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Mediobanca, 2025 difficile per grandi produttori vinicoli italiani: vendite -2,8% e margini sotto pressione. Indagine annuale su 255 società

Mediobanca, 2025 difficile per i grandi produttori vinicoli italiani: vendite a -2,8% e margini sotto pressione

di Antonio Tosi | 21 Maggio 2026

L'indagine annuale dell'Area Studi su 255 società di capitali racconta un anno di vendite in calo, redditività in caduta e consumi nazionali in flessione. Il contributo di Qualivita: la Dop economy resiste e vale quasi l'80% del valore del vino italiano.

Il 2025 non è stato un anno semplice per il vino italiano. A fotografarlo è l'indagine Il settore vinicolo in Italia dell'Area Studi Mediobanca, che per la prima volta include un contributo della Fondazione Qualivita sulla Dop economy, il sistema delle 522 denominazioni Dop e Igp che vale il 79% del valore del vino nazionale. Le vendite complessive dei maggiori produttori hanno chiuso in calo del 2,8% rispetto al 2024, con l'export che ha pesato più del mercato interno (-3,4% contro -2,2%). I margini hanno sofferto ancora di più: Ebitda a -4,2%, Ebit a -9,5%, risultato netto a -7,5%. Lo studio copre 255 principali società di capitali con fatturato superiore ai 20 milioni di euro e ricavi aggregati per 12 miliardi, metà dei quali generati oltreconfine.

UN BREAK STRUTTURALE NEI CONSUMI

Il segnale più preoccupante non è congiunturale. Nell'arco degli ultimi cinque anni, l'80% dei produttori italiani ha rilevato un calo dei consumi di vino, e per circa due terzi la tendenza sembra dover proseguire anche nei prossimi anni. I consumi nazionali pro-capite sono scesi da 38 litri all'anno nel 2022 a 35,6 litri nel 2025, con un calo del 9,4%. Un cambio di passo che il settore legge come strutturale, non come una parentesi.
Eppure il 70% dei produttori continua a ritenere il comparto attrattivo, interpretando lo scenario come un processo di selezione più severo piuttosto che come un declino irreversibile. Le risposte che il mercato si aspetta sono chiare: diversificazione dell'offerta (indicata dal 72% delle imprese), apertura di nuovi mercati (64%), rafforzamento del marketing e della comunicazione (60%). Il presidio dell'intera filiera produttiva e commerciale è il modello organizzativo preferito dalla metà delle aziende, e in questa direzione si muovono anche le operazioni di M&A degli ultimi anni.

EXPORT SOTTO PRESSIONE, USA IN TESTA AI CALI

Sul fronte internazionale, la performance del 2025 riflette uno scenario globale complicato. L'export verso i Paesi UE ha ceduto il 2,8% — che rappresenta il 37,2% del totale esportato — mentre quello verso gli Stati Uniti, primo mercato extra-europeo con il 70% del Nord America, ha registrato un calo del 6,3%. Tiene invece il Regno Unito, sostanzialmente stabile a -0,7%.
Nonostante le difficoltà dell'anno, il saldo commerciale italiano del vino rimane una delle voci più solide del made in Italy agroalimentare: in vent'anni è cresciuto a un tasso medio annuo del 5%, passando dai 2,7 miliardi di euro del 2005 ai 7,2 miliardi del 2025. L'Italia si conferma primo esportatore mondiale per volume (21 milioni di ettolitri) e secondo per valore (7,8 miliardi di euro), tallonando la Francia ferma a 11,2 miliardi.

