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L’epopea “integrale” di Ermenegildo Giusti, patriarca del cemento e della terra rossa

L’epopea “integrale” di Ermenegildo Giusti, patriarca del cemento e della terra rossa

di Gian Omar Bison | 22 Giugno 2026

Faccia-a-faccia con il fondatore della tenuta sul Montello, nata dal desiderio di tornare e portare valore alla terra delle origini dopo aver costruito un impero delle costruzioni in Canada. Etica (aggressiva) del lavoro e focus sul valore sono il mantra per l’imprenditore.

Incontrare Ermenegildo Giusti a Nervesa della Battaglia, sul Montello trevigiano, significa sostare sulla soglia di un Veneto che appare sbiadito, ma che in realtà ferve ancora sotto la superficie della modernità industriale. Le sue parole non cercano gli effetti del marketing vinicolo di facciata; hanno la tempra solida e squadrata del cemento armato che ha gettato per mezzo secolo nelle lande dell’Alberta, in Canada, ma conservano intatta la memoria genetica, calda e ferrosa, della terra rossa del Montello.

la tenuta Giusti Wines sul Montello
la tenuta Giusti Wines sul Montello

Nella sua storia si legge il percorso di un uomo che, in Canada, ha saputo raddoppiare la propria vita: la durezza di un'infanzia contadina — fatta di risvegli prima dell'alba, odore di stalla e gelo — non è stata un limite, ma la spinta decisiva per edificare un impero delle costruzioni in Nord America. Il suo ritorno nel Montello non è una semplice operazione nostalgia, né il rientro di chi cerca un palcoscenico per la vecchiaia. Quella di Giusti è la parabola del veterano che, dopo aver sfidato i ghiacci, i grattacieli e la finanza globale con la precisione del disegnatore e la concretezza dell'artigiano, riporta il bottino a casa per riscattare i rovi e le contraddizioni di una terra natia che un tempo non aveva potuto offrirgli un futuro. È un atto di pura e orgogliosa restituzione alla propria gente.

IL GRANOTURCO DI UMBERTO E IL PROFUMO DEL PROGRESSO

L'impresa vitivinicola di Giusti Wine si estende oggi su un mosaico di 130 ettari, distribuiti con cura artigiana in 10 tenute che paiono incastonate tra le creste del Montello e la piana alluvionale della destra Piave. È qui, tra i suoli grassi di Nervesa, che l'azienda custodisce la memoria della glera e scommette sulla vigoria dei rossi internazionali e sul recupero della recantina, varietà che profuma di terra antica. Una visione imprenditoriale che non rinuncia al cuore, dove la terra non è un asset, ma una madre da onorare.

