. L’analisi di Denis Pantini, Responsabile Agrifood e Wine Monitor di Nomisma.

L’industria agroalimentare italiana sta attraversando un momento di grande incertezza, stretta fra la morsa del calo dei consumi interni, che non riescono a riprendersi, e la minaccia dei dazi da parte dell’amministrazione USA, autentico spauracchio per il nostro export. Nonostante ciò, anche nel 2024 l’Italia ha aggiornato il proprio record superando i 67 miliardi di euro di esportazioni di prodotti agroalimentari, facendo meglio di tutti i principali competitor in termini di crescita percentuale, con un avanzamento dell’8% rispetto all’anno precedente. Numeri eccellenti che già quest’anno potrebbero però risentire dell’introduzione dei dazi USA.
Secondo Denis Pantini, responsabile Agrifood e Wine Monitor di Nomisma, “L'agroalimentare è un settore anticiclico e, quindi, in teoria dovrebbe risentire meno delle tensioni derivanti dalla congiuntura economica. Tuttavia, soprattutto per quanto riguarda il mercato interno, il 2024 ha patito il lascito dell'inflazione che ha colpito il paese a partire dal biennio ‘22-‘23. Questo ha ridotto, più di altri fattori, la capacità di spesa delle famiglie. Basti pensare che negli ultimi 4 anni le vendite di prodotti alimentari in Italia sono sempre state in crescita dal punto di vista del valore, ma in calo dal punto di vista del volume. Morale: il consumatore con la stessa quantità di denaro spesa ha comprato meno prodotti”.
Nella sua analisi Pantini evidenzia come in questo momento storico la stessa incertezza gravi anche sui consumi fuori casa, segmento cruciale per il comparto agrifood. “Archiviata la stagione dei lockdown causati dalla pandemia, il consumo fuori casa era ripartito in modo incoraggiante – sottolinea - ma anche questo trend positivo si è via via afflosciato, anche in questo caso per via dell’aumento continuo dei prezzi e dei redditi delle famiglie che non tengono il passo. Questo porta inevitabilmente a guardare con maggiore attenzione al prezzo di un prodotto e a cercare sconti e promozioni. Non per nulla tra tutti i format distributivi, il discount è quello che si mostra in crescita”.
Sui consumi agroalimentari degli italiani, accanto al clima di sfiducia, la minore capacità di spesa delle famiglie e fattori congiunturali di natura economica, secondo Nomisma incidono anche il calo demografico e l’invecchiamento della popolazione. Inoltre, si intravedono all’orizzonte nuovi trend che incidono in modo sempre più marcato sulle scelte del consumatore, con una crescente attenzione di chi acquista verso la sostenibilità, i prodotti bio, i cibi arricchiti, i vini dealcolati. “Gran parte dei consumatori si dicono attenti a questi aspetti ma poi, in periodo di congiuntura negativa, l’aspetto economico tende ovviamente a prevalere” riflette Pantini.

L’industria agroalimentare italiana sta attraversando un momento di grande incertezza, stretta fra la morsa del calo dei consumi interni, che non riescono a riprendersi, e la minaccia dei dazi da parte dell’amministrazione USA, autentico spauracchio per il nostro export.
i dazi USA incombono sull'export agroalimentare italiano

LE DIFFICOLTÀ INTERNE SPINGONO VERSO NUOVI MERCATI

I dati positivi dell’export agroalimentare italiano certificano una crescente attenzione verso l’estero, non solo da parte delle grandi aziende di settore, ma anche delle imprese più piccole, che provano a ritagliarsi spazi di sviluppo e a diversificare i mercati di destinazione. Dobbiamo però considerare che in Italia, fra alimentari e bevande, esistono più di 50 mila aziende e solo il 15% circa ha più di 10 addetti. Un universo di piccole imprese, a cui spesso è precluso il mercato estero.
“Per supportare il settore e valorizzare i prodotti Made in Italy – analizza Pantini - è certamente fondamentale il ruolo dei consorzi e in molti Paesi il nostro agroalimentare beneficia anche di una diffusa presenza di ristoranti italiani, che fungono da promotori delle nostre eccellenze. Questo è particolarmente evidente in Europa e nelle Americhe, molto meno in Asia. Diverso è il ruolo delle catene distributive perché l’Italia non ha insegne che operano su altri mercati e scontiamo un gap evidente con i francesi, nostri principali competitor a livello internazionale per molti prodotti, che invece possono contare su catene di distribuzione presenti in molti paesi e che, spesso, tendono a favorire sugli scaffali prodotti nazionali”.

DAZI E EXPORT: QUALE FUTURO PER L’AGROALIMENTARE ITALIANO?

Oggi ci si trova a dover fare i conti con dazi del 10%, certamente più alti di quelli a cui eravamo abituati ma ancora distanti da quelli applicati in altri paesi, come ad esempio la Cina e il Brasile. È però evidente che lo scenario cambierebbe radicalmente se dal prossimo luglio si salisse al 20%, come ventilato da Donald Trump.
“Dopodiché, è bene interrogarsi su un punto cruciale – prosegue Pantini -: dove finisce il prodotto italiano, in gdo o nella ristorazione, ovvero nel carrello della spesa o sulla tavola di un ristorante italiano? E viene venduto pronto per il consumo, oppure è utilizzato come ingrediente per una pietanza? Nel secondo caso, il ristoratore potrebbe cercare un’alternativa più conveniente, mentre in tutte le altre ipotesi la forza del marchio Made in Italy potrebbe contribuire a contenere il calo di vendite. Detto questo, è ovvio che le preoccupazioni ci sono, legittime e motivate. Al contempo, l’introduzione di dazi sulle importazioni europee potrebbe mettere ancora più pressione su un’economia già in difficoltà come quella della Germania, il nostro principale paese di sbocco per il food & beverage, con una ricaduta negativa sul consumatore tedesco che acquista prodotti italiani. Per questo mi auguro si giunga a un accordo equilibrato. Ad ogni modo, è sempre opportuno diversificare il rischio esplorando altri mercati nella consapevolezza che questo richiederà tempo e investimenti”.

 

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