Il 2025 non è stato un anno semplice per il vino italiano. A fotografarlo è l'indagine Il settore vinicolo in Italia dell'Area Studi Mediobanca, che per la prima volta include un contributo della Fondazione Qualivita sulla Dop economy

SPUMANTI E PREMIUM RESISTONO MEGLIO

Non tutti i segmenti soffrono allo stesso modo. Gli spumanti mostrano una tenuta relativa, con vendite a -1,5% contro il -3,3% degli altri vini. I vini premium cedono il 2,2%, mentre la fascia intermedia è quella più colpita (-3,1%). I vini biologici si attestano al 6,2% del mercato, con vendite in lieve flessione (-0,8%), mentre il segmento no-low alcol rimane marginale, sotto lo 0,5% del totale.
A soffrire di più sono le imprese di minori dimensioni — fatturato 2024 sotto i 30 milioni — con un calo delle vendite del 3,5%, e quelle capital intensive, il cui giro d'affari flette del 3,7%. Sul fronte canali, perdono quota sia l'Ho.Re.Ca. (-2%, con una market share al 17,2%) sia le enoteche e i wine bar (-5,1%). In flessione anche l'online: -2,4% i siti aziendali, -3,6% le piattaforme terze.

IL VENETO GUIDA, LA TOSCANA ECCELLE NEI MARGINI

La geografia del vino italiano resta ancorata ai suoi poli storici. Il Veneto si conferma prima regione produttiva nazionale, con un quarto dei volumi e oltre il 35% del valore totale, e guida anche le esportazioni con più del 35% dell'export italiano. Piemonte e Toscana seguono a distanza, ciascuna al 15%.
Sul piano della redditività emergono però primati diversi: alle aziende toscane spetta il miglior Ebit margin (15,5%), mentre le abruzzesi guidano per Roi (8,1%). I produttori piemontesi, toscani e abruzzesi sono anche i più orientati all'export, con quote tra il 58% e il 62% del fatturato. Nel 2025 le vendite hanno penalizzato soprattutto le imprese friulane (-5,7%) e, sul mercato interno, le siciliane (-7,8%).

LA DOP ECONOMY ENTRA NEL RAPPORTO

Una novità di rilievo di questa edizione del report Mediobanca è il contributo della Fondazione Qualivita, che per la prima volta affianca all'analisi economico-finanziaria una lettura del sistema delle Indicazioni Geografiche. La sezione dedicata alla Dop economy del vino analizza 522 denominazioni Dop e Igp — che rappresentano il 79% del valore del vino nazionale — e approfondisce oltre 440 modifiche ai disciplinari di produzione nel quadriennio 2022-2025, relative a più di 160 denominazioni italiane. L'analisi, elaborata sui dati ufficiali del MASAF e della Commissione europea, individua le tendenze in atto attraverso quattro ambiti chiave: produzione, territorio, mercato e consumatori. Una lettura che l'indagine stessa definisce come una "bussola evolutiva" per orientarsi nelle trasformazioni in corso nella Dop economy, settore strategico per il valore e la reputazione del vino italiano nel mondo.

MARGINI IN CADUTA, COSTI POCO FLESSIBILI

È a partire dai dati Mediobanca che Lamberto Frescobaldi, presidente di Unione Italiana Vini , lancia un messaggio netto: il settore deve cambiare passo. "Lo scenario è cambiato rispetto a pochi anni fa. Siamo chiamati a reagire con un'impresa vino più manageriale e razionale", dichiara.

Perché il nodo è la drastica contrazione degli utili, quasi tre volte superiore a quella del fatturato. "Il calo del risultato netto, significativamente superiore alla contrazione del fatturato, evidenzia una forte compressione dei margini e una struttura dei costi poco flessibile - sottolinea Frescobaldi - Oltre alla razionalizzazione dei processi aziendali, serve intervenire con un approccio sistemico, a partire da un contingentamento della produzione attraverso la riduzione delle rese".

Il nodo centrale per UIV è l'eccesso di offerta. Con le giacenze a livelli elevati e i consumi in contrazione, il deprezzamento generalizzato è già in corso. "Con un eccesso di offerta e un livello alto di giacenze, il rischio grosso è il deprezzamento — già in atto — anche delle nostre produzioni di qualità", avverte il presidente UIV. E i dati dell'Osservatorio UIV sullo sfuso confermano la tendenza. Le principali Dop-Igp monitorate (60% del totale) hanno chiuso aprile con una media-prezzo di 1,30 euro al litro, in calo del 7% rispetto ad aprile 2025. Le quotazioni sono in discesa dall'inizio dell'anno e si attestano mediamente ai minimi dal 2023, con il valore complessivo del campione monitorato che ad aprile sfiora il -10%.

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