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Osservatorio UIV: in Italia una bottiglia su cinque declassata a “vino comune”, emorragia di valore per mezzo miliardo di euro

Osservatorio UIV: in Italia un quinto di bottiglie declassate a “vino comune”, emorragia di valore per mezzo miliardo di euro

di redazione | 8 Luglio 2026

All’Assemblea UIV, appello del presidente Lamberto Frescobaldi: "servono scelte coraggiose". E il ministro Francesco Lollobrigida ammette l’urgenza di un cambio di registro. Numeri critici, servono azioni drastiche.

A fronte di mezzo miliardo di euro a valore perduto con una bottiglia su cinque declassata in Italia, "è meglio prendere una decisione sbagliata che nessuna decisione". È questo il messaggio lanciato dal presidente di Unione Italiana Vini (UIV), Lamberto Frescobaldi, all'annuale assemblea generale della principale associazione di rappresentanza per le imprese vitivinicole italiane. "Nelle attuali condizioni di mercato, anche una vendemmia da 44 milioni di ettolitri non è più sostenibile - ha proseguito - È il momento di assumersi la responsabilità di scelte coraggiose, anche se impopolari, perché l'immobilismo sta già costando al settore molto più di qualsiasi intervento di riequilibrio: l'iperproduzione sta impattando su valore e redditività lungo tutta la filiera. Dobbiamo tutelare un comparto che vale l'1,1% del Pil e che contribuisce in maniera determinante non solo al saldo della bilancia commerciale (+7,2 miliardi di euro), ma alla ricchezza dei territori e alla salvaguardia del paesaggio".

l'Assemblea annuale di Unione Italiana Vini
l'Assemblea annuale di Unione Italiana Vini

GIACENZE E DECLASSAMENTI

Bando alle inutili giravolte intorno a letture edulcorate, sono i numeri a lasciare poco spazio all’ottimismo. Secondo l'analisi dell'Osservatorio UIV, presentata a Roma, nonostante le tre vendemmie light tra il 2023 e il 2025, a maggio 2026 gli stock in cantina (tra vino e mosti) hanno superato i 53 milioni di ettolitri (a +7,3% sul dato di maggio 2025), l'equivalente di un'intera vendemmia ferma in cantina che marca il livello di giacenze più alto dal 2022 (eredità però di un raccolto extra-large da quasi 50 milioni di ettolitri). E va ricordato – rimarca il segretario generale UIV Paolo Castelletti - che il dato di maggio 2022 ereditava una vendemmia di 49,8 milioni di ettolitri, mentre la 2025 si è fermata a 44,4 milioni.

le vendemmie calano, le giacenze aumentano
le vendemmie calano, le giacenze aumentano

Le difficoltà a collocare il prodotto, in un contesto che vede i consumi appiattirsi a livello nazionale (-2% il dato gdo gennaio-maggio 2026 rispetto al corrispondente periodo del 2025, con i vini fermi a -3% secondo la relazione Castelletti) così come a livello internazionale (il consuntivo dell'export nel primo trimestre segna -4% a volume e -8,3% a valore), stanno spingendo i declassamenti, ovvero la riclassificazione di un vino in una categoria inferiore (ad esempio da Docg a Doc, da Doc a Igt o a vino comune). In sostanza - rileva l'Osservatorio UIV - le cantine stanno movimentando le giacenze verso la categoria più facilmente collocabile sul mercato, quella del vino comune, con una strategia di contenimento danni che, come rovescio della medaglia, continua ad abbassare l'asticella del valore. Ne sono un termometro i prezzi dello sfuso, che nei primi cinque mesi dell'anno sono scesi del 6% per i Dop, del 7% per gli Igp e del 14,4% per i vini comuni, destinatari del 75% dei declassamenti e maglia nera con una media di 54 centesimi al litro.

