
Un Superiore senza appassimento. È questa la linea emerge dalla degustazione di sei etichette di altrettanti produttori accomunati dalla scelta di lavorare su vigneti collinari e su una vinificazione che esclude l’appassimento come elemento caratterizzante.
“Per me manca una categoria di Valpolicella Superiore che nasca solo da uve fresche e possibilmente da un vigneto identificato", afferma Gabriele Dalcanale de La Dama.
Il punto non è introdurre un nuovo stile, ma chiarire un’identità oggi percepita come frammentata.
All’interno della denominazione convivono infatti vini molto diversi: interpretazioni vicine all’Amarone, versioni alleggerite del Valpolicella e produzioni con o senza appassimento.
"Il grande limite è che le maglie sono molto larghe… sotto il nome di Valpolicella Superiore c’è un universo mondo", sottolinea Stefano Cesari di Brigaldara.
Da qui nasce l’esigenza di una lettura più precisa, non normativa ma produttiva. Il punto di convergenza è doppio: uva fresca e singola vigna.
"Qui si decide di dedicare tutto quel vigneto a un vino… allora quello è un vino che parla di tutte le sfumature di quella vigna", spiega la wine educator veronese Corinna Gianesini.
La rinuncia all’appassimento diventa una presa di posizione tecnica.
"Nell’uva fresca non c’è trucco, non c’è inganno… si gioca a carte scoperte", sottolinea Gianesini.
Il modello si appoggia su vigneti di collina, tra i 250 e i 500 metri, dove altitudine e ventilazione permettono una gestione più efficace della luce. È qui che si costruisce la maturazione: non attraverso concentrazione, ma attraverso esposizione, tempi e progressione.
“La maturazione in alta collina è una maturazione da luce", evidenzia Stefano Cesari.
In questo contesto, la luce non è solo un fattore climatico, ma l’elemento che consente di arrivare a maturazione mantenendo equilibrio, evitando forzature e preservando la leggibilità del vino. Una dinamica che permette di portare l’uva a completa maturazione mantenendo integrità e tensione acida.

La scelta dell’uva fresca si inserisce in un contesto che per anni ha privilegiato Amarone e Ripasso. Il tema non è sostituire un modello, ma separare due identità.
Per La Dama, il nodo resta la definizione stessa. “Manca una categoria di Valpolicella Superiore che nasca solo da uve fresche e possibilmente da un vigneto identificato", afferma Dalcanale.
“Il grande limite è che le maglie sono molto larghe… sotto il nome di Valpolicella Superiore c’è un universo mondo", sottolinea Cesari.
Per Cà La Bionda, la questione è netta: "il Valpolicella deve essere indipendente dall’Amarone… l’appassimento è una tecnica che può omologare il gusto", afferma Alessandro Castellani.
Speri lavora nella stessa direzione, mantenendo l’equilibrio tra freschezza e struttura, senza spingere sull’estrazione ma cercando coerenza con il vigneto e con l’annata
Allegrini si inserisce con una scelta significativa: il ritorno dell’etichetta-bandiera La Grola alla denominazione Valpolicella Superiore. Un passaggio non scontato, considerando che il vino aveva già un posizionamento consolidato e poteva collocarsi su una fascia più alta. Il rientro in Doc segna invece la volontà di riportare il progetto dentro una lettura più territoriale, privilegiando freschezza e riconoscibilità
“Si sceglie l’appezzamento con la miglior maturazione per il Valpolicella Superiore", spiega Stefano Cesari di Brigaldara.
Monte Dall’Ora porta questa visione su un piano più radicale, dove il vigneto diventa il centro assoluto del processo produttivo, con interventi ridotti e una ricerca di espressione diretta
I produttori sono dunque i primi a riappropriarsi della propria denominazione.
Il Valpolicella Superiore che emerge da questo confronto non è un vino costruito, ma un vino accompagnato, dove la freschezza non è una scelta stilistica ma la conseguenza di una maturazione guidata dal vigneto.
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