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Dalle grandi reti televisive mondiali alla laguna di Venezia. L’avventura enologica di Michel Thoulouze a Sant’Erasmo

Dalle grandi reti televisive mondiali alla laguna di Venezia. L’avventura enologica di Michel Thoulouze a Sant’Erasmo

di Gian Omar Bison | 19 Ottobre 2026

Storia dell'orto-vigneto veneziano a Sant’Erasmo, dove Michel Thoulouze produce un vino bianco d'eccellenza, scelto dall'alta cucina internazionale e immaginato a Rauscedo. Faccia-a-faccia con un imprenditore che ha scelto Venezia per un progetto fuori dall'ordinario.

Nei modi di Michel Thoulouze si riconosce il tratto inconfondibile di chi ha attraversato i palazzi del potere internazionale, i corridoi della diplomazia e i vertici dei grandi media globali senza mai farsi conficcare addosso nessuna spilla di appartenenza corporativa, nessun conformismo da salotto buono. Francese del Languedoc, nato nel 1945 a Pézenas - la città che fu culla di Molière - Thoulouze porta dentro di sé il nomadismo aristocratico di una famiglia che ha fatto della curiosità intellettuale, del viaggio e del dovere civile una regola ininterrotta di sopravvivenza e di crescita.
Suo padre, André Thoulouze, era un ufficiale e un pilota dell'aviazione militare francese. Un uomo di straordinaria modernità, di quelli che possedevano il raro dono di non imporre dogmi né alle fedi politiche né alle scelte di vita dei propri figli. Quando si trattò di affrontare la leva obbligatoria in un'epoca in cui le caserme rappresentavano ancora un blocco granitico e spesso ostile per le ambizioni giovanili, fu proprio il padre a sostenere Michel nella sua convinzione di non voler assolvere all'impegno militare: “Lascia perdere”, gli disse, lasciandogli campo libero, senza pressioni né ricatti morali, per volare verso i suoi veri traguardi formativi e professionali.

DALLE STANZE DEL POTERE AI CIELI DI ROMA

La giovinezza di Michel non ha un baricentro fisso; è una mappa geografica in continua espansione che si allarga e si contrae tra la Germania della ricostruzione, le strade brulicanti di Parigi, la luce splendente della Provenza, Londra e, soprattutto, un’indimenticabile, mitologica Roma. E sempre al seguito degli impegni nella diplomazia, e poi si scoprirà anche nello spionaggio, del padre.
È la Roma del 1956, quella della Dolce Vita, del cinema che incantava il mondo intero, dei caffè di Via Veneto e dei registi che inventavano il neorealismo tra i vicoli del centro. A Roma, in quel fatidico anno, la famiglia abita in una delle dimore più affascinanti della città, prossima alla casa dei Franchetti. “A Roma avevamo la fortuna di abitare in via Gregoriana - ricorda Michel - e per me ragazzino significava scorrazzare libero nei giardini storici dell'Appia Antica, scambiando fumetti francesi introvabili in Italia con i figli della nobiltà romana. Erano i miei primi traffici internazionali, e lì ho capito che la curiosità non ha confini. Eravamo immersi in un mondo che stava cambiando pelle, tra le prime automobili e le chiacchiere nei caffè storici dove mio padre incontrava ambasciatori e intellettuali di passaggio”.
In quegli anni romani si consumano dettagli e incontri che sembrano usciti da un romanzo di spy-story o dalla sceneggiatura di un film d'autore. L'ambasciata di Francia, in virtù del rango diplomatico e dei legami istituzionali, mette a disposizione della famiglia un aereo privato: un Morane-Saulnier, identico velivolo presidenziale utilizzato da Enrico Mattei, il leggendario e potente fondatore dell'Eni, che André pilotava. E sarà proprio il padre di Michel, ingegnere e tecnico dell'aeronautica, a essere chiamato a contribuire con la sua altissima competenza tecnica alle perizie riservate sulla tragica e misteriosa fine di Mattei nei cieli di Bascapè nel Pavese.
Thoulouze lo racconta con estrema precisione e senza filtri. “Mio padre venne chiamato direttamente a esaminare i resti e la dinamica di quel disastro. Non c'erano misteri di spionaggio internazionale, trame oscure o complotti da Guerra Fredda, come si favoleggiava all'epoca sui giornali. Era la cruda, fisica e implacabile realtà di un manager eccezionale che aveva deciso scientemente di volare contro ogni regola del buonsenso meteorologico a causa della sua implacabile, ferrea volontà di comando e della sua maledetta fretta di arrivare a destinazione”.

