
Dopo mesi di segno meno, a luglio l’export di vino italiano negli Stati Uniti torna a crescere: +9,8% a valore, +1,3% nei volumi e circa +8% il prezzo medio. Un rimbalzo che migliora il bilancio dei primi sette mesi, ma non cambia ancora il quadro di fondo: il marketing year 2025/2026, chiuso il 31 luglio, registra infatti 1,634 miliardi di euro di export a valori deflazionati, il livello più basso dal 2015/16, e una variazione reale del -15% rispetto alla media dei cinque periodi precedenti. È quanto emerge dall’analisi dell’Osservatorio UIV (Unione Italiana Vini) sui dati ufficiali dell’export italiano verso gli Stati Uniti.
Il risultato di luglio consente comunque di ridurre il passivo cumulato nei primi sette mesi dell’anno, passato dal -14% di giugno al -11%. Un dato che va però letto anche alla luce del confronto con l’estate 2025, quando luglio e agosto avevano registrato complessivamente perdite vicine al 30%. Per agosto l’Osservatorio prevede un’ulteriore crescita, che potrebbe portare il saldo dei primi otto mesi intorno al -9,5%. Sarebbero così due mesi consecutivi con il segno più, una sequenza che non si registrava dall’inizio del 2025.
Per il segretario generale UIV Paolo Castelletti, i dati estivi non bastano ancora per parlare di inversione di tendenza. “È presto – dice – per prefigurare una inversione di tendenza delle spedizioni oltreoceano, anche perché i consumi statunitensi non stanno sin qui ripartendo in maniera significativa”. Il miglioramento estivo attenua comunque la tensione sul mercato, anche in vista degli appuntamenti autunnali con il trade americano, a partire dal Vinitaly a New York di ottobre.
Restano infatti diversi fattori di rischio. “Le insidie per il mercato europeo negli Usa sono ancora tutte lì – osserva Castelletti – a partire dall'indagine per overcapacity con possibili ulteriori dazi, fino all'inflazione galoppante e al conseguente calo del potere di acquisto". In questo scenario, aggiunge, "la presenza oltreoceano diventa ancora più importante".

Il bilancio dell’ultima annata commerciale restituisce la profondità della fase negativa. Nel marketing year concluso il 31 luglio, l’export italiano negli Stati Uniti ha raggiunto 1,634 miliardi di euro a valori deflazionati, il livello più basso dal 2015/16. Rispetto alla media dei cinque marketing year precedenti, la variazione reale è del -15%; anche i volumi segnano il minimo del periodo.
Secondo l’Osservatorio UIV, la difficoltà del mercato statunitense è il risultato di più fattori: dazi, dollaro debole e calo strutturale della domanda di vino, elementi che hanno contribuito anche alla contrazione dell’export italiano verso i mercati extra-Ue, arrivato al minimo dal periodo della pandemia 2020-2021. La fase negativa accomuna i principali paesi produttori: la Francia, market leader negli Stati Uniti, registra nell’ultimo marketing year un calo nominale a valore del 22%, contro il 16% dell’Italia.
A pesare non è soltanto la congiuntura. Per Carlo Flamini, responsabile dell’Osservatorio UIV, “il mercato è in una fase di profonda trasformazione: i dazi si sono inseriti in maniera irruenta in un processo di cambiamento in atto ormai da almeno un lustro”. I consumi, spiega, si stanno spostando “non solo all’interno del segmento vino (spumanti, cocktail, ready-to-drink), ma anche verso bevande differenti (hard-teas, kombucha), meglio sintonizzate con occasioni di consumo in costante mutamento”, anche sul fronte del packaging, sempre più orientato a portabilità e comodità.
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