Frantoi Aperti, l’Umbria celebra per un mese il nuovo extravergine
Cinque fine settimana per entrare nel vivo della raccolta e della frangitura delle olive, incontrare i produttori e assaggiare il nuovo olio extravergine direttamente nei frantoi. È la formula di Frantoi Aperti in Umbria, la manifestazione organizzata da Associazione Strada dell’Olio evo Dop Umbriache dal 17 ottobre al 15 novembre torna con la sua 29ma edizione, coinvolgendo i territori olivicoli della regione con degustazioni, visite e itinerari tra uliveti e borghi.
Il cuore della manifestazione resta infatti il frantoio in lavorazione, dove conoscere da vicino le diverse espressioni dell’olio evo umbro e seguire le fasi della molitura. Il programma propone anche passeggiate e percorsi in bicicletta e a piedi, con tappe dedicate all’assaggio dell’olio appena franto e alla scoperta del patrimonio olivicolo regionale. Nei diversi territori non mancheranno inoltre feste dedicate alla raccolta e alla frangitura delle olive, con occasioni di incontro e assaggio nei borghi e nei frantoi aderenti.
DALLA PEDALATA AL TRAIL, SCOPRIRE L’OLIO IN MOVIMENTO
L’apertura è in programma sabato 17 ottobre a Montefalco, con il concerto dell’Orchestra dell’Accademia Filarmonica Europea – Santa Cecilia diretta dal Maestro Francesco Maria Silvagni. Il giorno successivo, domenica 18 ottobre, sarà invece dedicato alla quarta edizione della Grande Pedalata lungo la Fascia Olivata dei Colli Assisi-Spoleto, con partenza da Spoleto e un percorso ad anello tra oliveti, borghi e frantoi.
L’itinerario attraverserà anche Poreta e Campello sul Clitunno, con una tappa alla Festa dei Frantoi e dei Castelli, per poi rientrare a Spoleto lungo la Ciclovia Assisi-Spoleto. A scandire il percorso saranno anche soste nei frantoi, dove i partecipanti potranno assaggiare l’olio evo appena franto.
(credits Pier Paolo Metelli)
Nello stesso fine settimana debutterà il Frantoi Aperti Trail Run, percorso podistico di 16 chilometri tra Campello sul Clitunno e Spoleto, attraverso uliveti terrazzati e sentieri sterrati. Lungo il tracciato sono previsti ristori-degustazione con assaggi di olio nuovo, mentre al termine i partecipanti saranno accolti a Campello sul Clitunno per un pranzo-degustazione.
Altra novità dell’edizione 2026 è il Moto Giro dei Frantoi Aperti, realizzato in collaborazione con la Federazione Motociclistica Italiana: tre itinerari, in programma il 18 ottobre, il 1 e il 15 novembre, porteranno i partecipanti tra i paesaggi olivati di diverse aree dell’Umbria, con soste nei frantoi per assistere alla molitura e degustare l’olio appena prodotto.
L’OLIO UMBRO SULLE ORME DI SAN FRANCESCO
Particolare attenzione sarà dedicata quest’anno alle Evo&Art Experience: Sulle orme di Francesco nelle cinque sottozone della Dop Umbria, nate in occasione delle celebrazioni per l’ottavo centenario di San Francesco. Tre gli appuntamenti, il 1, l’8 e il 15 novembre, con itinerari che intrecciano la cultura dell’olio evo alla storia e al patrimonio dei territori francescani.
I tour accompagneranno i partecipanti alla scoperta di frantoi, paesaggi olivati e luoghi legati alla memoria del Santo, con tappe tra Montefalco, Giano dell’Umbria e Todi, quindi Assisi, Spello, Trevi e Spoleto, fino ai territori dell’Umbria meridionale con Amelia, Lugnano in Teverina e Narni. Le visite saranno organizzate con bus navetta e guide turistiche e comprenderanno anche momenti dedicati alla storia dei luoghi francescani.
Il programma completo delle iniziative, con tutti i frantoi aderenti e gli appuntamenti nei diversi comuni umbri, è disponibile sul sito ufficiale della manifestazione.
Sebastiano Etzo nuovo presidente del Consorzio Vini Mandrolisai
Cambio della guardia al Consorzio Vini Mandrolisai: l’assemblea ha eletto Sebastiano Etzo nuovo presidente. Titolare dell’omonima azienda vinicola, Etzo succede a Massimiliano Mura, che resta nel Cda. Ad affiancarlo nel mandato, il vicepresidente Antonio Marras, dell’azienda Fradiles; completano il nuovo assetto le consigliere Maria Cadeddu, della Vitivinicola Cadeddu, ed Elisa Carboni, di Cantine Carboni. Prosegue inoltre il lavoro di Francesco Saverio Russo, confermato nel ruolo di Project Manager.
“Prima di tutto voglio ringraziare Massimiliano Mura, che ha avuto l’importante compito di condurre il Consorzio nei primi fondamentali passi sui quali abbiamo costruito il futuro e dai quali partiamo per continuare a crescere e portare il Mandrolisai in Italia, guardando sempre di più anche all’estero", dichiara Etzo.
DICIOTTO AZIENDE VOTATE ALLA PROMOZIONE
Costituito nel 2024, il Consorzio ha raggiunto quota 18 aziende associate, accompagnando la crescita della denominazione con un’attività di comunicazione e la partecipazione a eventi dedicati al settore. Il nuovo CdA è già al lavoro sulle iniziative dei prossimi mesi.
vigneti in Mandrolisai
Tra le priorità resta la conoscenza diretta del territorio, attraverso iniziative di incoming rivolte a operatori nazionali e internazionali. "Stiamo lavorando tutti insieme con grande attenzione alla qualità del prodotto e con la consapevolezza che il nostro territorio abbia davvero qualcosa anche dal punto di vista storico e paesaggistico. Ci piace, infatti, pensare il vino come il prodotto di una storia millenaria integrata in un territorio unico", concludono il presidente Etzo e il vicepresidente Marras.
MANDROLISAI DOC, UNA DENOMINAZIONE LEGATA AL TERRITORIO
Istituita nel 1981, la Mandrolisai Doc è l’unica denominazione sarda a prendere il nome dal territorio anziché da un vitigno. Il disciplinare prevede l’impiego di Bovale sardo, localmente chiamato Muristellu, per almeno il 35%, affiancato da Cannonau e Monica, entrambi in percentuali comprese tra il 20% e il 35%. Le tre varietà sono spesso coltivate nella stessa vigna, senza distinzione di filari.
I vigneti si trovano oltre i 500 metri di altitudine nei territori comunali di Atzara, Desulo, Meana Sardo, Ortueri, Samugheo, Sorgono e Tonara. L’identità della denominazione è legata anche alla presenza di vigneti ad alberello, molti dei quali ultracentenari, elemento centrale nel percorso di tutela e valorizzazione promosso dal Consorzio.
la mappa della Doc Mandrolisai
The 50 Best Bars 2026, Bar Leone a Hong Kong si conferma numero uno e secondo Moebius Milano
Il Bar Leone di Hong Kong è per il secondo anno consecutivo il World’s Best Bar secondo The 50 Best Bars 2026, la classifica internazionale presentata a Milano. Il locale, co-fondato dal bartender italiano Lorenzo Antinori, si era già imposto nel 2025 dopo aver debuttato al primo posto della classifica asiatica nel 2024.
A fare da tratto distintivo è la filosofia “Cocktail Popolari”, ispirata ai bar di quartiere romani e alla tradizione di Trastevere: cocktail classici eseguiti con grande attenzione, influenze italiane e un'idea di ospitalità informale. "Mantenere il titolo per il secondo anno consecutivo dimostra il vero impatto di Cocktail Popolari", commenta Faye Huggett, direttrice della Community di The 50 Best Bars.
interni del Bar Leone di Hong Kong
MILANO AL SECONDO POSTO IN EUROPA
La classifica 2026 riunisce locali di 26 città, con 14 nuove entrate. Sul fronte europeo è Parigi a conquistare per la prima volta il primato continentale, con quattro bar in classifica, lo stesso numero di Hong Kong e New York. Seguono Londra e Atene, entrambe con tre indirizzi.
L'Italia è rappresentata dal Moebius Milano, al numero 2 e quindi miglior bar d'Europa, e dal Locale Firenze, al numero 33 della classifica. Tra le nuove entrate spicca invece il Bar Mauro di Città del Messico, al numero 10 e vincitore del premio Highest New Entry.
UNA MAPPA SEMPRE PIÙ GLOBALE
La graduatoria conferma l'ampiezza della scena internazionale dei cocktail, con locali provenienti da 26 città e nuove presenze da mercati in crescita. Tra i riconoscimenti speciali, il Line di Atene ha ricevuto il premio per la sostenibilità, mentre Shingo Gokan è stato scelto come Industry Icon dell'edizione 2026.
Per l'Italia, però, il dato più significativo resta quello del Moebius Milano, che con il secondo posto assoluto si conferma ai vertici della scena europea.
Vistorta 2019 e la sorprendente attualità del merlot
A Vistorta la nuova annata 2019 del merlot simbolo della tenuta dei Brandolini d'Adda è stata presentata in modo insolito: accanto ad altri cinque merlot della stessa annata, provenienti da territori differenti. Un’occasione per tornare a riflettere sul significato contemporaneo di un vitigno che per molto tempo è stato considerato quasi scontato. Diffuso, familiare, spesso imitato e proprio per questo talvolta dato per acquisito. Eppure, pochi vitigni dimostrano la stessa capacità di interpretare luoghi, climi e sensibilità produttive differenti.
LA LUNGA STORIA DEL MERLOT A VISTORTA
In questo piccolo borgo rurale, parte del comune di Sacile (PN), il legame con il merlot non è il risultato di una scelta recente. La varietà è presente nella proprietà fin dagli inizi del Novecento e ha accompagnato l'evoluzione agricola di questa porzione di Friuli occidentale per oltre un secolo. Quando, verso la fine degli anni Ottanta, prende forma il progetto destinato a definire il Vistorta come lo si conosce oggi, l'obiettivo non è inseguire una tendenza internazionale, ma valorizzare una presenza storica del merlot nella tenuta, sostenuta dalla convinzione che quei terreni argillosi e profondi potessero dare vita a un rosso di grande personalità.
Alec Ongaro, responsabile della produzione di Vistorta, e Brandino Brandolini d'Adda, proprietario e conduttore della tenuta.
PRIMA L'AGRICOLTURA, POI IL VINO
Per comprendere il senso di Vistorta è necessario allargare lo sguardo oltre il vigneto. Il contesto pedoclimatico ha certamente avuto il suo peso. I suoli argillosi e profondi di Vistorta si sono dimostrati particolarmente adatti al merlot, vitigno che trova proprio nell'argilla uno dei suoi ambienti preferenziali. Ma sarebbe riduttivo spiegare tutto soltanto attraverso il terreno.