"Sono nato a Volpago del Montello il 18 aprile del 1954. Oggi ho superato i settant'anni, ma ti dico la verità, mi sento ancora un ragazzo di bottega. Sono figlio di contadini. Mio padre si chiamava Augusto e mia madre Maria. Papà era nato in Francia, a Vénissieux, mentre mia madre era di Povegliano, un paese qui vicino. La nostra famiglia era sempre in movimento, c'era sempre qualcuno con la valigia in mano pronto a partire. Mio padre, dopo essere nato in Francia e cresciuto qui, doveva partire per il Canada nel 1952; aveva già i visti e i permessi pronti, ma mio nonno Umberto gli chiese di restare ancora un po' per aiutarlo con il raccolto del mais. In quegli anni in Canada i permessi andavano rinnovati ogni sei mesi; nel tempo passato nei campi i visti scaddero, e così lui rimase qui. Mia madre rimase incinta di mia sorella maggiore e la nostra storia continuò in Italia”.
Crescendo, sentiva sempre parlare di zio Antonio, emigrato in Canada nel 1947. Suo figlio era diventato uno degli avvocati più importanti del Paese e avevano accumulato una grande fortuna. Partito dopo la guerra con il nulla in tasca, dicevano fosse diventato il più ricco tra tutti i compaesani. L'idea del Canada è nata così, ascoltando quei racconti fin da quando Ermenegildo aveva nove anni. “Sentivo parlare francese e inglese in casa, e io con il francese me la cavavo bene grazie a mio padre. Il sogno di partire è sempre stato fortissimo. Sono rimasto nel Montello fino a quasi 18 anni, poi ho preso il volo. Della mia infanzia ricordo soprattutto il lavoro. Avevamo un'azienda agricola, ma pochi campi. Odiavo quel senso di povertà, il fatto di andare a scuola senza nemmeno una cartella, portando i libri sotto il braccio. Ricordo bene il freddo: d’inverno andavamo a scuola con gli zoccoli di legno, senza nemmeno i calzini. Quella fame e quella voglia di riscatto hanno segnato il mio destino”.
“Nei primi anni in Canada – ricorda Giusti - non mi è mancato nulla dell'Italia, nemmeno il cibo, perché ero totalmente proiettato verso il successo, avevo fame di ricchezza. Mio padre, comunque, era un gran lavoratore, sempre un passo avanti agli altri. Avevamo la stalla, ma io odiavo le mucche. Non mi piacevano perché noi bambini, prima di andare a scuola, dovevamo sempre aiutare la mamma a mungerle. Entravamo in classe che odoravamo di stalla, ma ci dicevano che quello era il 'profumo del progresso', e allora non ci facevamo caso. Avevamo vacche da latte, vitelli da ingrasso, maiali, galline. Quando nascevano i maialini, dormivamo in stalla con la scrofa per controllare che durante l’allattamento non li schiacciasse. Avevo solo 11 anni, ma ero già pienamente coinvolto nel lavoro. A 12 anni mio padre mi regalò la prima saldatrice, una Comet. Volevo imparare e lui assecondò quella mia curiosità. Il mio primo vero impiego è stato proprio quello di saldatore. Ho lavorato in fabbrica dai 13 ai 17 anni... ho sempre avuto una mano delicata, quasi da artista: con le mani riesco a fare tutto quello che immagino. Quella è stata la mia grande passione e, quando sono emigrato in Canada, ho iniziato proprio come saldatore con un contratto già firmato".

L’ERESIA CANADESE: DA “PUINA” AI GRATTACIELI DI VANCOUVER

Ermenegildo partì da solo e andò a vivere con un amico, Gianni Bosa. Lui gli disse subito che, se avesse voluto fare i soldi veri, avrebbe dovuto buttarsi nelle costruzioni. “Un giorno andai a vedere come lavoravano nei cantieri. C'erano italiani che erano lì da quarant'anni, ma non parlavano una parola di inglese e lavoravano in modo disastroso. Stavano tirando su un tetto e non sapevano nemmeno prendere le misure correttamente. Io invece, avendo fatto disegno tecnico alle medie, sapevo già progettare una casa intera. Dissi a me stesso: 'Se questi lavorano così da quarant'anni, io posso fare molto meglio'. Loro erano manovalanza, non avevano l'orgoglio e la tecnica dell'artigiano. Mi chiamavano scherzosamente 'Puina', ovvero ricotta, perché ero giovane e tenero, ma io a 19 anni iniziai subito a lavorare in proprio costruendo telai in legno sui quali erigere le edificazioni”.

Ermenegildo e Fanio i primi anni in Canada
Ermenegildo e Fanio i primi anni in Canada