EROSIONE DI VALORE PER MEZZO MILIARDO

"È necessario aggiornare l'impianto normativo per regolamentare e razionalizzare il settore: la produzione va programmata in funzione del mercato – chiosa Castelletti - Abbiamo riscontrato che oggi una bottiglia su cinque viene declassata e questa pratica rischia di innescare un effetto a valanga: il vino scende di categoria, i volumi si accumulano alla base della piramide qualitativa e ad essere travolti sono i prezzi. Sotto il peso di un'offerta eccessiva si è già eroso più di mezzo miliardo di euro di valore potenziale annuo".

il segretario generale UIV Paolo Castelletti
il segretario generale UIV Paolo Castelletti

Secondo le elaborazioni dell'Osservatorio UIV, ogni atto di cambio di registro porta infatti con sé una decurtazione sul valore iniziale, che per i vini Dop è equivalente a 364 milioni di euro (il 10%) e per gli Igp a 152 milioni (il 14%), per un totale generale di 516 milioni di euro in meno, pari all'11%.

EMORRAGIA IN CANTINA, DECLASSATE ANCHE LE DOCG

La sintesi della relazione di Castelletti entra nel dettaglio dei movimenti mensili. Da inizio anno, i fabbisogni mensili sono stati piuttosto sostenuti per i vini comuni (oltre +50% di variazione tendenziale registrata fino a marzo, poi il dato si dimezza a +27% ad aprile). Dop e Igp invece hanno avuto andamenti lenti fino a marzo (i primi) e in negativo (i secondi).

Da aprile si segnala un forte cambio di rotta: prima incominciano a salire i fabbisogni degli Igp (+12%, confermato a maggio con +14%), mentre i Dop incominciano a registrare significativi movimenti da maggio, con +17%. Avendo ancora giacenze in positivo, se ne deduce che i movimenti registrati per Dop e Igp più che uscite di cantina (come per i comuni) sono in realtà veri e propri declassamenti, quindi movimenti intra-cantina: si spiega in tal modo il dimezzamento dei fabbisogni dei comuni ad aprile rispetto a febbraio-marzo (+27%) e addirittura il segno negativo (-13%) di maggio, ovvero a fronte di uscite di cantina, i vini comuni continuano a ricevere dall'alto giacenze di prodotti declassati. La tendenza — man mano che si avvicina la vendemmia — è prevista andare verso un'accelerazione, che porterà con sé inevitabili deprezzamenti.

UIV: in Italia 1/5 bottiglie declassate, perso mezzo miliardo a valore

Nel dettaglio dei volumi, nel 2025 (ma il dato sarà speculare nel 2026, a giudicare dall'andamento dei primi cinque mesi dell'anno) il volume di vino Dop e Igp oggetto di "cambio di tipologia" è stato pari a 6,6 milioni di ettolitri, il 20% del potenziale rivendicato in vendemmia. Di questi, 4,9 milioni sono stati declassamenti diretti verso vino comune. I vini a denominazione hanno un'incidenza dei declassamenti sul potenziale del 13%, circa 2,8 milioni di ettolitri, di cui 1,3 diretti verso vino comune — si tratta nella stragrande maggioranza di "vino atto", ovvero vino che non è arrivato neppure alla certificazione.
Non sono poi solo le Doc a subire declassamenti: anche le Docg sono soggette a questa pratica, con oltre 373.000 ettolitri nel 2025, di cui il 36% direttamente verso vino comune. Il fenomeno è ancora più marcato nel segmento Igp: pur ricevendo 1,5 milioni di ettolitri di declassamenti dall'alto, il volume che scende verso il basso è pari a 3,6 milioni, con un saldo del 27% del potenziale spostato a vino comune — che progressivamente si gonfia, aumentando il volume del potenziale di 4,9 milioni di ettolitri, equivalente a un aumento di massa del 44%.