Oggi, la proprietà si estende per circa 220 ettari, dei quali soltanto una parte (40 ettari) è dedicata alla vite. Il resto del paesaggio è occupato da seminativi, rotazioni agrarie e aree verdi che raccontano una visione dell'agricoltura fondata sull'equilibrio tra produzione e conservazione della fertilità. È un approccio maturato nel tempo e rafforzato dall'adozione del biologico già nei primi anni Duemila. Le colture di copertura, l'erba medica utilizzata per rigenerare i terreni, la riduzione delle lavorazioni e la gestione della sostanza organica sono elementi che contribuiscono non soltanto alla salute del suolo, ma anche alla risposta delle vigne alle nuove condizioni climatiche. In questo contesto il vino appare come la conseguenza di un sistema agricolo più ampio. Una visione particolarmente attuale in un momento in cui il cambiamento climatico impone alla viticoltura interrogativi sempre più complessi.
RISCOPRIRE IL MERLOT
La scelta di affiancare alla presentazione del Vistorta 2019 una degustazione alla cieca di altri cinque merlot della stessa annata provenienti da aree diverse non aveva l'obiettivo di stilare classifiche. L'esercizio si è rivelato soprattutto un'occasione per interrogarsi sull'identità del vitigno. Negli ultimi anni il merlot è rimasto spesso ai margini delle discussioni più entusiaste del mondo del vino. Molti appassionati lo hanno conosciuto all'inizio del proprio percorso per poi rivolgere l'attenzione verso varietà considerate più complesse o territoriali. Una lettura che rischia però di semplificare eccessivamente una delle uve più versatili del panorama mondiale.
Il confronto tra sei interpretazioni differenti ha evidenziato quanto il merlot riesca invece a cambiare volto senza smarrire la propria riconoscibilità. Si può esprimere attraverso la freschezza e la leggerezza oppure attraverso la concentrazione e la struttura. Può assumere tratti mediterranei, balsamici, austeri o più immediatamente fruttati. Può privilegiare la tensione oppure il volume. Rimane però sempre sé stesso. Ed è probabilmente questa una delle ragioni della sua grandezza.
VISTORTA 2019 E IL CONFRONTO CON GLI ALTRI
L'aspetto forse più interessante della degustazione è stato il ventaglio di espressioni emerse nei calici. Dall'eleganza luminosa del Merlot Collio DOC di Edi Keber alla maggiore densità del Belcompare di Arnaldo Caprai; dalla personalità golosa e scandita dalla liquirizia del Saint-Émilion Gran Cru di Chateau Barrail fino alla componente ferrosa e croccante del merlot MCMLVII Vecchie Viti di Alois Lageder; per arrivare alla matrice mediterranea e balsamica del Galatrona di Petrolo.
A completare il confronto, il Vistorta 2019. Non il vino più potente della batteria, né il più muscolare. Nemmeno quello più immediatamente esuberante. La sua forza sta altrove. Nel bicchiere mostra un profilo giocato sulla tensione e sulla misura, con richiami di ciliegia fresca, melagrana e leggere sfumature speziate. La bocca è energica, viva, sostenuta da una trama tannica precisa e da una freschezza che accompagna il sorso dall'inizio alla fine. Con il passare dei minuti emergono note più profonde, tra frutta secca tostata, accenni balsamici e una persistenza particolarmente sfaccettata. Ciò che colpisce maggiormente è la capacità di mantenere contemporaneamente dinamismo e profondità, evitando sia la ricerca della morbidezza fine a sé stessa sia qualsiasi eccesso estrattivo. Un vino che privilegia l'armonia alla dimostrazione di forza. Proprio per questo appare particolarmente rappresentativo di una fase che interessa gran parte della viticoltura contemporanea: meno interessata a stupire e più attenta alla chiarezza espressiva e all'equilibrio.
i sei merlot protagonisti del confronto.
OLTRE L'IDEA DEL VITIGNO INTERNAZIONALE
Uno degli aspetti emersi con maggiore chiarezza dal confronto tra i sei vini riguarda la capacità del merlot di raccontare il territorio. Per anni la definizione di "vitigno internazionale" è stata associata, spesso implicitamente, all'idea di una varietà capace di uniformare le differenze geografiche. L'assaggio suggerisce esattamente il contrario.
Le interpretazioni provenienti dal Friuli-Venezia Giulia, dall'Umbria, da Bordeaux, dall'Alto Adige e dalla Toscana mostravano personalità molto distanti tra loro. Cambiavano la struttura, il profilo aromatico, il ritmo gustativo e perfino la trama tannica. Tuttavia, il merlot continuava a manifestare una riconoscibilità sorprendente. È probabilmente questa una delle ragioni per cui continua a occupare un posto così importante nella viticoltura internazionale.
IL SIGNIFICATO DEL VISTORTA OGGI
Il Vistorta 2019 arriva sul mercato in un momento nel quale molte aziende sembrano aver raggiunto una nuova maturità espressiva. Sono vini meno ossessionati dalla concentrazione, meno interessati all'effetto scenico e più concentrati sull’equilibrio. Vini che non sentono la necessità di dimostrare qualcosa e che proprio per questo riescono spesso a raccontare meglio sé stessi. In questa prospettiva il Vistorta 2019 rappresenta molto più di una nuova uscita. È la conferma di un percorso che lega una tenuta, un territorio e un vitigno attraverso una visione agricola coerente e di lungo periodo. Soprattutto, ricorda quanto il merlot continui a possedere una qualità rara: quella di sembrare familiare a tutti e, allo stesso tempo, di riuscire ancora a sorprendere. Se un vitigno riesce a conservare un'identità così riconoscibile pur assumendo espressioni tanto diverse, allora forse vale la pena tornare a guardare il merlot con maggiore attenzione.
Dopotutto, se non è merlot, allora cos'è?
Imprenditrici del vino, oltre l’80% punta su strategie pluriennali
La leadership femminile sta contribuendo a modificare il modo in cui le imprese vitivinicole italiane organizzano il lavoro, prendono decisioni e guardano alla crescita. È quanto emerge dalla ricerca Il ruolo della leadership femminile nelle aziende vinicole italiane, presentata al MIB Trieste School of Management e promossa dal Leadership Lab, che ha analizzato le risposte di 152 professioniste dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino.
Il campione è composto per il 50,7% da imprenditrici, mentre circa il 30% è costituito da manager e dipendenti con responsabilità decisionali. I dati restituiscono un modello nel quale la presenza femminile ai vertici si accompagna a una maggiore formalizzazione dei processi, a una visione pluriennale e a una crescente attenzione alla gestione delle persone.
PIÙ DELEGA E GOVERNANCE FORMALIZZATA
Oltre il 60% delle imprenditrici dichiara di aver strutturato processi di delega, mentre circa il 55% ha formalizzato la pianificazione della successione. Più dell’80% indica una visione strategica pluriennale e oltre il 75% attribuisce alta priorità alla sostenibilità ambientale; il 70% considera inoltre prioritaria la valorizzazione del territorio.
Per Pierpaolo Penco, responsabile della Wine Business Area del MIB e moderatore dell’incontro, "La leadership femminile non è soltanto una questione di rappresentanza o di equità, ma può diventare una leva strategica per l’evoluzione delle imprese». Il settore, osserva, "Sta passando da un modello concentrato sulla figura del leader a organizzazioni più strutturate, con ruoli e responsabilità formalizzati". I dati, secondo Penco, "Mostrano ricadute sulla capacità di costruire una visione di lungo periodo, sulla sostenibilità, sulla competitività e sulla valorizzazione del capitale umano".
A presentare la ricerca è stata Gabriella Iacono, docente del MIB. "La leadership femminile non è semplicemente una leadership più morbida», ha spiegato, ma la capacità di «combinare visione, relazioni e concretezza" evidenzia. Nel vino questo approccio significa "preservare identità e storia aziendale, introducendo al tempo stesso innovazione, coinvolgendo le persone e trasformando la complessità in valore".
TALENTI E FORMAZIONE DIVENTANO PRIORITÀ
Il fattore umano emerge con particolare evidenza. Il 78% delle intervistate considera strategica la capacità di trattenere i talenti, mentre oltre il 70% dichiara di investire attivamente nella formazione interna. Per più del 65%, inoltre, il clima organizzativo rappresenta un fattore critico per la competitività dell’impresa.
Un quadro che si inserisce in una presenza femminile ormai significativa nel settore: secondo i dati richiamati durante l’incontro, in agricoltura sono oltre 400 mila le imprese a guida femminile, circa un terzo del totale, mentre nel comparto vitivinicolo la quota supera il 28%.
Per Francesca Poggio, vicepresidente vicaria dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino, "La crescita delle adesioni all’associazione riflette anche una maggiore domanda di competenze manageriali, ospitalità e networking". L’associazione conta quasi 1.300 socie lungo tutta la filiera. Richiamando dati CREA, Poggio sottolinea che "L'innovazione femminile non riguarda soltanto la tecnologia, ma anche gli aspetti organizzativi, gestionali e relazionali". E aggiunge: "Le donne sanno connettere prodotto, persona e territorio», contribuendo a costruire imprese «più aperte, internazionali e aderenti ai mercati contemporanei".
Sul tema della leadership è intervenuta anche Cristina Mercuri, Master of Wine e fondatrice di Mercuri Wine Club, che preferisce parlare di "leadership contemporanea" piuttosto che di leadership femminile. "Il modello verticale basato sul comando lascia spazio alla capacità di far emergere le competenze migliori: ascolto, condivisione delle informazioni, delega e fiducia diventano essenziali - spiega Mercuri - Nel vino, la complessità rende sempre più difficile concentrare tutte le decisioni su una sola persona".
QUANDO TERRITORIO E COMPETENZE DIVENTANO IMPRESA
A chiudere il confronto, il caso di Gabriella Vettoretti, imprenditrice e diplomata MIB, che ha raccontato l'evoluzione di Gabi Wines, realtà nata da una famiglia agricola di Valdobbiadene e cresciuta seguendo i cambiamenti del mercato del Prosecco.
Al centro del progetto sono stati messi identità territoriale, sostenibilità e integrazione della filiera. Gabi Srl affianca infatti alla componente produttiva, sviluppata anche attraverso l’acquisizione di un’azienda agricola e dell’agriturismo Casa Oltraval, una rete distributiva dedicata a selezioni di vino e piccoli produttori.
Per Vettoretti, "La formazione manageriale ricevuta al MIB ha contribuito a dare al progetto una visione più strategica e una maggiore capacità di tradurre gli obiettivi in un modello d’impresa". Un percorso che nasce, nelle sue parole, dall’incontro tra "competenze, passione per la terra e capacità di fare squadra".
I risultati della ricerca restituiscono così un’immagine della leadership femminile che va oltre la semplice presenza delle donne nei ruoli apicali. Il dato più significativo riguarda piuttosto il modo in cui questa presenza si traduce nell’organizzazione: più delega e formalizzazione, attenzione alle competenze, formazione e capacità di trattenere i talenti, insieme a una visione che lega identità territoriale, innovazione e sostenibilità.
