
Una storia lunga 750 anni è, o almeno dovrebbe essere, un lasso di tempo sufficiente per capire che le sfide della vita si possono vincere o perdere, a prescindere dal proprio valore. Ma che sempre vanno affrontate, perché il rimpianto per la sconfitta è meno amaro del rimorso per la rinuncia.
E questo è ancor più vero quando sul tavolo c’è un’idea più grande: il benessere di un luogo e delle persone che lo vivono, che trascende il qui e adesso per abbracciare i giorni che verranno. Un obiettivo complesso, a tratti utopico, dal perseguimento del quale nessuno dovrebbe sottrarsi, perché non c’è un’alternativa, e la sconfitta altrui non corrisponderebbe a una propria vittoria.
È con questa riflessione che introduciamo Regina Ribelle 2026, il lungo fine settimana dedicato alle nuove annate della Vernaccia di San Gimignano, in un’edizione chiamata sì a celebrare i 750 anni dalla storiografizzazione della Vernaccia – era il 1276 quando gli Ordinamenti della Gabella ne facevano menzione per la prima volta – ma capace di rivelare le sempre più consistenti tracce di quella modernità auspicata dentro e fuori dal calice.
Ogni angolo di San Gimignano racconta di una storia secolare, nel corso della quale la cittadina oggi senese ha rivestito un ruolo di primo piano, da un punto di vista politico e culturale. Posizionata lungo le principali vie di comunicazione del tempo, San Gimignano conobbe il suo periodo di maggiore splendore nel tardo Medio Evo, testimoniato ancora oggi da quel fittumaio di torri che adorna il suo cielo e le vale il titolo di “Manhattan del tredicesimo secolo”.
Indebolita dalla peste nera e scossa dalla contrapposizione tra guelfi e ghibellini, San Gimignano conobbe un progressivo ridimensionamento, che la spinse a legarsi prima a Siena e poi, definitivamente, a Firenze. Una dicotomia identitaria che, dai tempi della battaglia di Monteaperti – da qualcuno confusa con Montespertoli – divideva e divide tuttora la cittadina.
Non da meno l’attenzione rivolta alla città dalla letteratura italiana, con citazioni che da Dante Alighieri – che nel XXIV canto ricorda Papa Martino IV “che purga per digiuno l’anguilla di Bolsena e la Vernaccia” – giungono fino ai giorni nostri, con un più prosaico Mario Soldati che invitava a “superare Siena e perfino Poggibonsi” per raggiungere il borgo: “un unicum dei territori, dove si produce un unicum dei vini: la Vernaccia di San Gimignano”. Un intreccio di storia urbana, memoria letteraria e cultura del vino continua così a sedimentarsi nella vita quotidiana di una città in evoluzione, dove torna a brillare una veracità rurale rimasta intonsa, quasi incurante delle contaminazioni che, fin dal Medio Evo, hanno attraversato le sue porte.

San Gimignano è da sempre una delle destinazioni più riconoscibili del turismo toscano, con circa 222mila arrivi e 578mila presenze registrate nel 2025 nelle 547 strutture ricettive del territorio, in crescita rispetto agli anni precedenti e con una componente internazionale molto rilevante. All’interno di questi flussi, l’enoturismo legato alla Vernaccia si inserisce nel più consueto dei modelli toscani, segnato dal peso dell’accoglienza familiare, dalla centralità del paesaggio rurale e dall’integrazione fra visita in vigna, degustazione e ospitalità agrituristica.
Un’esperienza – se così la si vuole chiamare – sempre più articolata, che nel rispondere alle esigenze del turista moderno stringe il legame tra il borgo, i suoi dintorni e la Vernaccia. In uno spazio geograficamente limitato, la mobilità dolce rappresenta la soluzione più logica per gli spostamenti, soprattutto se sostenuta da una rete di sentieri, servizi connessi e attenzione da parte degli operatori locali.
In prospettiva, la combinazione tra forte riconoscibilità internazionale del luogo, radicata identità della Vernaccia e crescente domanda di bianchi strutturati e longevi mette questo vino in una posizione privilegiata per costruire esperienze enoturistiche più stratificate. L’obiettivo è spostare una parte sempre più consistente della fruizione mordi‑e‑fuggi verso proposte immersive ad alto contenuto di racconto territoriale: un passaggio che, tuttavia, non può essere affidato alla sola intuizione degli operatori, ma deve poggiare su dati oggettivi, capaci di misurare percezione, posizionamento e potenziale della denominazione.
La sfida, in fondo, sembra essere tutta qui: non trasformare la Vernaccia in qualcosa di diverso da sé, ma renderla più comprensibile accettandone il carattere, brusco ma sincero. Dopo 750 anni di storia documentata, il suo futuro non passa dall’imitazione dei modelli più facili, ma dalla capacità di dare valore a ciò che la rende riconoscibile: una certa austerità, la sapidità, l’energia verticale e un territorio che resta il collante identitario e spazio economico ancora da conquistare.