UIV: in Italia 1/5 bottiglie declassate, perso mezzo miliardo a valore

CROLLO USA (-21%) AFFONDA L’EXPORT EXTRA-UE

Nel primo trimestre dell'anno le esportazioni di vino hanno subito una riduzione del 4% volume, ma — cosa più preoccupante secondo la relazione Castelletti — una decurtazione dei valori dell'8%, dovuta alla pessima performance sui Paesi terzi (-11%). Preoccupa lo stato di salute di alcuni mercati chiave, tra cui Usa (-21% valore), Uk (-8%), Svizzera (-10%), Giappone (-4%).

Il fenomeno riduttivo è però iniziato già nel 2025, a seguito dell'entrata in vigore dei dazi americani, riportando i valori alla media del 2022/23 (che incorpora l'effetto inflattivo generato dalla guerra in Ucraina). Probabilmente la fase discendente è destinata a durare oltre, con la fine del 2026 che potrebbe vedere i listini scivolare verso quota 3,55 euro (contro i 3,62 attuali).

Sul fronte dei consumi negli Stati Uniti — primo mercato a valore per l'Italia, con il 24% dell'export — la relazione del segretario Castelletti segnala un calo in corso dal 2022, confermato e aggravato nei primi cinque mesi del 2026 rispetto al 2025, sia per il totale mercato (-10%) sia per i vini italiani (-7%). L'effetto dei dazi (aumento medio dei prezzi alla distribuzione del 4% da inizio anno) sta incidendo profondamente in una situazione già di per sé regressiva. Per i vini italiani, la sola componente positiva è rappresentata dal Prosecco, che però non salva il totale spumanti (-2% volume): in profondo calo i vini fermi (-10% per rossi e bianchi). Proprio per effetto dei dazi, che stanno imprimendo aumenti dei listini, i valori registrano regressioni meno marcate, con gli spumanti che vanno addirittura in segno positivo (+2,6%).

FRESCOBALDI: "FASE NUOVA NELLA STORIA DEL VINO ITALIANO"

Nel discorso di chiusura dei lavori, il presidente Lamberto Frescobaldi ha invitato a un bagno di realismo. "Il vino italiano è entrato in una nuova fase della storia e della sua storia. Una fase che non possiamo interpretare con gli strumenti del passato. Perché oggi non è cambiato soltanto il mercato del vino. È cambiato il mondo nel quale il vino si produce, si commercia e si consuma".

Per troppo tempo – ammette – “abbiamo letto le difficoltà del settore esclusivamente attraverso la lente dei consumi, delle vendemmie o delle giacenze”. Ora i volumi non sono più sinonimo di benessere e nella dieta forzata imposta da una geopolitica impazzita – che ha fatto impazzire i mercati – secondo Frescobaldi “le imprese sono chiamate a ragionare in termini di de-risking: ridurre l'esposizione ai rischi geopolitici, commerciali e regolatori è diventato parte integrante delle strategie aziendali. È un cambiamento profondo. E non riguarda soltanto il vino".

LA VALANGA (ENOICA) NEGLI STATI UNITI

Gli Stati Uniti sono l'esempio più evidente. “Rimangono il nostro primo mercato di esportazione – precisa - e continueranno a essere un mercato strategico per il vino italiano, ma stanno cambiando il loro ruolo nello scenario internazionale, mentre cambiano la società, la demografia, gli stili di vita, le abitudini di consumo". Secondo dati Gallup citati da Frescobaldi, nel 2025 per la prima volta il vino è sceso al terzo posto tra le bevande alcoliche preferite dagli americani, superato non soltanto dalla birra ma anche dagli spirits, mentre sempre per la prima volta nel 2025 oltre la metà dei consumatori a stelle e strisce dichiara di avere una percezione negativa del consumo di alcol e dei suoi effetti sulla salute — venticinque anni fa quella percentuale era poco più del 25%. "Sono dati che raccontano un cambiamento strutturale, non una semplice oscillazione congiunturale", ha commentato Frescobaldi. Magra consolazione il fatto che negli ultimi quattro anni i volumi consumati negli USA si siano contratti del 20% circa, mentre i vini italiani avrebbero ceduto circa il 12%.