Agenda vino: Genova Wine Festival, a Roma Quartiere Vino Pigneto
A Genova il vino italiano si dà appuntamento a Villa Bombrini per un fine settimana tra degustazioni, incontri con i produttori e approfondimenti. Sabato 10 e domenica 11 ottobre torna il Genova Wine Festival, giunto alla quarta edizione, con 50 cantine da tutta Italia e una selezione che mette accanto grandi territori e produzioni più di nicchia, con particolare attenzione alle espressioni liguri. Il percorso di assaggio permette di incontrare direttamente i produttori e acquistare le bottiglie, mentre il programma propone dieci wine tasting dedicati a temi e territori specifici, dagli approfondimenti sul Prosecco ai vini delle Cinque Terre, dai grandi terroir del Piemonte alla Granaccia, fino a un confronto tra territori toscani meno conosciuti. A questi si aggiungono gli appuntamenti di Vini sul terrazzo, brevi incontri con i vignaioli attraverso una loro etichetta, e le degustazioni dedicate alle bollicine e ai vini bianchi meno convenzionali. Completano il programma visite guidate a Villa Bombrini, laboratori per bambini e proposte di street food locale. Il festival sarà preceduto da GWF Off, con cene e degustazioni nei locali di Genova e provincia nelle serate di giovedì 8 e venerdì 9 ottobre, insieme ai produttori ospiti.
A Roma, il Pigneto si prepara a trasformarsi in una grande enoteca diffusa con la prima edizione autunnale di Quartiere Vino Pigneto. Sabato 10 ottobre, oltre 50 vignaioli italiani e stranieri porteranno i loro vini naturali tra enoteche, locali e, per la prima volta, alcune botteghe storiche del quartiere. Il percorso si sviluppa dall’isola pedonale fino a Largo dei Condottieri, con piazza Nuccitelli e l'Enoteca SO2 come punti di riferimento per il ritiro dei pass e dei calici. Tra i produttori annunciati ci sono Paraschos, Stekar e Natalino Del Prete, insieme a numerose altre realtà italiane e internazionali, con la possibilità di effettuare degustazioni ai banchi dei vignaioli. La nuova formula autunnale amplia inoltre il percorso con la collaborazione di Campagna Amica – Coldiretti, che porta nel quartiere alcune produzioni agricole del Lazio. Tra gli appuntamenti collaterali anche momenti di confronto sui cambiamenti climatici e una giornata dedicata agli operatori.
Dal 14 al 18 ottobreEin Prosit torna a Udine con la 27ma edizione, cinque giorni dedicati alla gastronomia internazionale con oltre 90 chef e più di 130 appuntamenti. Accanto alle cene a più mani e ai laboratori del gusto, spazio alle degustazioni guidate di vini, con un percorso tra grandi denominazioni italiane e internazionali, annate storiche e vitigni autoctoni. Il programma enologico attraversa territori come Borgogna, Champagne, Brunello di Montalcino e Barbaresco, con un’attenzione particolare ai vini del Friuli Venezia Giulia, dal Collio ai Colli Orientali. Produttori ed esperti accompagneranno il pubblico alla scoperta di etichette, terroir e interpretazioni, affiancando agli assaggi incontri dedicati anche a birre e distillati. Completano il calendario le cene con chef italiani e internazionali, i Laboratori dei Sapori, gli appuntamenti di mixology e le proposte di street food.
Quartiere Vino Pigneto
Il versante sud-ovest dell’Etna torna al centro del racconto enologico siciliano con la quinta edizione di Etna Wine Forum, in programma dall’8 all’11 ottobre a Villa delle Favare di Biancavilla (CT). Quattro giornate tra degustazioni, masterclass, talk, presentazioni e show cooking, con l’obiettivo di approfondire le caratteristiche dei vini e dei territori etnei attraverso il confronto tra produttori, esperti e ristorazione. Tra gli appuntamenti più attesi gli show cooking con gli chef Heinz Beck, Cristina Bowerman e Vincenzo Candiano, mentre una masterclass mette a confronto Nerello Mascalese e Pinot Nero dell’Alto Adige. La giornata di domenica 11 ottobre sarà dedicata in particolare ai banchi d’assaggio, con le cantine del versante sud-ovest protagoniste nella corte di Villa delle Favare. Il programma comprende anche Parlare DiVino, ciclo di conversazioni sul vino realizzato con il Catania Book Festival. La novità di questa edizione è Etna Wine Forum Off, che il 20 ottobre porterà a Roma una selezione delle cantine del territorio per una doppia degustazione al Waldorf Astoria.
Autumnus, inserito nel programma di DiVin Ottobre, entra nel vivo a Trento con gli appuntamenti dedicati ai vini trentini e alla loro capacità di raccontare territori e tradizioni. Dal 9 all’11 ottobre, la Strada del Vino e dei Sapori del Trentinopropone in via Belenzani gli Incontri di Calici e Storie, con le Stazioni dei Vini dedicate a DiVin Nosiola, Teroldego, Müller Thurgau e La Vigna Eccellente, tra degustazioni, approfondimenti e masterclass. Sabato 10 e domenica 11 ottobre, in piazza della Mostra, spazio invece alle Degustazioni dinamiche, un format che unisce racconto, confronto e assaggio. Sabato alle 11 sarà protagonista Azienda per il Turismo Madonna di Campiglio Dolomiti con Baita Natalia, mentre alle 19 toccherà ad APT Dolomiti Paganella, Consorzio Rotaliana Königsberg e Casina Bruniol. Domenica alle 11 appuntamento con APT Trento Monte Bondone e Altopiano di Piné e Fermento in movimento; alle 17 chiusura con APT Garda Trentino, Hosteria Toblino e Azienda Agricola Guà Forest&Farm. Un programma costruito per scoprire i vini autoctoni trentini attraverso abbinamenti, territori e storie dei produttori.
Oltre agli appuntamenti di Autumnus a Trento, DiVin Ottobre prosegue anche in altri territori del Trentino, con un fine settimana, dal 9 all’11 ottobre, ricco di iniziative che intrecciano vino, gastronomia e paesaggio. Venerdì 9, alla Cantina Vivallis di Nogaredo, torna DiVin Autunno Lagarino, con una degustazione di vini rossi accompagnati da prodotti locali. Sabato 10, a Cembra Cantina di Montagna, Foliage in vigna propone una passeggiata tra i vigneti con degustazione finale, mentre alla Cantina Mezzacorona Espressioni di Teroldego abbina alla visita alla cantina una selezione di calici a finger food. Sempre sabato, la Trentino Wine Experience propone un percorso in bicicletta tra i vigneti della Valle dei Laghi, con partenza e arrivo alla Cantina Toblino e degustazione conclusiva. Nel weekend, infine, A Terragnolo tra trekking e sapori unisce escursione, prodotti locali e un calice di vino all’Osteria 33.
Il Mediterraneo del vino arriva a Venezia con una selezione di produzioni italiane e internazionali firmata Proposta Vini. Il 10 e 11 ottobre, al Convento di San Francesco della Vigna, nell’ambito di Pane, Olio e Vino. Archetipi di fratellanza nel Mediterraneo, sarà possibile degustare una selezione che attraversa coste, isole e territori affacciati sul Mare Nostrum, dalla Calabria alla Sardegna, dalla Corsica alla Grecia, fino a Libano, Turchia, Croazia e altre aree del bacino mediterraneo. Particolare attenzione sarà riservata alle isole minori, con vini provenienti tra gli altri da Hvar, Ventotene, Ponza, Giglio, Capri, Salina, Vulcano e Carloforte, accanto a produzioni di Saint-Honorat, Ibiza, Limnos, Cefalonia e Santorini. Sabato 10 ottobre, il fondatore di Proposta Vini Gianpaolo Girardi interverrà inoltre in un incontro dedicato alla storia e alla cultura degli elementi identitari, con un approfondimento sui vini delle isole minori del Mediterraneo.
Etna Wine Forum
Lunedì 12 ottobre a Roma, Derthona on Tour fa tappa negli spazi di WEGIL, a Trastevere, per una giornata dedicata al Derthona Timorasso e ai Colli Tortonesi. Dalle 11.30 è in programma una degustazione guidata sull’annata 2024, condotta dal giornalista e docente universitario Fabio Turchetti; dalle 14 alle 19 spazio invece al banco d’assaggio con 14 produttori delle Terre Derthona. Dalle 17 l’appuntamento è aperto anche ai winelovers. In degustazione diverse interpretazioni del Timorasso e altre tipologie della denominazione, accompagnate da un momento gastronomico con Montebore e Salame Nobile del Giarolo.
A Padova, piazza delle Erbe diventa per un giorno un grande banco d’assaggio dedicato al vino naturale. Domenica 11 ottobre, torna per la tredicesima edizione Consumando s’Impara, manifestazione nata dal ristorante All’Ombra della Piazza e cresciuta negli anni intorno all’incontro diretto tra produttori e consumatori. Sono circa 120 le cantine italiane e straniere presenti nell’area degustazione, aperta dalle 11 alle 19: con un voucher da 22 euro si possono assaggiare i vini proposti dai produttori e approfondire una realtà produttiva che mette al centro pratiche agricole e vinificazioni naturali. Alla degustazione si affianca la Festa dell’Oste, con una selezione di locali e proposte gastronomiche, mentre nel tardo pomeriggio è previsto il dj set.
A Rauscedo di San Giorgio della Richinvelda (PN), il 9 e 10 ottobreCantina Rauscedo celebra i suoi 75 anni con Le Radici del Vino, due giornate dedicate alla storia della cooperativa e al futuro della viticoltura. Il programma mette al centro il vino e il territorio con una masterclass guidata da Gabriele Gorelli, primo Master of Wine italiano, insieme agli enologi della cantina, in calendario venerdì 9 ottobre. Sabato 10, alle 10 al Teatro Don Bosco di Rauscedo, il convegno Radici comuni, sfide nuove riunirà produttori ed esperti per parlare di cooperazione, competitività e prospettive del vino italiano, con Alessio Planeta e Matteo Zoppas tra gli ospiti. Un’occasione per conoscere più da vicino una realtà del territorio friulano e il suo percorso tra ricerca, viticoltura e produzione enologica.
Tra il 10 e l'11 ottobre e il 31 ottobre e il 1 novembre, il Cammino Minerario di Santa Barbara, rete di itinerari a piedi attraverso i paesaggi minerari del Sulcis-Iglesiente, torna a intrecciare cammino, vino e gastronomia con la seconda edizione di Passi di Gusto. Quattro giornate nella Sardegna Sud-Occidentale, tra paesaggi minerari, mare, vigneti e produzioni locali, con tappe a Buggerru, Villacidro, Nuxis e Carloforte. Il programma parte da Buggerru con un percorso attraverso la Galleria Henry e una giornata dedicata a mare, pesca e vino; prosegue a Villacidro tra olio, miele e pane; il 31 ottobre da Nuxis alla Cantina Santadi, lungo un itinerario dedicato soprattutto a vino e olio. Chiusura a Carloforte, alle Tonnare Piam, tra mare, vino e corallo. Alcune tappe si intrecceranno con i Sentieri del Carignano, che festeggiano il primo anno dalla nascita.