È in questa direzione che si inserisce l’indagine commissionata dal Consorzio della Vernaccia di San Gimignano a Doxa, ancora in attesa di pubblicazione, sul percepito della denominazione e sul suo posizionamento competitivo. L’indagine potrà così diventare una base di lavoro per calibrare politiche promozionali e scelte di filiera, orientare la selezione dei mercati su cui investire e favorire indirizzi condivisi a partire da un quadro informativo più solido.
In attesa dei risultati definitivi, l’annuncio dell’indagine segna dunque un passaggio verso una maggiore consapevolezza dei punti di forza e delle criticità della Vernaccia. Di questo percorso, e delle strategie che potranno discenderne, VinoNews24 discute nel suo podcast con la vicepresidente del Consorzio della Vernaccia di San Gimignano Lisanna Boschini.
Il territorio comunale di San Gimignano conta circa 2.000 ettari di vigneto, dei quali 750 sono dedicati alla produzione di Vernaccia di San Gimignano Docg. A ciò corrisponde un potenziale effettivo di quasi 70 mila quintali di uva o, in alternativa, 6,4 milioni di bottiglie da tre quarti di litro.
All’interno di un generale quadro di riduzione delle rese, nella vendemmia 2025 sono state 147 le aziende che hanno rivendicato uve a Vernaccia di San Gimignano Docg, per complessivi 55,7 mila quintali di uva, in calo di circa il 5% rispetto alla vendemmia 2024, dove si registrò un raccolto di poco superiore ai 59 mila quintali. Riguardo all’imbottigliato, nonostante un lieve calo rispetto alla media del biennio 2022‑2023 (circa 4,62 milioni), nel corso del 2025 i valori sono tornati su livelli fisiologici, con oltre 4,2 milioni di bottiglie immesse al consumo.
Un dato questo in netta controtendenza rispetto al 2024 (3,48 milioni), annus horribilis durante il quale la denominazione fece i conti con l’ondata di peronospora che, nell’estate del 2023, falcidiò – qui come altrove – una parte consistente della produzione. La distribuzione della Vernaccia di San Gimignano conferma la forte vocazione internazionale della denominazione, con una quota export che nelle ultime annate si attesta stabilmente oltre il 50% della produzione complessiva, diretta soprattutto verso Europa e Nord America.
Una parte rilevante del vino resta però in Italia e, in particolare, sul territorio di origine, dove il consumo legato a ristorazione, cantine ed enoteche intercetta direttamente il flusso turistico. In Europa i principali mercati sono Germania, Svizzera, Regno Unito e Paesi Bassi, mentre negli Stati Uniti la Vernaccia si è ritagliata uno spazio stabile nella ristorazione e nella distribuzione specializzata come bianco toscano identitario, capace di affiancare i grandi rossi regionali.

Nel bicchiere la Vernaccia continua il suo percorso di riscoperta di sé stessa e dei consumatori che, all’ombra dei banchetti, professano il proprio amore per la sua versione più pura e identitaria. Una scelta non facile, considerando la scontrosità di questo vitigno, che in un quadro di diffusa pulizia mostra peraltro una certa attitudine verso il trascorrere del tempo.
I suoi colori sono tenui e vitali, la trama olfattiva sobria, con evidenze di frutto bianco, fiori e mandorla. La bocca è asciutta, fresca e marcatamente sapida, spesso chiusa da una lieve nota amarognola che ne completa il profilo. Particolarmente piacevoli alcune versioni pensate per una lettura semplice e gastronomica, mentre alle selezioni spetta il compito – riuscito di fatto – di mostrare un’estensione temporale tutta da scoprire.
Apprezzabile infine la “scarnitura” dei vini: dopo una fase in cui l’ambizione era incrementarne corpo e struttura, le ultime annate lasciano emergere nuove linee, orientate a sottolineare la matrice sapida e l’amaricante tipica del vitigno.
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