TRA I LANCI D’AGENZIA E L’ORTF

La vocazione per la notizia, per il giornalismo d'assalto, per la verifica rigorosa dei fatti e per la precisione formale nasce prestissimo, quasi per un gioco severo imposto dalla famiglia come contrappeso alla comodità borghese. A Parigi, mentre si iscrive all’università per studiare economia - una scelta fatta, ammette oggi sorridendo con autoironia, “per insufficienza di idee precise sul futuro e per non scontentare nessuno” - il padre gli trova un impiego estivo che avrebbe segnato per sempre la sua educazione morale e professionale: i turni di notte a selezionare, tagliare e scremare i lanci delle grandi agenzie di stampa internazionali. Sulle bobine di carta continua che srotolavano notizie a getto continuo nel silenzio spettrale della notte parigina, tra il ticchettio meccanico delle macchine e l'odore acre dell'inchiostro, Michel impara a pesare le parole, a scartare il superfluo, a riconoscere la notizia vera e fondata da quella gonfiata o costruita a tavolino.
Quel lavoro di scrematura intellettuale, durissimo e formativo, lo catapulta a soli ventuno anni nel cuore pulsante dell'ORTF (Office de Radiodiffusion - Télévision Française), il servizio pubblico radiotelevisivo francese dell'epoca d'oro. Da quel momento la sua ascesa nei ranghi della televisione di stato è verticale e inarrestabile: redattore degli esteri, voce autorevole dei telegiornali della sera e della notte, e a soli ventinove anni già nominato capo di tutta l'informazione sportiva di Francia, gestendo redazioni complesse e pressioni enormi. Ma è nella ideazione e nella realizzazione dei grandi documentari d'inchiesta e di reportage che Thoulouze esprime il suo genio narrativo e la sua cifra stilistica. Un impegno autoriale che gli vale riconoscimenti internazionali straordinari: la conquista di un Emmy Award e, primato rarissimo, per ben cinque volte la vittoria del prestigioso premio Prix Italia.
Eppure, il giornalismo di stato ha un prezzo altissimo quando si muove sui crinali scivolosi della politica e del potere. Negli anni delle grandi turbolenze governative e dei cambi di maggioranza, ogni volta che un nuovo ministro o un amministratore nominato dai partiti cercava di imporre la censura preventiva, di addomesticare la linea informativa o di mettere le mani sui telegiornali, Thoulouze era regolarmente il primo a finire sulla lista degli epurati e dei licenziati. Ma la sua risposta all'amministratore di turno che cercava di umiliarlo o di liquidarlo era sempre la stessa, gelida, sferzante e imperturbabile: “Tieni i conti in ordine e tienimi il posto caldo, perché tanto io ritorno”. E puntualmente, quando il governo successivo si trovava nei guai e aveva bisogno disperato di ristabilire la credibilità perduta agli occhi del pubblico, lo richiamavano al vertice per rimettere in piedi la macchina.

Francese del Languedoc, nato nel 1945 a Pézenas - la città che fu culla di Molière - Thoulouze porta dentro di sé il nomadismo aristocratico di una famiglia che ha fatto della curiosità intellettuale, del viaggio e del dovere civile una regola ininterrotta di sopravvivenza e di crescita.
Michel Thoulouze