Dopo otto mesi, lo raggiunse il fratello Fanio e aprirono la loro ditta. Erano i primi anni Settanta e Vancouver stava esplodendo. “Costruivamo il telaio di una casa di 80 metri quadri in soli quattro giorni. Poi passammo alle case complete, chiavi in mano: le finivamo in tre mesi. Lavoravo a ritmi folli, dormivo tre o quattro ore a notte... essendo cresciuto in una casa colonica, la fatica non mi faceva paura. Compravo lottizzazioni da cento lotti alla volta e costruivo intere serie di villette. Poi passammo ai condomini di quattro piani prefabbricati. Nel 1974 avevo già tra i 150 e i 170 dipendenti. A 21 anni ero già miliardario e rinfrancato dall’aver voluto con tutte le mie forze emigrare dall’Italia. Non sopportavo il sistema italiano, sempre troppo rigido, e volevo essere libero. In Italia, all'epoca, non avrei mai potuto fare quello che ho realizzato in Canada. Mi sono trasferito al momento giusto nel posto giusto. Oggi sarebbe impossibile ripetere quell'epopea. Ho avuto il coraggio di rischiare tutto e non ho mai avuto timore di indebitarmi con le banche per crescere”.

Ermenegildo Giusti in cantiere
Ermenegildo Giusti in cantiere

CINQUANT’ANNI DI BUSINESS E IL RIFIUTO DELLA BUROCRAZIA

Dalle case sono passati ai grattacieli e all'importazione di ceramica. “La mia azienda ha appena festeggiato cinquant'anni di attività. Ho aperto anche la Voltec, che produce prefabbricati in legno e realizza circa 6.000 appartamenti all'anno. All'inizio è stato fondamentale l'aiuto di un compaesano che garantì il mio primo prestito. Se hai voglia di spaccarti la schiena, in Canada tutti ti danno una mano. Negli anni Novanta c'è stata la nostra crescita più imponente. In particolare, ho costruito per venticinque anni per un gruppo cinese e poi in Alberta ho realizzato infrastrutture enormi: ponti, dighe, strade. Nella vita ci vuole passione e onestà; nessuno lavora con te se sospetta che tu voglia imbrogliarlo. E con questi principi ho creato un impero partendo dal nulla. Quando tornavo in Italia e raccontavo che costruivo 500 case alla volta, mi guardavano come se fossi un contaballe. Ricordo che nel 1980 dissi a mio padre che avevo otto miliardi di lire in banca. Lui non riusciva nemmeno a immaginare quella cifra. Poi però il mercato crollò e mi ritrovai quasi a zero. Ma la vita mi ha insegnato a lottare: ricominciai da capo, senza paura. L'importante è essere corretti, lavorare sodo e saper creare un gruppo. Io ho sempre avuto una squadra di persone fedelissime. Inoltre, ho sempre preferito confrontarmi con i canadesi e gli inglesi, gli italiani invece non parlavano la lingua locale e questo mi infastidiva. Oggi l'azienda è in mano ai miei tre figli Gildo, Giuliano e Rolando, che lavorano giorno e notte esattamente come ho fatto io. Io ormai sono il punto di riferimento, il fondatore”.

Ermenegildo con Fanio e il primogenito Gildo
Ermenegildo con Fanio e il primogenito Gildo

La comunità canadese ha riconosciuto il valore dell’impegno di questa famiglia, “per questo doniamo 250mila dollari ogni anno agli ospedali pediatrici e altro – chiosa Ermenegildo - Preferisco mille volte dare un milione alla Chiesa o a un ospedale per fare del bene in modo diretto, piuttosto che darlo a uno Stato che spreca il denaro pubblico”.

Giusti rivendica di aver costruito tutto “con il lavoro e la trasparenza”, senza mai aver bisogno della politica. “In passato mi hanno chiesto più volte di candidarmi – racconta - sia in Canada che in Italia, ma ho sempre rifiutato: io devo produrre, non posso perdere tempo con i compromessi della politica e della burocrazia che con discutibile sufficienza limita chiunque voglia fare impresa. Quando ho restaurato l'Abbazia di Sant'Eustachio mi sono scontrato con un sistema folle: avevo già speso 300mila euro senza aver ancora posato un mattone. È una vergogna! Ho donato milioni e ho perso diciotto mesi. Volevano usare i droni per fare le foto o i pennellini per pulire i sassi; io invece dicevo che servivano la forza del getto e la sabbia, non le carezze. Spendono soldi in passaggi burocratici, mentre io volevo cemento e malta perché l'opera restasse in piedi per altri due secoli. Sono un costruttore, voglio lasciare qualcosa di eterno. Oggi, guardando l'Italia, vedo un Paese dove è diventato difficile persino sognare a causa di questi lacci".