Consumando s’Impara
Il Bardolino si prepara a festeggiare i 100 anni del Consorzio Vini Bardolino con un fine settimana tra degustazioni, arte contemporanea e musica. Sabato 10 e domenica 11 ottobre, il Parco di Villa Carrara Bottagisio diventa il Bardolino Pop Garden, con i vini della denominazione, street food, le proposte della Cruncheria di Renato Bosco e musica live. A illuminare il parco saranno le opere luminose di Marco Lodola, nell’ambito del progetto artistico del Centenario. Il programma si apre sabato pomeriggio e prosegue fino a domenica sera, con dj set e concerti. Sabato mattina, alle 11 al Centro Congressi Garda, spazio invece al futuro della denominazione con il talk Voltiamoci avanti – Vino: pensare Top e progettare Pop”.
A Mezzane di Sotto (VR), sabato 10 ottobre alle 20, la rassegna Autori DiVini della Cantina Ilatium Moriniospita il giornalista e scrittore Angelo Peretti, che presenterà Il profumo del bicchiere mezzo pieno (Edizioni Ampelos) in dialogo con Silvia Franceschini. Il libro raccoglie 99 brevi racconti in cui il vino diventa occasione per parlare di felicità, tempo e vita quotidiana, oltre classifiche e schede di degustazione. La serata, a ingresso libero su prenotazione, si concluderà con un brindisi al Soave Doc Le Calle BIO di Ilatium Morini, tra i vini raccontati nel volume.
Sono 31 i produttori di Chianti Classico protagonisti di DegustaVino Via Gioberti, l’11 ottobre a Firenze. Dalle 12 alle 19.30, lungo la strada pedonalizzata, si possono assaggiare circa 100 etichette con un contributo minimo di 12 euro, che comprende calice, pouch, quattro token e mappa. In programma anche wine tour di 45 minuti guidati da Luca Marchiani, mentre negozi e locali della via partecipano alla giornata.
Ein Prosit
A Montepulciano, il 9 ottobre, il simposio Quando Bacco giunse in Toscana… celebra i 400 anni dalla nascita di Francesco Redi e il suo rapporto con il vino e la cultura toscana. Promosso da Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano e Comune, l’incontro approfondisce il legame tra Redi, Bacco e Montepulciano e anticipa i temi della mostra prevista nel 2027.
Il vino incontra la cultura gastronomica a C’è +Gusto, il festival promosso da Il Gusto de la Repubblica, in programma il 10 e 11 ottobre a Palazzo Re Enzo, a Bologna. La quinta edizione, dedicata al tema Libertà e Responsabilità, propone due giorni di incontri, degustazioni e masterclass, con un’attenzione alle scelte di consumo e al rapporto tra prodotti, territori e sostenibilità. Per gli appassionati, il Loggiato Superiore ospita il Garden Bar con una selezione di vini, mentre le masterclass approfondiscono prodotti e legami con i territori d’origine. Accanto agli appuntamenti enogastronomici, il programma comprende il mercato dei produttori e il Teatro del Gusto, dove giovani cuochi si cimentano in ricette a partire da ingredienti selezionati.
Il parco di Villa Guidini, a Zero Branco (TV), torna a essere una vetrina per i produttori di vino con la sesta edizione di Calici in Villa, in programma sabato 10 e domenica 11 ottobre. La manifestazione riunisce 30 aziende vinicole e oltre 150 etichette in degustazione, con un’apertura dedicata alle bollicine ottenute con Metodo Martinotti e Metodo Classico, accompagnate da specialità gastronomiche. Domenica spazio agli assaggi delle etichette delle aziende partecipanti e ai distillati, oltre agli stand gastronomici. Il programma comprende anche musica, spettacoli di magia, un’area giochi per bambini e un’esposizione di trattori d’epoca.
Calici in Villa
Circana: bevande a 180 miliardi, ma l’alcol perde terreno
Il mercato europeo delle bevande continua a crescere in valore, ma cambia rapidamente composizione. Nell’ultimo anno, nei sei principali mercati del largo consumo – Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Spagna e Regno Unito – le vendite hanno raggiunto 180 miliardi di euro, con un incremento del 2,9%. I volumi, però, sono aumentati appena dello 0,5%, mentre i prezzi medi sono saliti del 2,3%. A spingere il comparto sono soprattutto le bevande analcoliche e le nuove proposte legate a salute e benessere, mentre gli alcolici arretrano.
Secondo l’ultima analisi di Circana, la spesa per birra, sidro, vino e superalcolici è diminuita rispettivamente dello 0,9%, 1,2%, 1,5% e 2,2%. Al contrario, le alternative a basso o nullo contenuto alcolico hanno registrato un incremento del 7,3% e le bevande analcoliche nel complesso sono cresciute del 5,4%, arrivando a 109 miliardi di euro. Un cambiamento che trova conferma nelle abitudini dichiarate dai consumatori: il 43% afferma di aver ridotto il consumo di alcol, percentuale che sale al 50% tra i 25 e i 39 anni.
ACQUA, SUCCHI E TÈ PRENDONO SPAZIO
La ricerca fotografa anche quali categorie stanno intercettando questa nuova domanda. Il 44% dei consumatori dichiara di acquistare più acqua in bottiglia, il 31% più succhi e smoothie e il 29% più tè e caffè. Solo il 15% dice invece di comprare più bevande alcoliche, nonostante un ricorso alle promozioni particolarmente intenso: nell’ultimo anno è stato venduto in promozione circa il 41% della birra e il 37% delle bevande alcoliche, contro il 25% delle bevande nel complesso.
"Non è ancora la fine per il settore degli alcolici - sottolinea Ananda Roy, Senior Vice President, Strategic Growth Insights di Circana - Negli ultimi cinque o sei anni, a partire dalla pandemia, l’alcol ha perso popolarità. Questo ha favorito la disponibilità di una gamma più ampia di alternative e di prodotti più salutari, offrendo ai consumatori una maggiore possibilità di scelta".
Secondo Roy, in particolare, il cambiamento è marcato tra le generazioni più giovani e potrebbe diventare strutturale: "La crescente disponibilità di bevande analcoliche e di alternative più leggere sta semplicemente diventando una componente sempre più normale del consumo quotidiano". Per i produttori di vino, birra e spirits, aggiunge, la risposta non può limitarsi al prezzo, ma passa anche dallo sviluppo di prodotti con meno alcol, zuccheri e calorie.
Ananda Roy, Senior Vice President, Strategic Growth Insights di Circana
L’INNOVAZIONE PORTA 242 MILIONI DI EURO
La trasformazione del mercato si riflette anche nell’innovazione. Nell’ultimo anno i nuovi prodotti nel settore delle bevande hanno generato 242 milioni di euro di vendite aggiuntive: 161 milioni arrivano dalle bevande a base di latte, mentre 32 milioni ciascuno dalle proposte low e no alcohol e dall’acqua in bottiglia. Tra le categorie che continuano a crescere anche a fronte dell’aumento dei prezzi spiccano le bevande a base di yogurt, i cui volumi sono aumentati del 12,3%, i ready to drink alcolici (+12,9%), l’acqua naturale e le bevande a base vegetale, entrambe a +5,2%.
Sul piano geografico, il Regno Unito concentra 54 miliardi di euro di spesa, il 30% del totale dei sei mercati, pur rappresentando solo il 19% dei volumi. La spesa cresce del 3,2%. In Italia l’incremento è del 2,9%, a fronte di volumi stabili; nei Paesi Bassi è del 2%, anch’esso con quantità acquistate sostanzialmente ferme. La Spagna combina un aumento dei prezzi del 2,4% con una crescita dei volumi del 2,6%, mentre in Francia i volumi salgono del 3,3% con prezzi in aumento appena dello 0,4%. La Germania è invece l’unico mercato dei sei a segnare una contrazione dei volumi, pari al 2,7%, a fronte di prezzi cresciuti del 4%.
Un segnale positivo arriva infine dal secondo trimestre del 2026: i prezzi medi delle bevande sono diminuiti dello 0,2%, mentre i volumi sono aumentati dell’1,6%. Intanto, il marchio del distributore ha raggiunto il 35% della spesa complessiva per le bevande, guadagnando spazio anche in categorie come caffè, vino, champagne e bevande a base di latte.
El “triplete” di Marano Lagunare: barca, cantina e finale al Molo
A Marano Lagunare l’enoturismo diventa un’esperienza bespoke che inizia in cantina, prosegue in barca e si conclude in un ristorante affacciato sulla laguna più grande del Friuli Venezia Giulia. Ad averla ideata è la famiglia Bortolusso e in particolare Luca Bortolusso, esponente di quarta generazione, che gestisce Hostaria al Molo, il più bel ristorante del centro storico della località lagunare, forte di un prodotto ittico freschissimo e locale, dei vini della cantina di famiglia e soprattutto di un panorama unico, quello che si può ammirare dai tavoli del ristorante affacciato sul molo. Il padre Sergio Bortolusso, che è l’uomo della cantina ovvero il titolare dell’azienda Bortolusso Vini – si trova in piena laguna e dalla sede si può raggiungere l’Hostaria a piedi – definisce la proposta sviluppata dal figlio come dei “veri e propri pacchettini, capaci di mettere insieme i diversi elementi dell’identità familiare: la visita in cantina, la degustazione, l’escursione in barca nella laguna e infine il pranzo o la cena affacciati sul porto di Marano”.
Veduta dall'alto della tenuta Bortolusso
DECIDE L’OSPITE
Il percorso più completo parte dalla cantina con l’assaggio di quattro o cinque vini accompagnati da piccoli crostini. Da qui ci si sposta verso il porto, dove Luca accoglie gli ospiti sulla barca per un’escursione di circa due ore nella laguna. A bordo non manca un secondo momento conviviale, con vini Bortolusso e cicchetti, mentre il paesaggio diventa parte integrante della degustazione. L’esperienza può infine concludersi all’Osteria Al Molo, con un pranzo o una cena a base di pescato locale, come quella che abbiamo provato noi di Italianwinetour in una giornata spettacolare di inizio ottobre: antipasto di fasolari, eccellenti spaghetti alle vongole (“peverasse”) senz’aglio per nostra richiesta (si può fare, si può fare…) e una frittura di calamari asciutta e croccante come poche. Tutto viene costruito su richiesta, lasciando agli ospiti la possibilità di scegliere le diverse tappe e personalizzare il proprio itinerario.