LE SFIDE DI CANAL+

La seconda grande rivoluzione della sua vita professionale si consuma a cavallo degli anni Ottanta e Novanta, con la nascita della televisione a pagamento, della televisione satellitare e dei canali tematici specializzati. Thoulouze è tra i pionieri assoluti che inventano e strutturano il sistema rivoluzionario di Canal+ in Francia, e proprio in virtù di quel successo formidabile viene chiamato in Italia per scommettere su un'idea all'epoca considerata folle, visionaria e destinata al fallimento: strutturare e guidare Telepiù, la prima pay-tv a codifica criptata della storia italiana acquisita per il 90% da Canal+ nel 1997 e fondata a suo tempo dal Cavaliere Berlusconi insieme con Vittorio Cecchi Gori e Leo Kirch. Il preludio alla fondazione di Sky Italia da parte di Rupert Murdoch.
Sono gli anni in cui Michel siede anche nel consiglio di amministrazione di Mediaset e impara a conoscere le viscere più profonde del potere politico ed economico del Bel Paese, tessendo relazioni complesse, decisamente impegnative ma fondamentalmente sincere con i protagonisti assoluti della Prima e della Seconda Repubblica. Conserva il ricordo limpido, venato di affetto e rispetto, di Adriano Galliani, definito senza esitazioni “una persona perbene, molto perbene”, un compagno leale di lunghe trattative commerciali, di visionarietà industriali e di sfide sui campi di calcio aziendali. E traccia un ritratto affascinato e sorpreso di Silvio Berlusconi, raccontando: “Silvio era un uomo che, al di là della corazza mediatica, degli imperi societari e della liturgia rigida del potere politico, cercava nel rapporto umano interpersonale una forma semplice, quasi infantile, di affetto, di approvazione e di rassicurazione. Si dimostrava capace di gesti di amicizia inattesi, generosi e genuini che scavalcavano regolarmente i protocolli ufficiali e le barriere aziendali".
Accanto a lui, riconosce la statura intellettuale e la sensibilità istituzionale di Walter Veltroni, ricordando con gratitudine: "Walter non esitò un attimo a salire su un aereo per Parigi pur di difendere pubblicamente il sistema di contenuti culturali europei che stavamo montando, opponendosi con forza e coraggio alle logiche americane della chiusura commerciale e del monopolio globale”.

L’UNIVERSITA’ DEL GUSTO E LE AVVENTURE IN BORGOGNA

Ma come si transita dai palinsesti televisivi satellitari, dai consigli di amministrazione internazionali e dalle stanze ovattate del potere alle zappe, ai filari di viti e alla terra umida e salmastra di una laguna? La risposta profonda affonda le radici negli anni universitari parigini, all'interno di un sodalizio elitario, colto e profondamente goliardico: un club ristretto di giovani gastronomi rigorosamente under 30. Ogni mese, a turno, uno dei membri aveva il compito tassativo di organizzare una cena sociale in un grande ristorante di altissima qualità della capitale o della provincia francese, rispettando un budget rigorosamente minimo, quasi simbolico.
Erano gli anni in cui la grande cucina francese di Paul Bocuse, dei fratelli Troisgros e della Nouvelle Cuisine muoveva i suoi passi trionfali, ridefinendo il canone mondiale del gusto. “Eravamo una banda di studenti squattrinati - racconta con un sorriso divertito e nostalgico Michel - ma con le idee chiarissime sul cibo e sul piacere della tavola. I grandi chef ci accoglievano sempre con una simpatia mista a stupore perché sapevamo ordinare i tagli di carne meno nobili, le frattaglie trattate da re o i vini delle denominazioni minori pur di far quadrare il budget ridottissimo della serata, trasformando ogni convivio in una lezione magistrale di educazione sensoriale e di umiltà gastronomica”.
Quel gruppo di amici, formati alla scuola del gusto più intransigente e della convivialità colta, decise un giorno di compiere il grande salto esistenziale: abbandonare le carriere urbane, le sicurezze borghesi e le scrivanie per comprare vigne in Borgogna, quando i prezzi della Côte de Nuits e della Côte de Beaune erano ancora accessibili a dei giovani sognatori con poche risorse economiche. Modernizzarono un sistema agricolo antico, impolverato, immobile e ancorato a pratiche superate. Quando uno di quei compagni di strada, destinato a diventare il "papa assoluto" della denominazione di Hermitage e Saint-Joseph — il compianto, indimenticabile Alain Graillot - volle festeggiare il decimo anniversario di matrimonio di Michel, gli aprì letteralmente le porte della cantina privata per consegnargli bottiglie inarrivabili a prezzi ormai leggendari, cementando un'amicizia indissolubile fondata sul rispetto della terra. E quando quella stessa cerchia di giganti della terra seppe che Thoulouze aveva in mente di piantare viti nel fango della laguna di Venezia, dapprima lo presero unanimemente per pazzo furioso, salvo poi richiamarlo al telefono dopo qualche giorno con un entusiasmo travolgente: “In Europa non c'è più nessuno capace di inventare un vigneto dal nulla, tanto meno su un'isola in mezzo alle lagune. L'idea è folle e bellissima: veniamo noi ad aiutarti sul campo”, dissero.