IL MONTELLO E LA VENDETTA DELLA BELLEZZA

La sfida finale non si combatte con il cemento, ma con la bellezza e il ritorno alla terra. Una sorta di “vendetta” d'amore contro chi non aveva creduto nelle potenzialità di queste colline. "Ho iniziato a ricomprare terreni sul Montello nel 1998, per il puro piacere di riprendermi la terra della mia infanzia. Poi nel 2006 è nata l’idea del vino. Oggi, secondo me, possediamo una tra le più belle proprietà della regione. La gente pensava che fossi tornato per investire i soldi in agricoltura per profitto. Ma che business vuoi che faccia uno come me, che ha già tutto? Io ho investito cento milioni di euro in Italia semplicemente perché mi diverte, perché amo questa terra e mi piace guardare le mie vigne pulite, verdi e ordinate. Quando ho deciso di costruire la cantina, ho voluto farlo rispettando profondamente questo paesaggio che mi ha visto bambino”.
La cantina è completamente sotterranea – rivendica Giusti - sopra ci sono i filari, e da fuori non si vede nulla che possa disturbare l'armonia delle colline. “È un'opera di ingegneria fine. All'interno, tutto il processo di produzione del vino avviene per gravità. Non usiamo pompe meccaniche che stressano il prodotto; l'uva entra dall'alto e scende naturalmente. È un modo per rispettare la materia prima, per trattare il vino con la delicatezza che merita. E se alla fine il mercato non dovesse comprare il mio vino, vorrebbe dire che lo berremo noi in famiglia, ma la qualità non verrà meno di un millimetro. Oggi sentiamo dire spesso che il consumo di vino è in calo. Io credo che, dopo diecimila anni che l’umanità beve vino, non smetteremo certo oggi. È vero, il modello cambia, ma la risposta è una sola: la qualità assoluta. L'Italia possiede appena lo 0,5% delle terre emerse e non può fare la guerra sui volumi; il nostro unico destino deve essere l'eccellenza, stare stabilmente nel segmento del lusso. Nel mondo del Prosecco sono stati fatti miracoli imprenditoriali, ma ora il mercato stesso ci dice che bisogna rallentare per non svilirlo. Chi ha solidità economica resisterà a questa tempesta, chi vive di prestiti avrà vita breve. Il problema del nostro sistema è che non sappiamo fare squadra. I trevigiani, i veneti in generale, sono degli individualisti nati. Parliamo tanto di 'Made in Italy' ma poi non collaboriamo mai veramente. In Canada c'è una mentalità di mutuo soccorso nata dal clima estremo: se ci sono 45 gradi sottozero, o ti aiuti con il vicino o non sopravvivi. Qui vedo ancora troppo gelosia. Se faccio fortuna, sembra quasi che io la tolga a qualcuno.

l'installazione all'ingresso della cantina Giusti Wines
l'installazione all'ingresso della cantina Giusti Wines

L’Italia deve vendere il 'pacchetto territoriale', l'esperienza del borgo rurale, mostrando ai clienti non solo i filari ma anche i nostri boschi, la biodiversità, le eccellenze agricole e agroalimentari. E dobbiamo rispettare di più il nostro cibo e la nostra ricchezza culinaria. Ecco perché mi fanno sorridere gli chef moderni che mettono troppe schiume nei piatti. Io voglio la sostanza del pollo arrosto che deve avere sapore e la pelle croccante perché ha corso nell'aia. Il cibo, esattamente come il vino, non deve avere trucchi. Deve emozionare, con la forza evocativa della storia e del ricordo come il risotto di “figadini e durei” che ho mangiato pochi giorni fa, magari senza arrivare alla torta di sangue di maiale rappreso che mia nonna mi faceva mangiare da bambino. Sono sapori veri, che rappresentano la nostra storia contadina. Oggi, quando abbiniamo un piatto di questa tradizione a un grande vino come il nostro rosso Umberto I, il taglio bordolese che ho dedicato a mio nonno, chiudiamo un cerchio perfetto che parte dalla terra e torna all'uomo".

