
Dal 1992, quando nasce a Merano come evento dedicato alla selezione dell’alta qualità enologica, il Merano WineFestival ha attraversato una trasformazione profonda: da manifestazione legata a un territorio a brand internazionale, capace di raccontare la stessa filosofia di selezione in contesti geografici e culturali molto diversi tra loro. Al timone di questo percorso c’è sempre stato Helmuth Köcher, il “WineHunter”, figura che negli anni ha costruito attorno al proprio nome un metodo di lavoro fondato sulla ricerca dell’eccellenza, tanto nel vino quanto nel food e negli spirits.
Come racconta lo stesso Köcher, la spinta a esportare il format oltre Merano è arrivata già negli anni 2000, con tappe a New York, Chicago, in Sud America e in diverse città europee, prima che i costi organizzativi imponessero una selezione più mirata dei contesti internazionali. Il passaggio decisivo verso l’attuale strategia — legare il brand MWF a territori terzi, mantenendo regia e selezione centralizzate ma affidando l’organizzazione a partner locali — si colloca, per sua stessa ammissione, nel biennio 2017-2018.
La Georgia è stato il primo laboratorio di questo modello, e non a caso: Köcher segue le vicende enologiche del Paese caucasico da oltre vent’anni, attratto dalla rinascita dei vitigni autoctoni dopo la fine del sistema sovietico. Il Merano WineFestival Georgia, nato dalla collaborazione con la Georgian Wine Association, ha debuttato nel 2022 quando la manifestazione varcò per la prima volta i confini italiani, organizzata da Chateau Mukhrani insieme all’associazione Georgian Wine. Da allora l’evento si è ripetuto ogni anno nella cornice di Chateau Mukhrani, che anche quest’anno ha accolto una folla di winelover e operatori per una vera “festa” del vino.
L’edizione 2026 ribadisce la vitalità del progetto e lo stesso Köcher - nell’intervista a VinoNews24 - conferma il modello georgiano per lo sviluppo internazionale. E annuncia lo sbarco in Brasile e nel Far East.
Helmuth Köcher partiamo dall’inizio: come si è passati dal Merano WineFestival, che nasce a Merano, alla sua trasformazione in un format internazionale?
"Ritornando alle radici, il Merano Wine Festival nasce nel 1992 come evento, con l’obiettivo di selezionare l’alta qualità. C’era un momento di passaggio dalla quantità alla qualità, ma anche un passaggio generazionale. Merano è diventato un punto di riferimento e un punto di partenza per un confronto tra i produttori stessi, segnando un percorso capace di spingere le aziende a puntare sulla qualità, perché la qualità è la chiave vincente. Questo format è piaciuto, per questo ho lanciato eventi diversi in giro per il mondo: ne ho organizzati a New York, a Chicago, in Sud America, in Cina e in altri contesti. La Georgia è stato il primo contesto in cui ho proposto il brand”.

Perché questa scelta?
"Seguo il percorso della Georgia da oltre vent’anni: per me la radice storica è un elemento fondamentale, è un elemento di traino per tutto il discorso sul vino. In Georgia ho seguito proprio questo cambiamento dalle grosse aziende cooperative ex-URSS, che erano presenti fino al 1991, verso il credo dei produttori che sono ritornati alle loro radici e origini, puntando pian piano sulla qualità e riscoprendo vitigni autoctoni. Lì è nata questa idea, grazie alla collaborazione con la Georgia Wine Association: realizzare un Merano Wine Festival che non sia solo un evento legato a Merano, ma un brand di riferimento per la selezione della qualità. Abbiamo legato anche il progetto Wine Hunter, nell’ottica di un'attenta vautazione qualitativa, con lo stesso obiettivo del 1992, ma in Georgia. I produttori ospiti vengono in parte selezionati, perché facciamo le degustazioni come Wine Hunter in Georgia, e al contempo hanno loro stessi la possibilità di confrontarsi. Noi effettuiamo una selezione di vini, ma abbiamo dato ai produttori la possibilità di presentare anche altre etichette della loro produzione. Nelle prossime edizioni, seguendo il percorso del Festival, potranno invece proporre esclusivamente quelle da noi selezionate".
A un certo punto c’è stato il passaggio da evento legato a Merano a format che potesse andare in Georgia o in Calabria. Quando è avvenuto?