LA FOLLE SCOMMESSA DELLA LAGUNA

L'arrivo da Milano nella Laguna di Venezia avviene per vie sentimentali, geografiche e intime. La seconda moglie di Michel, medico psichiatra impegnata in prima linea nel difficile e doloroso recupero dei tossicodipendenti negli anni più duri della periferia, cercava disperatamente un rifugio di silenzio, di isolamento e di pace assoluta. La figlia Mathilde - oggi brillante ingegnere bio-clinico con un master prestigioso all'università di Stanford - trovava in quella Venezia senza auto e fatta d'acqua il regno incantato, protetto e irripetibile della libertà infantile. Solcando la laguna a bordo di una barca, dopo un pranzo alla Locanda Cipriani a Torcello, l'occhio di Michel cade casualmente su un rudere di fronte all'acqua, immerso nella quiete vegetale di Sant'Erasmo, l'isola che storicamente costituisce il polmone orticolo, agricolo e alimentare della Serenissima.
Quando acquista la proprietà, i contadini dell'isola lo accolgono con la diffidenza gelida, guardinga e silenziosa che da sempre si riserva agli stranieri venuti da fuori, guardando a quel fazzoletto di terra incolta e abbandonata con scetticismo contadino. Ma la storia, beffarda e generosa, ci mette lo zampino: scandagliando gli archivi storici polverosi, spunta una mappa cartacea seicentesca che sul terreno esatto acquistato da Michel menziona l'esistenza di un antico vitigno autoctono e glorioso, “Il Vino del Nobiluomo”.
È la scintilla che fa divampare il fuoco sacro. Thoulouze chiama immediatamente a raccolta la sua squadra di fuoriclasse della terra, mobilitando l'agronomo di Romanée-Conti e il maestro Alain Graillot. Il diktat impartito dai grandi maestri francesi è scolpito nel marmo e non ammette repliche. “Mai un enologo - ripete Michel - Il vino non si fa in cantina, si fa nei campi”. Per i primi due o tre anni dall'acquisto, la terra non viene mai rivoltata ma piantumata con precisione: nessun aratro profondo, nessuna violenza meccanica, nessuna fresatura aggressiva, per consentire alla microflora, ai batteri autoctoni, ai lombrichi e alla biodiversità sotterranea di risorgere dal sonno secolare in cui l'abbandono l'aveva precipitata. E Thoulouze sottolinea con forza il metodo adottato: “all'inizio non abbiamo toccato nulla per anni. Dovevamo lasciare che la terra tornasse a respirare da sola, senza aggredirla con la meccanizzazione pesante o con scorciatoie chimiche”.

L'ORTO DI VENEZIA

La scelta delle varietà di viti da mettere a dimora non è frutto di mode commerciali, di tendenze di mercato o di nostalgie di facciata. Michel compie un viaggio di studio rigoroso, quasi accademico, nei centri di ricerca ampelografica più avanzati d'Italia, a cominciare dai Vivai di Rauscedo, dove sono custoditi tutti i cloni e i vitigni del mondo intero, sottoposti a continue micro-vinificazioni sperimentali. Passa due giorni interi a Rauscedo ad assaggiare campioni su campioni, affinando un palato analitico e sensoriale che finisce per sbalordire gli stessi tecnici e ricercatori residenti.
“Non abbiamo mai visto nessuno assaggiare in questo modo - ricorda con orgoglio Michel - e capire al volo l'equilibrio degli aromi, dei tannini e delle percentuali, ci dissero ammirati e increduli i tecnici, stupiti dalla mia capacità di evitare i cloni sbagliati usati solo per produzioni industriali di massa”. È esattamente così che prende forma il mosaico enologico dell'Orto di Venezia, la cui formula agronomica poggia su percentuali meticolose: l'uvaggio è composto da una percentuale precisa, pari al 60% di malvasia istriana (proveniente originariamente dalla costa dalmata), 30% di vermentino e 10% di fiano d'Avellino. All'interno di questo bilanciamento, la malvasia viene scelta e dosata perché dona una struttura possente, carnosa e avvolgente, “sebbene - spiega Michel - dia molta struttura ma manchi un po' di aromi”; il vermentino, che a volte rischia di essere troppo prorompente o aromatico ma che qui, immerso in quel micro-clima salmastro, “regala una spinta olfattiva e una verticalità incomparabile”; e infine il fiano, inserito come prezioso tassello di chiusura “per conferire al vino quella grazia millimetrica e quella chiusura perfetta in bocca”.
Il risultato di questo lavoro meticoloso è un vino d'altissima gamma che ha varcato i confini della laguna per imporsi sulle tavole dell'élite globale: il vino viene servito in una sessantina di ristoranti stellati Michelin (tra cui il Mudec a Milano con Enrico Bartolini, da Aimo e Nadia, e a Parigi da Alain Ducasse all'hotel Plaza Athénée) e persino sull'Orient Express. Un traguardo sbalorditivo che sfida sfrontatamente il tempo e le convenzioni.