IL CONGEDO: L’AUTONOMIA DEL MERITO

Ermenegildo Giusti, il "Puina" dei primi tempi, è fondatore e patriarca del Giusti Group of Companies, pilastro dell'industria pesante canadese con sede a Calgary. Un Gruppo che opera come un conglomerato integrato verticalmente attraverso sussidiarie chiave come Giusti Build, Giusti Concrete, Giusti Wall Systems e la divisione Voltec. Ha una capacità produttiva che permette di gestire oltre 30 cantieri simultanei e una forza lavoro che supera i mille specialisti diretti (con punte di 3.200 addetti nell'indotto), il gruppo ha realizzato oltre 50mila unità abitative e decine di grattacieli in British Columbia e Alberta. Le attività spaziano dal settore energetico (Oil & Gas) con opere infrastrutturali critiche, all'importazione di materiali di pregio - comparto che vede Giusti come leader in Nord America per volume di ceramiche italiane distribuite. Il patrimonio netto consolidato è stimato in oltre 500 milioni di dollari.

la famiglia Giusti riunita sul Montello
la famiglia Giusti riunita sul Montello

Un’epopea destinata a chiudersi dove tutto era iniziata, tra le colline del Montello, ma con la consapevolezza di chi ha lasciato un solco profondo nel mondo. Un testamento spirituale fatto di fede e coraggio. “Sono cresciuto con un'educazione cattolica – rivela Giusti - e credo che l'energia che ci spinge derivi da qualcosa di superiore. Resto legato ai miei insegnamenti. La mia fortuna è stata avere una famiglia che mi ha sempre assecondato. Mia moglie, come me, viene dal mondo contadino. I miei figli sono cresciuti vedendo quanto ho faticato; sono 'pazzi' di me e io di loro, anche se, guardando indietro, mi dispiace non aver dedicato più tempo alla famiglia e alle poche, vere amicizie, quelle che si contano sulle dita di una mano. Ho sempre avuto un'etica del lavoro quasi aggressiva, una competitività che ho trasmesso anche ai miei nipoti. Vogliono essere 'the cream of the crop', sempre i migliori”.

Ermenegildo Giusti con la moglie
Ermenegildo Giusti con la moglie

Secondo Giusti, la generazione nata nel dopoguerra è stata la più fortunata degli ultimi mille anni. “Abbiamo vissuto il boom economico, la possibilità concreta di costruire qualcosa dal nulla. Oggi, con l'attuale burocrazia e i regolamenti che soffocano l'Italia, non si andrebbe da nessuna parte. Se avessi vent'anni oggi, avrei lo stesso spirito e la stessa fame di arrivare, anche se il sistema è diventato complesso e paludoso. Eppure, nonostante tutti i difetti di questo Paese, il mio posto oggi è qui. Amo il modo di vivere italiano, l'arte, il cibo e la cultura. Ma mi piange il cuore vedere come trattiamo male il turismo. Durante una visita a Monte Carlo ho visto pulizia, rispetto e gentilezza; a Venezia, a volte, provi pena per come vengono gestiti i visitatori. La verità è che oggi sono un uomo felice e benedetto. Quando si è avuto tanto dalla vita, si ha il dovere di essere rispettosi e di restituire qualcosa alla propria terra. Non c'è magia nel business: c'è solo il cuore e la voglia di fare. E questa volta, su questo Montello, c'è tutto lo spazio che serve per lasciare un segno".

 

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