"È un cambiamento maturato prima del Covid, quindi tra il 2017 e il 2018. In quegli anni abbiamo deciso di non legare il brand Merano WineFestival esclusivamente alla città di Merano, ma di farne un marchio capace di rappresentare ovunque la nostra idea di selezione dell'alta qualità. In Italia il primo appuntamento è stato quello in Calabria, poi è arrivata la Basilicata e l'obiettivo è sviluppare il format anche in altre regioni. All'estero, oltre alla Georgia, siamo presenti in Brasile, dove quest'anno si terrà la seconda edizione, e abbiamo avviato contatti anche con Albania e Moldavia. Vedremo come si evolveranno".

Cosa cambia con la presenza del brand, rispetto a un evento che si chiami - per esempio - Calabria Wine Festival?
"Tutto nasce dall'idea di chiamarlo 'Wine Festival', un nome immediato che dice una cosa molto semplice: qui si celebra il vino. Da lì il concetto di 'Wine Festival' è stato ripreso da tantissimi eventi. Il brand 'Merano WineFestival', invece, non rappresenta solo una selezione di qualità, ma anche un modo di organizzare gli eventi. C'è uno staff, c'è un format da rispettare. Il fatto che il team di Merano sia presente anche in Calabria è già una garanzia. E poi, entrando nella comunicazione del MWF, l'evento acquista una referenza importante".
A parte il nome, rimane un legame con Merano, con la culla originaria?
"Si crea un percorso unico, dove la Calabria ha una sua presenza a Merano, la Basilicata lo stesso. La selezione fatta sul territorio della Calabria viene riportata a Merano. Queste aziende selezionate ricevono una proposta, vengono integrate a livello di visibilità. Ovvio, questo funziona se c’è un territorio che ci crede e se ci sono organizzazioni con cui confrontarsi: parliamo di un Consorzio come in Basilicata, oppure di Arsac, che rappresenta le aziende vitivinicole in Calabria".
Il format ha anche una funzione di avanscoperta, un po’ come è avvenuto per la Georgia?
"Per me la cosa più importante è sempre la storia di un territorio. Quando organizzo un evento, che sia in Calabria, in Basilicata o altrove, deve esserci un motivo preciso per cui si tiene proprio in quel luogo. La base è sempre l'identità del territorio, che poi viene valorizzata dal brand Merano WineFestival. Pensiamo alla Calabria: se oggi parlo di gaglioppo, pochi lo conoscono. Ma se, all'interno del MWF, organizzo un confronto tra il nebbiolo di Barolo e il gaglioppo, inizio a dare al pubblico gli strumenti per scoprire questo vitigno. C'è un aspetto che per me è importante sottolineare: non si tratta di organizzare un Wine Festival in Calabria, uno a Portofino o uno a Palermo. È un progetto organico, che unisce la selezione dei vini alla valorizzazione della storia del territorio e dei suoi vitigni, con particolare attenzione a quelli autoctoni, per farli conoscere e metterli a confronto. A questo si affiancano la cucina e le produzioni tipiche, con l'obiettivo di raccontare un territorio nella sua interezza. Non è una sagra di paese: ci sono eleganza, esclusività e una precisa identità. Alla fine, è l'emozione il vero filo conduttore di tutto".
Oggi quanti sono i format dislocati in Italia e all’estero?
"Io sono partito oltre vent’anni fa con un format abbastanza ampio, che spaziava attraverso le maggiori città: Praga, Budapest, ma anche Amburgo, Francoforte, Colonia, Monaco di Baviera, per tanti anni Londra, e paesi come Estonia, Lettonia. Poi anche oltreoceano, a New York, Chicago, Los Angeles. Città importanti in cui portare le aziende e vedere che possibilità ci fossero di creare un business. Alla fine però i costi erano eccessivi, con una macchina organizzativa che restava in funzione tutto l’anno. Il primo evento chiamato Merano Wine Festival è stato quello di Monaco di Baviera, poi però Camera di Commercio italiana di Monaco di Baviera ha deciso di trovare un’altra denominazione più legata alla città".
Mentre il modello pienamente focalizzato sul brand è quello in Georgia?
"Certo, a partire dalla Georgia. Oggi abbiamo trovato un habitat ideale soprattutto in Calabria, dove è nato un bellissimo evento che mi ricorda l'energia delle prime edizioni di Merano. Poi è arrivata la Basilicata, un territorio molto interessante, in particolare Venosa. All'estero, oltre alla Georgia, siamo presenti anche in Brasile, dove quest'anno si terrà la seconda edizione, e presto si aggiungerà il Giappone, un progetto che sto definendo proprio in questi mesi".