L'uvaggio dell'Orto di Venezia è composto da una percentuale precisa, pari al 60% di malvasia istriana (proveniente originariamente dalla costa dalmata), 30% di vermentino e 10% di fiano d'Avellino

TERROIR UNICO E SICCITÀ IN LAGUNA

Interrogato sul segreto della sua incredibile longevità - capace di evolvere e invecchiare vent'anni pur essendo un vino bianco lagunare, un unicum assoluto nel panorama enologico - l'agronomo di Romanée-Conti gli disse chiaro e tondo: “se vuoi fare un grande vino qui dentro, devi piantare esclusivamente su questi quattro ettari e mezzo”. Un micro-terroir irripetibile al mondo, totalmente sganciato dai cliché: “non siamo vicini al mare su suoli sabbiosi classici e neppure su terre vulcaniche tradizionali, ma ci troviamo di fronte a un'argilla nera di formidabile potenza, a sedimenti dolomitici che portano una mineralità tagliente, e a quel calcare antichissimo formato dai conchigliami marini accumulati nei secoli dalle correnti lagunari. Quando abbiamo analizzato i profili dei terreni, ci siamo resi conto che avevamo tra le mani un unicum assoluto: argille pesanti miste a conchiglie fossili che regalano al vino una salinità e una spalla acida che non trovi altrove nel continente”.
Ma fare agricoltura e viticoltura in un ambiente estremo come la laguna di Venezia è un atto di eroismo quotidiano, di resistenza fisica e mentale. Negli ultimi anni, la morsa di una siccità implacabile, feroce e prolungata ha colpito duramente Sant'Erasmo, costringendo Michel a fare i conti con una vera e propria catastrofe ecologica: la perdita traumatica di moltissimi ceppi storici, arrivando a dimezzare letteralmente le viti messe a dimora nell'aprile del 2003.
Un dolore immenso, un colpo al cuore mitigato solo dalla tenacia delle nuove piantumazioni rigorose operate sempre all'interno di quei quattro ettari e mezzo perimetrati. E con la siccità arriva anche il grande rimpianto professionale. “Per fare un grande vino non bisogna irrigare mai, questa è la regola aurea della viticoltura classica per non perdere la forza profonda della pianta e la concentrazione dell'uva - confessa Michel con candore spietato e autocritica severa - Ma quando ti trovi tre anni consecutivi senza una singola goccia d'acqua dal cielo e rischi di veder morire l'intero patrimonio vitato che hai curato come un figlio, sei costretto a cedere: oggi uso l'irrigazione a goccia con il tubicino solo in casi estremi, come quando la siccità non molla la presa per due mesi consecutivi”.
Una gestione intransigente, pragmatica e scientifica che si riflette anche nel rifiuto radicale delle etichette di comodo, del marketing ecologista e delle mode ideologiche sul biologico di facciata. Thoulouze non si converte alle certificazioni di tendenza e affonda il colpo senza mezzi termini. “Da noi vige l'ipocrisia collettiva per cui tutto ciò che fa l'uomo è intrinsecamente cattivo e corrotto, e tutto ciò che fa la natura è santo e benefico. Ma dimentichiamo che proprio in natura ci sono i veleni più letali e spaventosi della terra, dalla ricina all'arsenico. Spesso chi sbandiera fieramente il 'bio' usa pesticidi naturali, ma estremamente violenti e aggressivi come il piretro (che deriva pur sempre da un fiore ma è una molecola letale per gli insetti utili), mentre oggi la chimica di sintesi moderna offre molecole infinitamente più mirate, pulite e meno invasive per la pianta”.