“Luca ha a disposizione una barca che porta dodici persone e accompagna gli ospiti alla scoperta della laguna, sempre con un aperitivo, i cicchetti e i nostri vini”, racconta Sergio, che porta avanti l’attività di una cantina la cui storia prese il via con il nonno Romano, il quale passò la propria vita acquistando terreni bonificati a Marano, che poi il figlio Emiro, imprenditore visionario, destinò a vigneto. Un patrimonio non indifferente, ben 50 ettari, che oggi danno l’uva alla cantina, creando un sistema di filiera tutta interno, fondamentale per la qualità del vino prodotto da Bortolusso. L’unicità della cantina è però il territorio lagunare. Un luogo che, se non fosse per le idrovore sempre in funzione, sarebbe destinato a tornare palude, qual era prima delle bonifiche. E il valore aggiunto di operare in questa laguna è proprio la possibilità di entrare in contatto con un ambiente ancora fortemente identitario: “Si scoprono il modo di vivere dei pescatori, i casoni, la pesca fissa e quella migratoria, gli uccelli e i diversi biotopi. È un ambiente meraviglioso”, commenta Sergio.
Un casone da pesca della laguna di Marano
UN MODELLO DI ACCOGLIENZA
L'accoglienza, del resto, è uno dei punti di forza della cantina. Tutto è volutamente informale e familiare: anche chi arriva senza prenotazione può essere accolto per un assaggio e per l'acquisto diretto. Per chi desidera fermarsi più a lungo vengono invece organizzate degustazioni strutturate, accompagnate da prodotti tipici. “Chi viene da noi non deve porsi problemi”, sottolinea Bortolusso. La cantina rimane aperta dal lunedì al sabato durante tutto l'anno e, da novembre a maggio, garantisce anche l'apertura della domenica mattina dalle 9 alle 12, una consuetudine portata avanti da circa 25 anni.
L'Hostaria Al Molo rappresenta il naturale approfondimento gastronomico di questa esperienza e, al tempo stesso, la continuazione di un’attività di ristorazione che fu anch’essa avviata da quel genio di Emiro Bortolusso, il quale doveva fare i conti con il peso dei debiti generati per acquistare così tanta terra. E, una volta avviata la produzione vitivinicola, pensò che non c’era modo migliore per vendere il vino – e soprattutto modo migliore per farsi pagare a vista da chi lo acquistava – della mescita accompagnata da un piatto di pesce. Così recuperò un vecchio casone in laguna, nei pressi di Lignano, utilizzato da un pescatore per le sardine, e lo trasformò in un ristorante semplice e autentico. Poi arrivò Al Molo, un bar frequentato dai pescatori del paese, che fu progressivamente trasformato nell’attuale Hostaria, punto di riferimento sul porto e luogo nel quale si completa idealmente il racconto iniziato tra i vigneti.
Ora, con Luca, il cerchio si chiude ulteriormente. Cantina, barca, laguna e cucina diventano le tappe di un unico percorso, modulabile in base al tempo e agli interessi dell'ospite. “Noi presentiamo tutte queste possibilità ai gruppi che arrivano e poi sono loro a scegliere quale percorso vogliono fare”, spiega Sergio Bortolusso. La prenotazione delle esperienze fa capo all'Osteria Al Molo e il progetto è destinato a crescere: la famiglia sta infatti lavorando per coinvolgere anche agenzie che possano proporre e commercializzare questi pacchetti.
Sun of Winter, Chardonnay di Bortolusso Vini
VINI NATURALMENTE SAPIDI
Gli abbinamenti raccontano il territorio. Con gli spaghetti alle peverasse, Sergio Bortolusso suggerisce “una Ribolla Gialla ferma oppure un Friulano classico”, mentre per il fritto o la busera indica la Malvasia, valorizzandone la componente salina, caratteristica che Bortolusso lega direttamente alla vicinanza dei vigneti alla laguna: “Il sale nei nostri vini arriva in maniera naturale, perché siamo talmente vicini che le radici arrivano a toccare l'acqua salata”. Più sorprendente la scelta per un branzino alla mediterranea o un'orata al forno: “Andrei con un Merlot semplice, fresco, non passato in legno. Con il pesce serve pulizia in bocca”. Del resto, l’offerta della cantina è ampia con una ventina di diverse etichette, comprese le tre di bollicine tra le quali si distingue la cuvée brut dedicata al fondatore (Emiro).
In questa formula di enoturismo, il vino non rimane confinato al calice, ma diventa la chiave per entrare nella vita della laguna: prima tra i vigneti, poi sull'acqua, infine a tavola. E dove la personalizzazione permette a ciascun visitatore di costruire la propria giornata a Marano, seguendo un filo conduttore che unisce la famiglia Bortolusso al vino, alla pesca e a un paesaggio sospeso tra terra e Adriatico. Per prenotare, occorre contattare l’azienda telefonicamente (+39 0431 67596), via mail (info@bortolusso.it) o chiamare direttamente l’Hostaria (+39 0431 364247).
Ambiente lagunare nei dintorni dell'azienda
L'Anima Verticale di Valdobbiadene: la terra, il marchio e la memoria del Prosecco secondo Primo Franco
La storia del vino nelle terre di Valdobbiadene non comincia tra i filari ordinati dei manuali di enologia, ma nei registri polverosi dei commercianti, tra le macerie di un dopoguerra e la tenacia di chi ha saputo trasformare un mestiere caratteristico in un grande atto di civiltà rurale. Primo Franco, l’uomo che ha legato indissolubilmente il proprio nome a una delle case spumantistiche più celebri del Veneto, racconta la sua genealogia e quella del suo territorio con la lucidità di chi non ha mai confuso il valore della terra con le mode del mercato.
La terra di Valdobbiadene è una terra verticale, scoscesa e ostinata, conquistata zolla dopo zolla con la fatica e la determinazione silenziosa di chi non ha mai ricevuto regali da nessuno. Varcare la soglia della cantina Nino Franco significa entrare in un archivio vivente, dove la storia di un secolo di vendemmie, iniziata nel 1919 dal nonno Antonio e sviluppata dal padre Giovanni detto Nino, si mescola alle intuizioni taglienti del presente.
Ascoltare Primo Franco non è un esercizio accademico, una costrizione a sciropparsi una sfilza noiosa di dati commerciali. È un flusso di coscienza che scava nella memoria, muovendosi di continuo tra il rigore della tecnica enologica e l'ironia sferzante di chi ha visto il territorio trasformarsi radicalmente, imponendo una visione moderna e internazionale senza mai staccare le mani dalla terra d'origine. Chi ha vissuto la campagna prima che diventasse un fenomeno planetario sa perfettamente che ogni ceppo di vite non è un ornamento paesaggistico, ma una conquista quotidiana strappata a mani nude alla pendenza e alla fatica.
LE RADICI NEI REGISTRI DELLA STORIA E LA NASCITA DI UNA DINASTIA
“Nasco il 4 dicembre del 1947, non in casa” racconta con sorriso sornione e disincantato. Figlio di una famiglia di commercianti, Primo porta un cognome importante nella storia economica della Destra Piave. Il nonno Antonio, nel 1919, di ritorno dai confini orientali della Grande Guerra, rientra a Valdobbiadene trovando il vecchio focolare distrutto. Non si perde d’animo: compra un nuovo spazio e rimette in piedi i tasselli di un'attività dedita al commercio. Allora, prima che il miracolo economico e la febbre della bollicina ridisegnassero il paesaggio, l'economia di questo angolo di Veneto prosperava grazie all’allevamento diffuso del baco da seta e agli scambi mercantili che ne scaturivano fino alla vendita della seta. C'erano diverse filande, prima fra tutte quella dei Piva. “Nasciamo anche noi come negozianti perché la guerra uccide uomini, distrugge cose, e conseguentemente chi ricomincia compra e vende quello che c'è di disponibile e dove è disponibile”. I documenti d'archivio della famiglia testimoniano un mondo fatto di intese verbali, di carri di vino acquistati da cooperative lontane, di corrispondenze puntigliose e talvolta aspre. “Abbiamo tutta la contabilità dell'azienda dal 1919 – puntualizza Primo - scritta a volte a matita: bilanci, appunti, lettere. C'è una bellissima corrispondenza tra mio nonno e Francesco, che era il nonno dei Mionetto, i quali comprarono assieme un vagone di vino in Romagna. È estate e chi carica il vagone non lo lava come si deve, al punto che il vino arriva con dei problemi. Ne segue un carteggio intenso con tutte le contestazioni del caso”.
La polvere dei registri storici dell'albo dei vigneti della Doc sfogliati insieme a Primo racconta una realtà agricola del secondo dopoguerra profondamente frammentata. Centinaia di famiglie racchiuse in pochissimi ettari di terra: proprietà minute dove nessuno possedeva la forza economica per sostenere l’acquisto dell'attrezzatura complessa che la spumantizzazione pretendeva. Servivano i contenitori per la prima e la seconda fermentazione, l'imbottigliamento isobarico, la gestione rigorosa del freddo. Ecco allora fche l’albo dei vigneti della doc e relativo elenco delle aziende iscritte nel registro dei produttori dell’epoca conta 991 famiglie per 1.269 ettari di terra. “Lei divida questi due numeri e si accorge che la proprietà per famiglia è minima, quindi questi coltivatori non potevano avere la capacità economica per comprare l'attrezzatura che serve a fare lo spumante metodo Charmat. Ed è qui che entrano in scena le grandi famiglie del commercio delle uve e del vino: Bortolomiol, Mionetto, Franco, Ruggeri, Trevisiol, Bortolotti, Bortolin, Bisol e Valdo tra gli altri. Quest'ultima, fondata nel 1926 come Società Anonima Vini Superiori. Accanto a loro viveva il mondo agricolo dei mezzadri e dei piccoli proprietari terrieri, un tessuto comunitario che ricordava da vicino quello dei vigneron dello Champagne. Noi come Nino Franco producevamo e vendevamo di tutto: dai vini da pasto agli spumanti. La vera storia dello spumante fatto in autoclave comincia dopo la fine della 2° guerra mondiale ed è in mano, all'epoca, alle aziende storiche. Quindi è un lavoro che comincia lentamente, con la produzione in proprio e la lavorazione conto terzi. E contestualmente, piano piano, c'è la trasformazione e l’evoluzione di aziende commerciali come quella di mio papà, e prima ancora di mio nonno”.
Alla fine della Seconda guerra mondiale i figli di Antonio dovettero fare i conti con visioni profondamente differenti. Lo zio Demetrio, il fratello maggiore di Giovanni, che era emigrato in Africa nel 1937 e che aveva un carattere difficile e spigoloso, rientrò in Veneto e pretese di aprire una cantina autonoma e indipendente a Belluno, con vasche di cemento proprie, impianti di imbottigliamento autonomi e personale dipendente. Questo strappo portò a una frammentazione drastica delle attività di famiglia e ad una conseguente diluizione delle risorse finanziarie complessive dell'azienda originaria. Per il padre di Primo non fu affatto facile convivere lavorativamente con un fratello rispetto al quale aveva visioni e sensibilità diverse su dinamiche economiche e finanziarie complesse.