Secondo il presidente UIV, oggi la vera domanda non è se i dazi rimarranno, come sostiene Trump, bensì “come possiamo continuare a essere competitivi e innovativi in un mercato che sta cambiando così profondamente? La risposta, a nostro avviso, è una sola: continuare a investire nella promozione, nella presenza sul mercato, nella capacità di interpretare i nuovi consumatori. Perché il cambiamento non si subisce, si governa".

L'EUROPA TIENE, SERVE PIÙ APERTURA

Dopo decenni di ubriacatura americana, anche secondo Frescobaldi è tempo di tornare a guardare prioritariamente all’Europa. Il mercato unico "resta il cuore della domanda di vino italiano", sottolinea il presidente UIV. Negli ultimi sei anni i partner europei hanno fatto registrare una crescita del valore quasi doppia rispetto ai mercati extraeuropei, con lo spumante italiano cresciuto del 72% e una crescita che ha superato il 100% in tredici Paesi dell'Unione. "Persino la Francia, patria dello Champagne, ha aumentato del 121% gli acquisti di bollicine italiane (come vendere ghiaccio agli eschimesi). Sono risultati che raccontano la forza del nostro prodotto. Ma raccontano anche quanto ancora possiamo fare".
Eppure il mercato unico "continua a essere frenato da ostacoli amministrativi, iniziative nazionali differenti e da una crescente iper-regolamentazione che limita la competitività delle imprese". Per questo UIV continua a chiedere “una reale semplificazione delle vendite a distanza B2C al consumatore e delle regole che ancora oggi ostacolano il commercio del vino all'interno dell'Unione", oltre a guardare con favore alla ripresa “di una politica commerciale europea più ambiziosa, fondata su accordi di libero scambio con partner strategici come Mercosur, India, Indonesia e Australia".

PROPOSTE UIV: STOP NUOVI IMPIANTI, NO ESTIRPI PAGATI CON OCM

Senza ricorrere al macro-alibi fornito da Trump, l’Assemblea UIV ha colto l’occasione per lanciare un messaggio chiaro. "Le difficoltà del contesto internazionale non devono diventare un alibi per rinviare le riflessioni sulle criticità strutturali del settore - avverte Frescobaldi – dato che la domanda globale continua a mostrare segnali di rallentamento e il disallineamento tra produzione e consumi rimane una delle principali questioni aperte".

Eppure l’Italia produce ancora molto ed è l'unico tra i principali Paesi produttori ad aver ampliato la propria superficie vitata negli ultimi cinque anni. Che fare allora? Frescobaldi proclama "sempre più urgente l'avvio di una riflessione strategica nazionale sul futuro del settore vitivinicolo italiano", che si traduca "in azioni da adottare nel breve periodo e iniziative di medio-lungo periodo, sul modello di quanto già realizzato da altri grandi Paesi produttori, come la Francia".

il presidente UIV Lamberto Frescobaldi
il presidente UIV Lamberto Frescobaldi

Tra gli interventi di breve periodo indicati nel discorso figurano: il blocco dell'assegnazione di nuove autorizzazioni all'impianto fino allo 0% per due anni; il rafforzamento della tracciabilità e della trasparenza del potenziale produttivo, completando l'allineamento dello schedario viticolo con il Sian, fissando termini certi per le dichiarazioni di raccolta e introducendo controlli più efficaci sulle superfici destinate alle uve da tavola per prevenire distorsioni del mercato; la riduzione delle rese produttive, anche per i vini Dop e Igp. Sul fronte degli interventi "di crisi", Frescobaldi ha detto no ai piani di estirpo finanziati con l'OCM, "le cui risorse devono rimanere a sostegno di investimenti, competitività, innovazione e promozione".

 

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