LA VOCAZIONE DEL VINO A VENEZIA

Le bottiglie prodotte riflettono questa filosofia di rigore assoluto e rese bassissime per ettaro: dalle 18mila bottiglie degli inizi, il crollo drammatico a causa dei tre anni di siccità feroce che aveva fatto precipitare la produzione a sole 5mila unità, per risalire oggi faticosamente alle circa 8mila bottiglie della vendemmia 2026. Il discorso si sposta inevitabilmente sul futuro e sulle prospettive della viticoltura lagunare in generale, e in particolare sull'isola di Sant'Erasmo. E qui Michel Thoulouze non fa sconti a nessuno e difende con orgoglio ferreo il primato storico e materiale del suo pionierismo. “Noi siamo stati i primi, i primi in assoluto a ripiantare le vigne qui nella laguna, e all'epoca non avevamo nemmeno una cantina dove vinificare”. Con un sorriso sornione, tagliente e venato di ironia, Thoulouze smonta le narrazioni commerciali, i racconti patinati e le leggende metropolitane costruite attorno ad altri blasonati vigneti lagunari: “al di là del racconto fiabesco e del marketing, io do volentieri una mano agli abitanti dell’isola, in particolare ad alcuni che sono venuti da me per fare le cose in modo artigianale e serio”.
Rispetto alle altre isole della laguna (Vignole, La Certosa, Torcello), spiega chiaramente che “non sono storicamente vocate come Sant’Erasmo per un semplice motivo: sono più basse e vanno regolarmente sott'acqua con le maree e l'acqua alta cronica. Sant'Erasmo è l'unica vera isola orticola e agricola della laguna perché è più alta e non subisce l'acqua alta cronica. Le altre isole hanno piccoli giardini familiari, ma non possono produrre verdure o vino a livello professionale. E poi, non avendo una cantina di vinificazione in loco, dove diavolo lo producono il vino? Di recente una giornalista mi ha chiesto consiglio su dove andare a esplorare qualcosa di nuovo e l’ho mandata a visitare due isole lagunari di cui non parla mai nessuno: Santa Cristina e l'Isola Falconera, vicino alla zona di Jesolo”.

IL TERASMINO E LA NUOVA ALBA CONTADINA

Anziché chiudersi gelosamente nella torre d'avorio del proprio successo e della propria unicità, Michel ha scelto la via generosa della condivisione comunitaria e del radicamento sociale. Già dall'anno scorso ha iniziato a unire le forze con qualche contadino di Sant'Erasmo che aveva aiutato nella cura dei terreni e nella messa a dimora delle viti, dando vita a un secondo vino condiviso: il Terasmino, un blend che unisce la sua malvasia al trebbiano locale coltivato dai contadini dell'isola. Oggi quei contadini vanno regolarmente da lui a far analizzare i gradi zuccherini delle loro uve per individuare il momento perfetto della vendemmia — evitando il disastro storico di raccogliere il trebbiano troppo presto, tirando fuori vini scadenti — e utilizzano la sua cantina attrezzata mentre Michel compra le loro uve a un prezzo piuttosto alto per sostenere economicamente l'agricoltura dell'isola. Anche se - ammette con una risata complice - “per ora non mi vendono proprio tutto quello che producono, perché amano tenersi sempre una quota nascosta sotto banco per berla allegramente con gli amici!”.
Mentre la conversazione scorre fluida, densa di ricordi e di visioni, interrotta solo per un brevissimo istante da una telefonata irrinunciabile della figlia Mathilde - che rappresenta la continuità biologica e affettiva del progetto - Michel Thoulouze volge lo sguardo verso la laguna che si tinge dei colori caldi del tramonto veneziano, concludendo con una riflessione intima sul suo percorso. “Nella vita ho diretto televisioni, ho trattato con ministri e manager di mezza Europa, ma la vera libertà l'ho trovata soltanto qui, con le mani sporche di fango e d'argilla”.

Michel Thoulouze: “Nella vita ho diretto televisioni, ho trattato con ministri e manager di mezza Europa, ma la vera libertà l'ho trovata soltanto qui, con le mani sporche di fango e d'argilla”.

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