IL COLLEGIO, I CONFLITTI E LA GENESI DI UN ARCHITETTO MANCATO
In mezzo a questo clima di tensioni economiche e difficoltà familiari, Primo visse una prima giovinezza serena ma impegnativa fino alla rottura con i propri sogni giovanili. “In mezzo a tutto questo marasma arrivo io, che all'epoca non avrei mai voluto fare l'enologo, e a tredici anni vengo spedito in collegio alla severissima Scuola Enologica di Conegliano. Io non volevo fare l'enologo, perché non mi piaceva affatto quella prospettiva. A tredici anni sapevo perfettamente e testardamente che avrei voluto fare l'architetto, disegnare spazi, costruire edifici. La risposta familiare fu implacabile, senza appello: tu sei l'unico maschio destinato per questo a portare avanti il nome di famiglia e quindi devi fare questo percorso per forza. Così feci e così è andata la vita”. Primo Franco rievoca con precisione chirurgica i nomi dei pionieri che mandarono i figli a studiare enologia a Conegliano.
Il collegio fu un'esperienza dura, fatta di sradicamento improvviso, di severità inflessibile e di solitudine adolescenziale. “Nei quaderni di scuola di quel periodo, ai margini dei trattati di agraria e di enologia, fiorivano schizzi di case, prospettive e progetti architettonici di ogni tipo. Il rendimento scolastico fu mantenuto dignitosamente al minimo sindacale necessario per strappare la promozione e conquistare la libertà estiva, l'unica vera via di fuga concessa prima di rientrare nei ranghi del dovere”.
Arrivato il momento dell'università sul finire degli anni Sessanta intrisi di fermenti sociali e culturali profondi, Primo avvertì il bisogno impellente di spezzare il cordone ombelicale e di respirare il mondo fuori dai confini nazionali. “Torno a casa dai miei studi universitari a Padova, interrotti in anticipo, e ad un certo punto dico a mio padre con franchezza: io ho bisogno di staccare la spina, ho bisogno di fare un'esperienza mia personale fuori dal guscio. Voglio andare via qualche mese per guardarmi attorno da solo, ma tu non mi devi dare un solo centesimo, me lo vado a guadagnare con le mie mani. E così andai a lavorare a Londra dove ho dovuto arrangiarmi non senza difficoltà. Ho fatto il cameriere in un famoso locale cabaret per tre mesi filati, finché a un certo punto tornai a casa per la fiera di Milano che all'epoca era l'appuntamento commerciale più importante per l'azienda. Da quel momento ho iniziato a dedicarmi alle attività di famiglia e non ne sono più uscito”.
Primo Franco
LA SCIENZA DEL "RUSTICO", I CRU E LA GAVETTA EUROPEA
Fu proprio in quegli anni di transizione che Primo impresse la sua prima vera impronta tecnica e commerciale, ripensando radicalmente il modo di interpretare il prodotto, con quella lucidità che univa la lezione di Luigi Veronelli alla necessaria concretezza. “Mio papà iniziò a produrre il Rustico, vino legato alla tradizione della rifermentazione in bottiglia che originariamente nasceva con il fondo. Eppure, dal 1978 e per tutti gli anni Ottanta abbiamo cominciato a farlo in autoclave, perfezionando il metodo Charmat. Non un'operazione industriale improvvisata e impersonale, ma una cuvée studiata e calibrata unendo le caratteristiche di parcelle diverse di media collina, dove cercavamo di bilanciare la finezza floreale e l'eleganza tipica delle uve di Valdobbiadene con la struttura derivata dalle vigne di Conegliano”.
Quel vino, battezzato provocatoriamente Rustico e presentato sul mercato con etichette distintive, divenne il biglietto da visita della cantina e l'apripista per i mercati di tutto il mondo. Ma la ricerca della qualità non si fermò all’assemblaggio delle uve di collina: negli anni successivi il lavoro si spinse fino alla valorizzazione estrema dei singoli appezzamenti, dei cosiddetti cru aziendali. Tra questi spicca il San Floriano nato nel 2000 sulla richiesta pressante di un ragguardevole importatore degli Stati Uniti e poi il Grave di Stecca, un vigneto murato unico nel suo genere nell'intero territorio di Valdobbiadene: un vero e proprio clos francese di circa due ettari e mezzo protetto da antiche mura in pietra ai piedi del Monte Cesen. Un microclima irripetibile, con suoli calcarei e ghiaiosi, capace di dare vita a un brut di straordinaria complessità minerale e longevità.
Accanto al Grave di Stecca, la cura maniacale si estese ad altre parcelle storiche come il vigneto Col del Vent, con le uve del quale produciamo il cru Nodi, espressione più fine, vellutata e verticale della Glera. Questa attenzione certosina per la vigna ha significato anche un costante confronto con i mercati internazionali, dove la cantina ha dovuto affrontare i pregiudizi sui vini italiani legati a vecchi stereotipi. “L'approccio nei confronti dei distributori esteri si è sempre basato sulla totale trasparenza e sulla trasmissione della cultura materiale del territorio, rifiutando le scorciatoie. Prima ancora di conquistare i mercati d’oltreoceano, la gavetta commerciale l’abbiamo consumata sui mercati difficili e ostici dell'Europa centrale dove il vino italiano, a volte, veniva guardato con sufficienza. Spiegare che Valdobbiadene non era una zona di produzione industriale, ma una collina eroica dove ogni singolo grappolo veniva raccolto a mano lungo pendenze impossibili, era un'opera di catechismo enologico. Ma quella fatica ci ha insegnato il valore assoluto della relazione personale: lì non c'erano agenzie di marketing o contratti firmati da avvocati d'affari, c'era soltanto la stretta di mano, la schiettezza del prodotto e la capacità di farsi rispettare tenendo la schiena dritta davanti a chi ti guardava dall'alto in basso”.
L'equilibrio tra la tradizione contadina tramandata dai vecchi cantinieri e l'innovazione tecnologica ha richiesto decenni di sperimentazioni silenziose. A partire dallo studio delle parcelle monitorata con una precisione millimetrica per comprendere in anticipo la vocazione dei terreni e delle uve. “Il lavoro in cantina non è una formula magica che si improvvisa alla vigilia della vendemmia. È una sequenza logica di scelte precise che iniziano molto prima, quando pianifichi i giorni esatti della raccolta in base all'altitudine, all'esposizione e alla freschezza acida dei grappoli. La seconda fermentazione in autoclave con il metodo Charmat non deve essere vista come una scorciatoia industriale, ma come lo strumento tecnico più raffinato per preservare intatti i profumi primari del vitigno, esaltando le note floreali e fruttate senza appesantire la beva con residui zuccherini eccessivi. Poi certo, ogni stagione ed ogni vendemmia non è mai uguale. Ma a chi oggi grida al disastro e allo sconvolgimento climatico epocale per la vendemmia anticipata a metà agosto, stracciandosi le vesti sui giornali, andrebbe ricordato che la natura ha i suoi cicli storici e che il sensazionalismo spesso ignora la realtà dei fatti. Quest’anno, ad esempio, sono tutti scandalizzati perché hanno vendemmiato il 14 di agosto: ebbene, la prima vendemmia registrata in agosto è stata fatta nel 1842. Dopo ce ne sono state altre nella storia, ma in troppi hanno fatto di un disequilibrio naturale contingente, senza voler negare i cambiamenti climatici, un dramma inaffrontabile e mai accaduto”.
le storiche etichette delle Premiate cantine Antonio Franco
IL TEMPO, I CICLI E LA MISURA UMANA
Per Primo il vino non è un feticcio da adorare in silenzio liturgico o da custodire in teche intoccabili, ma un elemento primario di cultura, socialità e umanità; un elemento di civiltà contadina che unisce, non un algido oggetto di culto. Il vino è festa, è il calore della persona che siede di fronte, è la semplicità di un consumo quotidiano che non ha bisogno di rituali fine a sé stessi. "In Baviera bevono birra o vino bianco alle dieci del mattino per accompagnare la weißwurst (salsiccia classica bavarese) senza che nessuno si sogni di guardarli come derelitti o alcolizzati disperati. C'è una cultura antica, sana e conviviale del consumo che appartiene alla civiltà rurale e che non teme il giudizio moralistico di chi guarda la vita attraverso filtri artificiali". Da qui nasce una riflessione più ampia sul senso profondo dell'identità territoriale e sul modo in cui i prodotti locali si inseriscono nella vita di tutti i giorni, senza la pretesa di diventare oggetti di culto inavvicinabili. “La gente beve e mangia quello che ha storicamente disponibile nel territorio d'origine. E conseguentemente noi, quando abbiamo cominciato a viaggiare per il mondo a testa alta, abbiamo detto chiaramente: noi alle dieci di mattina andiamo al bar sotto casa, chiediamo un bicchiere di Prosecco fresco, e ce lo godiamo con un cicchetto in mano che può essere una fettina di sopressa locale, piuttosto che un uovo sodo spartano. E nessuno si sogna di guardarci come se fossimo degli alcolizzati cronici. Una cultura secolare conquistata sul campo, con la naturalezza disarmante dell'essere autentici”.
Questa naturalezza disarmante si riflette anche nelle scelte culturali della cantina. Alle pareti, i segni di un legame profondo con i grandi maestri dell'arte visiva raccontano una visione precisa del mondo, fatta di amicizie vere e di scelte anticonformiste. “Penso in particolare ad un'etichetta d'autore nata da una collaborazione speciale. Ce ne scusavamo di questa audacia? No, no, non ce ne scusavamo per nulla, anzi! Siccome era un'etichetta fatta per un amico fraterno, io gli dissi chiaramente: guarda, io ti faccio il vino ma voglio firmare quell'etichetta con la tua arte visiva”.
I TRE MOSCHETTIERI E LA CONQUISTA DEL MONDO
In quegli anni di sfide pionieristiche e di espansione internazionale, la battaglia per sdoganare il vino veneto di qualità nei mercati globali non è stata combattuta in solitaria. Intorno alla fine degli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta, un sodalizio umano e professionale formidabile legava Primo Franco a figure storiche come Fausto Maculan e Roberto Anselmi, trasformandoli agli occhi dei mercati nei leggendari "tre moschettieri" della rinascita enologica regionale. “Eravamo tre giovani sognatori e determinati, mossi da una visione completamente folle per l'epoca: dimostrare che il Veneto non era solo terra di vini da osteria, ma poteva esprimere un'eccellenza assoluta capace di competere alla pari con i grandi nomi di Francia e del resto del mondo. Con Fausto e Roberto ci muovevamo insieme, condividevamo i viaggi di lavoro, le notti passate sugli aerei, le delusioni nei mercati più ostili e le grandi ubriacature di entusiasmo quando finalmente un grande ristoratore internazionale riconosceva il valore del nostro lavoro”.
