
Il vino italiano fuori dall'UE rallenta la caduta ma non inverte la rotta. Nel primo trimestre 2026, l'Osservatorio di Unione Italiana Vini registra vendite extra-UE vicine al miliardo di euro, con un calo tendenziale dell'11% a valore, in miglioramento rispetto al -16% del bimestre precedente, grazie a un marzo sostanzialmente stabile (-2,3% a valore, +3,9% a volume).
A contenere parzialmente le perdite non sono i grandi mercati tradizionali, bensì quelli emergenti: Russia, Cina, Brasile e Messico registrano incrementi significativi della domanda, offrendo una sponda positiva in un quadro complessivamente ancora difficile.
Tra i principali acquirenti, gli Stati Uniti chiudono il trimestre a -20,5%, penalizzati anche dal cosiddetto frontloading - gli acquisti anticipati effettuati dagli importatori americani a inizio 2025 in previsione dei dazi aggiuntivi — che ha gonfiato artificialmente la base di confronto.
Il quadro sui consumi reali oltreoceano, elaborato dall'Osservatorio UIV su base SipSource, conferma le difficoltà strutturali: nel primo quadrimestre i volumi di vino italiano diretti verso i punti vendita americani segnano un -7,2%, con i prezzi al consumo in rialzo del 4,3%, nonostante gli sconti praticati dalle cantine italiane — superiori al 10% nel 2026 — per alleggerire il peso tariffario sullo scaffale.
Non tutto arretra, però: il Prosecco tiene e segna un +2,3%, mentre i segmenti super e ultra-premium reggono l'urto, trainati soprattutto dall'horeca.

Per il presidente UIV Lamberto Frescobaldi, il momento richiede misura e visione. "I dati di mercato che riscontriamo indicano che, in generale, il livello di guardia resta alto e che l'attenzione deve essere massima - afferma - L'imperativo, oggi, è misurare le proprie forze per mantenere il più possibile in equilibrio la filiera e continuare a garantire l'alto livello qualitativo oggi unanimemente riconosciuto al vino italiano".
Sul fronte produttivo, Frescobaldi guarda con favore alle scelte di alcune denominazioni di ridurre le rese in vista della prossima vendemmia: "Auspichiamo che questa indicazione possa essere condivisa e promossa anche a livello nazionale. In questa fase, con giacenze già elevate, produrre più di quanto il mercato sia in grado di assorbire rischierebbe di generare effetti deleteri sui prezzi a tutti i livelli della filiera". Una prospettiva che non esclude la ripresa: "Siamo convinti che, con le necessarie contromisure, il vino italiano possa tornare a crescere".
Il quadro fuori dall'Europa conferma una geografia degli sbocchi sempre più frammentata. Accanto ai mercati emergenti in controtendenza positiva, i partner tradizionali faticano. La dipendenza dalle dinamiche geopolitiche e dalle politiche tariffarie dei singoli paesi resta il principale fattore di volatilità per un settore che cerca punti fermi in un contesto ancora incerto.

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