Potenzialmente, quanti progetti potreste sviluppare?
"La Georgia è un buon modello di lavoro: io metto a disposizione il brand, intervengo come coordinatore di tutto, ma l’organizzazione è locale, in questo caso la Georgia Wine Association. Sto lanciando il brand in giro per il mondo e mi avvalgo, come anche in Brasile, delle partnership in loco, dove non devo spostarmi come in Calabria con un team intero e tutta la macchina organizzativa necessaria tra registrazione, vini, assaggi eccetera. Grazie a questo approccio l'operatività diventa più 'semplice', c’è un team integrato nel mio che segue le nostre direttive perché ci sia la stessa identità del MWF su questi territori".
Quindi ci sono margini di espansione se si trovano sinergie ulteriori?
"Sono di questo avviso: vorrei trovare delle partnership in tutto il mondo, partner che credono nel progetto, e poi collaborare con loro. Però mi devono garantire tutto il supporto organizzativo in loco, non posso organizzare io da qui. Il ruolo della mia struttura è quello di entrare nella selezione — questa deve essere sempre a firma nostra — a cui far seguire un coordinamento che rispecchi l’eleganza e l’esclusività della manifestazione, dando il touch tipico del Festival. Quindi anche la selezione della location diventa importante, perché deve rispecchiare l’identità".

Come si innesta questo percorso nella fase attuale del mondo del vino, certo non facile? Come crede che gli eventi possano continuare a essere uno strumento di valorizzazione in un momento difficile?
"Penso che il Merano Wine Festival sia comunque un punto di riferimento importante e rimanga tale. Perché è un evento che ha sempre anticipato i trend del mercato, ha sempre dato delle soluzioni, e anche in questa fase difficile cerca di lanciare proposte e creare riferimenti importanti. Il Merano Wine Festival, anche in momenti difficili, è un’ancora, un occasione di scambio tra i produttori. Poi ognuno deve trovare il percorso da seguire. Faccio un esempio: visitando molte aziende mi accorgo dei problemi legati alla logistica, perché nelle cantine restano vini invenduti. È un tema di cui si parla poco, perché viene quasi vissuto come una sconfitta, ma il problema esiste. Il mio obiettivo è offrire alle aziende alternative concrete, come la partnership con Most Collect, che gestisce il magazzino attraverso un'app molto completa: permette di monitorare le giacenze, gestire le vendite e commercializzare i vini anche online. Si tratta di strumenti che aiutano ad alleggerire il lavoro delle aziende. A questo si aggiunge la rete dei WineHunter Ambassadors, presente in oltre 30 mercati nel mondo, che rappresenta un punto di riferimento per chi vuole affacciarsi ai mercati esteri e diversificare i canali di vendita. È per questo che dico che Merano non è soltanto un evento, ma un luogo di confronto, capace di proporre soluzioni e di affiancare concretamente le aziende come partner”.
Quindi ha uno sguardo se non ottimista, comunque positivo…
"Ho girato tutto il mondo e continuo a farlo, confrontandomi con realtà molto diverse. Per questo voglio essere un punto di riferimento per le aziende, mettendo a disposizione la mia organizzazione non tanto per la singola impresa, quanto per i territori, con l'obiettivo di richiamare l'attenzione e offrire spunti utili. Crediamo di poter dare un contributo concreto. Al Merano WineFestival, già nel 2018, ho invitato il climatologo Lee Hannah, i cui studi evidenziavano come entro il 2050 il 70% delle aree vitivinicole italiane, così come le conosciamo oggi, potrebbe scomparire. Dobbiamo confrontarci con condizioni climatiche diverse e affrontarle a più livelli. Il cambiamento climatico non è una novità: dobbiamo reagire con un approccio positivo, adattandoci senza aspettare l'ultimo momento. A Bordeaux e in Borgogna stanno sperimentando vitigni resistenti da integrare nei vini a denominazione. In Italia un esempio è il progetto della Franciacorta con l'erbamat, un antico vitigno autoctono che apporta acidità e contribuisce alla struttura dello spumante. Ogni azienda è libera di scegliere se utilizzarlo, ma è importante mettere a disposizione strumenti e possibili soluzioni per affrontare il futuro. In questo contesto il Merano WineFestival vuole essere un vero think tank, capace di stimolare il dibattito attraverso momenti di approfondimento e la collaborazione con il mondo universitario".

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