Negli anni Ottanta, mentre la denominazione locale cercava ancora di capire quale fosse la sua vera dimensione economica, la cantina decise di compiere un salto culturale epocale, varcando i confini europei per sbarcare nei mercati più difficili e competitivi del Nord America e dell'Estremo Oriente. “Agli inizi degli anni Novanta, tramite l’Uvive (Unione Consorzi Vini Veneti Doc e Docg), abbiamo fatto un tour fondamentale in Europa. Da quel momento abbiamo iniziato a vendere non tanto il vino in senso astratto, ma il nostro stile di vita. Abbiamo esportato l'idea del cicchetto, del consumo conviviale, fresco, immediato, che si fa alle dieci del mattino al bar. Era il nostro modo di intendere il vino, e quell'autenticità ha spopolato”. Affrontare i mercati americani e asiatici — compresi i primi timidi passi in Giappone, dove la cultura del vino occidentale si muoveva tra mille incomprensioni linguistiche e culturali — senza l'appoggio di grandi gruppi finanziari ha significato costruire una rete di contatti basata esclusivamente sulla reputazione personale e sulla forza del racconto identitario.
Primo Franco oggi
DECLINATO AL FUTURO. LA TRAGEDIA IN FAMIGLIA
“Dalla metà degli anni Sessanta nel mondo della ristorazione imperversava un personaggio che stava facendo un lavoro strepitoso per il prosecco e per la cucina veneta: Alfredo Beltrame fondatore del Toulà. Questi chiese ad Adamo Canel di produrre un prosecco col fondo che poi mise in mescita nei suoi locali a Treviso, ma anche a Cortina e allo Sporting di Porto Rotondo e via dicendo. Questo vino divenne poi, sul volgere degli anni il Fol di Mario Rossi ancora proposto all’Enoteca Trevigiana. Ad un certo punto Beltrame decise di affidarsi a noi per la produzione di un prosecco da tenere in carta e così è nato il nostro Papageno, come il personaggio del Flauto Magico di Mozart. Beltrame aveva visone ampia, internazionale ma soprattutto chiara. Talmente chiara da proporti allo stesso tempo il caviale con i blinis o la minestra con i fegatini di pollo. E in tutto questo nei suoi locali le grandi famiglie, gli industriali tra i più importanti e la gente che poteva, mangiava queste pietanze con bollicine come lo Champagne o Prosecco. Nel ‘78, parte anche la nostra vera rivoluzione ed Il Rustico non venne più prodotto col fondo. Perché? Perché i camerieri si stufavano a versarlo nella caraffa, con l’attenzione a non versarci anche il residuo di lieviti. Per un buon periodo il mercoledì sera mangiavo al Toulà e il giovedì sera da Gualtiero Marchesi in Via Bonvesin de la Riva. Conti impegnativi da pagare ma che mio padre capiva ed assecondava. E così in quegli anni migliora il vino e lo stile e crescono le aziende del territorio”.
La frequentazione dei grandi templi dell'alta ristorazione e l'incontro con i maestri del pensiero enologico come Luigi Veronelli prepararono il terreno alla data che spezzò in due il tempo: il 27 settembre 1982. Quel giorno il padre Nino Franco, recatosi a Verona per essere nominato cavaliere del Recioto insieme a Giuliano Bortolomiol, Mario Geronazzo e ad altri componenti della Confraternita del Prosecco, fu stroncato da un ictus fulminante. Il passaggio generazionale si consumò di colpo, senza preavviso e senza rete di salvataggio: "Lui è morto di pomeriggio, e io mi sono ritrovato solo la mattina dopo a dover gestire tutto. Ho dovuto prendere atto che da quel momento in avanti avevo attorno a me solo donne, per quanto forti: mia madre, mia sorella, mia moglie, mia figlia Marta. Silvia sarebbe arrivata nel 1983, ma Annalisa era già incinta di lei. E quindi c'erano una montagna di cose da fare immediatamente per non affondare. Ma soprattutto, il giorno dopo la morte, avremmo dovuto iniziare la vendemmia. Io dissi a Giulio, nostro storico enologo, andato in pensione nel 2019: Giulio, vada a dire ai produttori di aspettare che seppelliamo mio padre, e giovedì mattina ricominciamo a raccogliere l'uva. Giovedì non c'erano sconti per nessuno, la natura non aspettava i nostri lutti familiari e non trovai più un chicco d’uva a disposizione. Capii che avrei dovuto ricostruire d'emblée la credibilità fino ad allora eretta da un uomo che aveva lavorato sodo, mio padre. Un uomo d’un metro e novanta per centoventi chili che ha lavorato tanto, anche in condivisione con i colleghi, ma anche goduto, mangiato e bevuto parecchio, frequentando lungamente l’Osteria ai Colli della famiglia Balliana a Col San Martino, l'Atene del Veneto”.
Eppure, da quel momento in poi, Primo ha guidato l'azienda con piglio sicuro, portando i propri vini nei ristoranti d'élite di Milano e d'Europa, e muovendosi con la stessa intransigenza quando si è trattato di discutere il futuro, l'espansione internazionale e le regole della Docg. Proprio per difendere questa identità, il giudizio di Primo sulle dinamiche della denominazione e della Docg è sempre rimasto netto e senza sconti. Le diatribe interne sulla denominazione — con gruppi di produttori che fin dalla nascita della Docg nel 2019 immaginavano adeguato cancellare persino la parola "Prosecco" per puntare solo su Valdobbiadene — gli sono sempre parse sterili esercizi burocratici. “Il mercato internazionale — ricorda Primo con lucidità implacabile — compra i grandi marchi storici come Château Margaux o Dom Pérignon senza perdersi nelle nebbie delle denominazioni geografiche locali o nelle guerre di campanile tra cantine. Se la denominazione è un bene comune che va protetto e condiviso, la marca è un bene proprietario ed è quello che fa la differenza. L'uva di Margaux non costa più di 5 euro al chilo, però la bottiglia di Margaux vale 500. Perché? Perché Napoleone III nel 1855 decide di fare la classificazione dei cru non in base al vino più buono, ma al vino più caro. E i più cari all’epoca erano quattro: Lafite, Margaux, Latour, Haut-Brion. Classifica in base alla convinzione che chi vende più caro fa anche più buono, perché la gente è disposta a pagare. Questo non è vero in assoluto, ma è sicuramente un parametro di valutazione: il riconoscimento innanzitutto del fatto che in un lungo periodo quell'azienda è capace di mantenere un livello qualitativo costante, sempre molto alto, al di là di tutte quante le vicende contingenti. Noi non abbiamo un termine in italiano per definire questo aspetto; invece, c'è un termine molto ampio in inglese che si chiama consistency, che dentro mette tutte queste cose che ti permettono di identificare un'azienda, il suo territorio e il suo vino attraverso uno stile consolidato che nel tempo ha mantenuto”.
Primo Franco con la moglie Annalisa e la figlia Silvia
IL FUTURO DELLA QUARTA GENERAZIONE E L’INSOFFERENZA PER LE POSE
Oggi, con una cantina solida e autonoma guidata insieme alla figlia Silvia e ad una squadra giovane, brillante e motivata, il bilancio esistenziale di Primo Franco è sereno e scevro da rimpianti. “Rimpianti professionali o personali? Nessuno, assolutamente nessuno. Ho una bella famiglia, ho due figlie splendide, presto festeggerò cinquant'anni di matrimonio, ho una casa dove sto molto bene, anche se qualche volta adesso mi sembra un po' troppo grande per due sole persone. Ho conosciuto un mondo del vino che mi è piaciuto molto, fatto di persone vere e di calici sinceri”.
In casa Franco hanno sempre considerato che sapere almeno due lingue fosse importante. E quindi le figlie sono state portate sin da piccole presso famiglie inglesi dove c'erano bambini con i quali giocare, e da più grandi frequentarono camp estivi e poi anni di studi all’estero. “Marta in seguito si è laureata a Londra in International Business and Languages alla European Business School e rientrò a casa dopo quattro anni. L'accordo con lei era la laurea a Londra e il master in Italia; quindi, dopo un anno frequenta un master in marketing e comunicazione alla Bocconi, sempre per prepararsi per l’azienda di famiglia. A Milano incontra quello che poi è diventato suo marito, col quale ha creato la sua famiglia nella Brianza, fermandosi poi in loco e creando la propria carriera lavorativa. Silvia apprende le lingue inglese e tedesco e si laurea all'Istituto Europeo di Design, lavorando poi per due anni con un general contractor che seguiva i restauri degli alberghi di Rocco Forte in Europa. Ad un certo punto Silvia chiede di tornare a casa e facciamo un viaggio in Brasile insieme, poi in Canada e via dicendo fino a che ha preso in mano i destini dell’azienda e oggi è lei la quarta generazione. Come me e più di me, le mie figlie possono dire di non avere avuto da parte mia e di mia moglie indicazioni troppo stringenti sui percorsi di studio e di lavoro, sono state lasciate libere”.
Dove vede Primo Franco se stesso, l'azienda e anche la denominazione fra dieci-quindici anni? “Intanto mi piacerebbe molto vedermi! Alla mia età c'è sempre meno tempo davanti e quindi è la prima cosa. Vedo invece con rammarico continuare a mancare omogeneità di vedute all'interno della denominazione divisa tra coloro che vogliono che si chiami solo così o solo colà. Per quanto riguarda l’azienda la vedo navigare discretamente, in questo mondo del vino, ancora a lungo”.
Cosa pensa invece della politica? “Rispetto molto gli uomini e le donne che vi si impegnano, non mi interessa se di destra, sinistra o centro. Ripeto, se la persona è capace, non mi interessa lo schieramento politico, do il mio voto o non glielo do. Mi è capitato di non votare qualche volta”.
Il tono di Primo Franco si fa più intimo e riflessivo quando si allontana dai tecnicismi consortili per toccare le corde della vita vissuta, della natura e dei piccoli riti quotidiani. Confessa di essere stato allevato alla fede cattolica con una libertà profonda, trovando oggi il proprio tempio silenzioso tra i boschi e le colline che ha protetto per tutta la vita.
Eppure, se c'è qualcosa che riesce ancora a infastidirlo profondamente, sono i tic e le affettazioni della modernità, in particolare quelli della ristorazione contemporanea e dei locali alla moda. “Sa che cosa invece non mi piace oggi? Dove non vado più volentieri? Dove mi stufo mortalmente? Quando vado in un ristorante magari con la famiglia e mi portano un piatto che io ho regolarmente ordinato — e so perfettamente che cosa ho ordinato — e il cameriere si china, mi mette quasi il dito nel piatto e comincia a farmi la supercazzola spiegandomi che sono 'lingue di canarino in salsa verde con foglie di rosmarino selvatico allevato a millecinquecento metri di quota' e via dicendo... Ma dico, quella che siede accanto a me è mia moglie Annalisa, abbiamo bisogno di parlarci delle nostre cose private, di lavoro. Evitate di interrompere il convivio! Mi si porti semplicemente quello che ho ordinato, senza troppi discorsi”.
Ecco, quella di Primo è una vita spesa a difendere la sostanza contro la scenografia. Una lezione che risuona forte e chiara anche nel vino la cui grandezza non risiede mai nell'ipertrofia dei volumi o nelle mode effimere del mercato, ma nella capacità di custodire la voce limpida, fiera e irripetibile della propria terra, tenendo la schiena dritta e la mente libera.
foto di famiglia, con la moglie Annalisa e le figlie Silvia e Marta
A Sirmione la “prima” di Lugana Festival
Sarà Sirmione, la città del poeta Catullo e uno dei più spettacolari promontori italiani, a ospitare Lugana Festival, la nuova manifestazione diffusa che unisce vino, musica, cultura e gastronomia sul Lago di Garda. L’iniziativa, nata dalla collaborazione tra il Comune di Sirmione e il Consorzio Tutela Lugana, punta a trasformare la degustazione in un’occasione per conoscere da vicino i luoghi nei quali nasce uno dei bianchi italiani più conosciuti anche all’estero.
Il festival va in scena dal 16 al 19 ottobre e coinvolgerà non soltanto il centro storico di Sirmione, ma anche Colombare, Lugana e le aziende vitivinicole del comprensorio che si estende tra le province di Brescia e Verona. Il cuore dell’evento sarà Palazzo Callas, in piazza Giosuè Carducci, dove sabato 17 e domenica 18 ottobre aprirà il Lugana Hub. Qui gli appassionati potranno degustare le etichette delle cantine aderenti nell’Enoteca del festival e approfondire la conoscenza della denominazione attraverso sei masterclass su prenotazione.
Ma l’aspetto più interessante in chiave enoturistica sarà la possibilità di uscire dal centro di Sirmione per raggiungere direttamente i luoghi di produzione. Durante il weekend il servizio navetta Lugana Express collegherà infatti la cittadina gardesana alle cantine del territorio, offrendo ai visitatori l’opportunità di passare dal calice al vigneto e di entrare in contatto con produttori e paesaggi.
È qui, sulle sponde meridionali del Garda, che la Turbiana trova il proprio habitat ideale grazie ai profondi terreni argillosi e al microclima temperato dal lago. Da questo vitigno autoctono nasce un bianco caratterizzato da freschezza, sapidità e capacità di evolvere nel tempo. Oggi la Doc Lugana conta circa 2.600 ettari e 214 produttori, con oltre il 60% della produzione destinato a 65 Paesi.
La prima edizione del festival diventa così anche un’occasione per raccontare la crescente vocazione enoturistica della denominazione, inserendo il vino in un’esperienza più ampia fatta di paesaggio, cultura e gastronomia. Proprio al cibo sarà dedicata la giornata conclusiva di lunedì 19 ottobre, con la finale di un concorso gastronomico riservato a piatti capaci di utilizzare e valorizzare il Lugana.
Il programma completo del festival, in aggiornamento, è disponibile sul sito https://www.luganafestival.it/
Tra gli appuntamenti più attesi, le masterclass condotte da Andrea Lonardi e Federico Bovarini, i concerti di Sara Longo Quartet, gli aperitivi in piazza a Colombare e le visite alle cantine aperte per l’occasione.
Il festival Hostaria Verona ospita Durello&Friends
Il Lessini Durello sceglie la festa e la convivialità per raccontare un territorio che dalle colline vulcaniche della Lessinia arriva fino al cuore di Verona. Venerdì 16 ottobre, alle 21, la Loggia di Fra Giocondo ospiterà Durello&Friends, appuntamento inaugurale di Hostaria Verona 2026, la manifestazione che fino al 18 ottobre trasformerà il centro della città scaligera in una grande osteria diffusa.
Protagoniste saranno le bollicine Lessini Durello Doc Metodo Charmat, accompagnate da assaggi di prodotti tipici e dal dj set di Clara Romero. Una formula pensata soprattutto per intercettare un pubblico giovane e curioso, puntando su un approccio al vino più immediato e contemporaneo, nel quale la degustazione si intreccia con musica, socialità e gastronomia.
«Abbiamo scelto di inaugurare il festival con una serata che unisce degustazione e musica perché crediamo che il vino debba essere conosciuto anche attraverso esperienze contemporanee, immediate e coinvolgenti», spiega Giovanni Tessari, presidente del Consorzio di Tutela Vini Lessini Durello.
L’appuntamento diventa così anche una porta d’ingresso verso il territorio d'origine. La Durella, vitigno autoctono caratterizzato da una spiccata acidità, trova il proprio ambiente d'elezione nella fascia pedemontana della Lessinia, tra le province di Verona e Vicenza, dove i vigneti si sviluppano su terreni di origine vulcanica. Sono circa 600 gli ettari vitati a Durella e 34 le aziende associate al Consorzio, che tutela il Lessini Durello DOC Metodo Charmat e il Monti Lessini DOC Metodo Classico.
È proprio questo legame tra calice e paesaggio a rappresentare una delle chiavi enoturistiche della denominazione. «Dietro ogni calice ci sono la Durella, i suoli vulcanici, il lavoro dei viticoltori e un paesaggio che merita di essere conosciuto e visitato», sottolinea Tessari.
Un invito che trova terreno fertile a Hostaria Verona, quest'anno dedicata al tema “Tutte le strade portano a…”. Per tre giorni un itinerario di circa tre chilometri unirà cantine, territori, gastronomia e cultura, facendo di Verona un punto di partenza ideale per andare oltre la degustazione e scoprire le colline dove quelle bollicine prendono vita.
Spirits & Colori distribuisce il rosé firmato da Roger Taylor, il batterista dei Queen
Del rosé Queen Côtes de Provence Rosé, nato dalla collaborazione tra Roger Taylor – il batterista della band che fu capitanata da Freddie Mercury – e la realtà vitivinicola provenzale Les Caves du Commandeur, avevamo dato già notizia in primavera. Ora la nuova notizia è che a distribuire questo prodotto così particolare non è una società specializzata in vini, bensì il suo spin-off focalizzato sugli spirits e sul mondo super horeca. Si tratta di Spirits & Colori, realtà nata come estensione dell'attività di Vino & Design che ha invece nell'horeca legato alla ristorazione il proprio mondo di riferimento. Perché dunque il vino rosa dell'autore di Radio ga ga, I'm in love with my car, A kind of magic e altre tracce del quartetto londinese diventate immortali è entrato nel catalogo di una società che tratta distillati e non vini? A spiegarlo è il direttore marketing e commerciale di Spirits & Colori, Gabriele Rondani.
"Perché, nella nostra visione, si tratta di un prodotto particolarmente legato al momento dell'aperitivo. Esattamente come Corentin Breton, lo Champagne che abbiamo a catalogo", afferma Rondani. Del resto, il cliente di riferimento di Spirits & Colori è il cocktail bar o l'enoteca che spinge sul long drink, sul cocktail e sulla mescita in fascia pre-serale. La stessa logica ha portato la società reggiana a inserire nell'offerta anche il vino dealcolato, seguendo uno dei fenomeni che stanno modificando maggiormente il fuori casa. "Abbiamo anche i vini no alcol del Dr. Loosen, partendo dal vino originale e togliendo l'alcol. È un modo per andare incontro alla tendenza del momento".
L’APERITIVO APRE AL VINO
Spirits & Colori nasce nel 2016 come costola di Vino & Design e nel 2020 diventa una società indipendente. Da allora il portafoglio si è progressivamente trasformato. "All'inizio – ricorda Rondani – era un completamento di gamma per la ristorazione, poi è diventata una vera e propria attività focalizzata sulle categorie e sui brand fondanti del bar. In quegli anni chiudevano le vinerie e aprivano cocktail bar". Oggi la società continua a modificare rapidamente il proprio assortimento: "I brand entrati nel portafoglio da quando sono arrivato, due anni e mezzo fa, rappresentano oggi il 45% del nostro fatturato, che è costantemente in crescita".
Tra i marchi di punta, Rondani cita Hayman's Gin, realtà familiare londinese le cui origini risalgono all'Ottocento. Ma è proprio il vino a rappresentare uno dei terreni sui quali Spirits & Colori potrebbe ulteriormente ampliare il proprio raggio d'azione. L'ingresso del Queen Côtes de Provence Rosé ne è una dimostrazione. Il progetto è stato sviluppato da Roger Taylor insieme a Sony Music, Watermill Wines, Les Caves du Commandeur e Rupert Clevely. Taylor ha partecipato alla definizione del blend e del progetto, compresi gli aspetti legati al design della bottiglia. La Cuvée Rock n' Roll 2025 è composta per il 70% da Grenache e per il 30% da Cinsault e nel 2026 ha ottenuto 95 punti e il Provence Rosé Trophy all'International Wine Challenge.
Ma come è arrivata questa etichetta proprio nel catalogo del gruppo reggiano? "La buona fama di Spirits & Colori è arrivata oltremanica", racconta Rondani. Un percorso favorito anche "dai viaggi di Roger Taylor in Italia, che gli hanno permesso di apprezzare in particolare il nostro catalogo di vini di fascia superiore, e da rapporti e amicizie che oltremanica erano già legati al nostro gruppo".
Roger Taylor
LA SFIDA DEI CONSUMI GIOVANILI
In prospettiva, il catalogo di Spirits & Colori potrebbe accogliere nuovi vini, in particolare gli sparkling, e anche una categoria di prodotto interessante e strategica come il sakè. "Quest'ultimo potrebbe avere senso perché già serviamo ristoranti giapponesi con i nostri whisky", dice Rondani. Sul fronte spirits, invece, la strategia passa anche dalla razionalizzazione dell'offerta nelle categorie che stanno attraversando una fase meno brillante, con l'obiettivo di concentrare maggiormente le energie sui marchi e sui segmenti con migliori prospettive. Con un occhio di riguardo ai cambiamenti in atto tra i consumatori più giovani. Secondo Rondani, enoteche e ristorazione tradizionale dovrebbero osservare con maggiore attenzione quanto sta accadendo nei festival e nei locali più dinamici. "Bisogna andare alle degustazioni, andare ai festival, informarsi e parlare non soltanto con i propri consumatori, ma soprattutto con i giovani". Una parte importante della domanda giovanile, sottolinea, rimane infatti invisibile agli operatori tradizionali perché si sviluppa online. "I giovani hanno bisogni e gusti diversi, che molto spesso non vengono soddisfatti dall'offerta che trovano in enoteca. Questa è un'area grigia che gli operatori non potranno conoscere se non andando dall'altra parte del banco, per esempio durante i festival".
Il fenomeno emerge chiaramente nel whisky e negli altri spirits. "Quando parliamo con i giovani scopriamo che hanno idee e gusti diversi dalle nostre generazioni. Non conoscono alcune cose, ma sono informatissimi su altre e, se ricevono le informazioni giuste e vengono guidati nelle scelte, comprano anche offline". Non si tratta dunque soltanto di modificare il linguaggio, rendendolo più immediato e visivo, ma di recuperare una relazione diretta con chi acquista. "Servono più degustazioni e più contatto con i consumatori finali. Bisogna interessarsi a loro, comprenderli e poi guidarli", conclude Rondani. Un ruolo che un tempo apparteneva maggiormente alla famiglia e agli operatori specializzati e che oggi è stato in buona parte assorbito dai social network che, evidenzia, "Hanno sostituito il ruolo dei genitori nell'informazione su vini e spirits. Per questo è importante che arrivino anche gli enotecari e i ristoratori".