
Il 2025 non è stato un anno semplice per il vino italiano. A fotografarlo è l'indagine Il settore vinicolo in Italia dell'Area Studi Mediobanca, che per la prima volta include un contributo della Fondazione Qualivita sulla Dop economy, il sistema delle 522 denominazioni Dop e Igp che vale il 79% del valore del vino nazionale. Le vendite complessive dei maggiori produttori hanno chiuso in calo del 2,8% rispetto al 2024, con l'export che ha pesato più del mercato interno (-3,4% contro -2,2%). I margini hanno sofferto ancora di più: Ebitda a -4,2%, Ebit a -9,5%, risultato netto a -7,5%. Lo studio copre 255 principali società di capitali con fatturato superiore ai 20 milioni di euro e ricavi aggregati per 12 miliardi, metà dei quali generati oltreconfine.
Il segnale più preoccupante non è congiunturale. Nell'arco degli ultimi cinque anni, l'80% dei produttori italiani ha rilevato un calo dei consumi di vino, e per circa due terzi la tendenza sembra dover proseguire anche nei prossimi anni. I consumi nazionali pro-capite sono scesi da 38 litri all'anno nel 2022 a 35,6 litri nel 2025, con un calo del 9,4%. Un cambio di passo che il settore legge come strutturale, non come una parentesi.
Eppure il 70% dei produttori continua a ritenere il comparto attrattivo, interpretando lo scenario come un processo di selezione più severo piuttosto che come un declino irreversibile. Le risposte che il mercato si aspetta sono chiare: diversificazione dell'offerta (indicata dal 72% delle imprese), apertura di nuovi mercati (64%), rafforzamento del marketing e della comunicazione (60%). Il presidio dell'intera filiera produttiva e commerciale è il modello organizzativo preferito dalla metà delle aziende, e in questa direzione si muovono anche le operazioni di M&A degli ultimi anni.
Sul fronte internazionale, la performance del 2025 riflette uno scenario globale complicato. L'export verso i Paesi UE ha ceduto il 2,8% — che rappresenta il 37,2% del totale esportato — mentre quello verso gli Stati Uniti, primo mercato extra-europeo con il 70% del Nord America, ha registrato un calo del 6,3%. Tiene invece il Regno Unito, sostanzialmente stabile a -0,7%.
Nonostante le difficoltà dell'anno, il saldo commerciale italiano del vino rimane una delle voci più solide del made in Italy agroalimentare: in vent'anni è cresciuto a un tasso medio annuo del 5%, passando dai 2,7 miliardi di euro del 2005 ai 7,2 miliardi del 2025. L'Italia si conferma primo esportatore mondiale per volume (21 milioni di ettolitri) e secondo per valore (7,8 miliardi di euro), tallonando la Francia ferma a 11,2 miliardi.

Non tutti i segmenti soffrono allo stesso modo. Gli spumanti mostrano una tenuta relativa, con vendite a -1,5% contro il -3,3% degli altri vini. I vini premium cedono il 2,2%, mentre la fascia intermedia è quella più colpita (-3,1%). I vini biologici si attestano al 6,2% del mercato, con vendite in lieve flessione (-0,8%), mentre il segmento no-low alcol rimane marginale, sotto lo 0,5% del totale.
A soffrire di più sono le imprese di minori dimensioni — fatturato 2024 sotto i 30 milioni — con un calo delle vendite del 3,5%, e quelle capital intensive, il cui giro d'affari flette del 3,7%. Sul fronte canali, perdono quota sia l'Ho.Re.Ca. (-2%, con una market share al 17,2%) sia le enoteche e i wine bar (-5,1%). In flessione anche l'online: -2,4% i siti aziendali, -3,6% le piattaforme terze.
La geografia del vino italiano resta ancorata ai suoi poli storici. Il Veneto si conferma prima regione produttiva nazionale, con un quarto dei volumi e oltre il 35% del valore totale, e guida anche le esportazioni con più del 35% dell'export italiano. Piemonte e Toscana seguono a distanza, ciascuna al 15%.
Sul piano della redditività emergono però primati diversi: alle aziende toscane spetta il miglior Ebit margin (15,5%), mentre le abruzzesi guidano per Roi (8,1%). I produttori piemontesi, toscani e abruzzesi sono anche i più orientati all'export, con quote tra il 58% e il 62% del fatturato. Nel 2025 le vendite hanno penalizzato soprattutto le imprese friulane (-5,7%) e, sul mercato interno, le siciliane (-7,8%).
Una novità di rilievo di questa edizione del report Mediobanca è il contributo della Fondazione Qualivita, che per la prima volta affianca all'analisi economico-finanziaria una lettura del sistema delle Indicazioni Geografiche. La sezione dedicata alla Dop economy del vino analizza 522 denominazioni Dop e Igp — che rappresentano il 79% del valore del vino nazionale — e approfondisce oltre 440 modifiche ai disciplinari di produzione nel quadriennio 2022-2025, relative a più di 160 denominazioni italiane. L'analisi, elaborata sui dati ufficiali del MASAF e della Commissione europea, individua le tendenze in atto attraverso quattro ambiti chiave: produzione, territorio, mercato e consumatori. Una lettura che l'indagine stessa definisce come una "bussola evolutiva" per orientarsi nelle trasformazioni in corso nella Dop economy, settore strategico per il valore e la reputazione del vino italiano nel mondo.
È a partire dai dati Mediobanca che Lamberto Frescobaldi, presidente di Unione Italiana Vini , lancia un messaggio netto: il settore deve cambiare passo. "Lo scenario è cambiato rispetto a pochi anni fa. Siamo chiamati a reagire con un'impresa vino più manageriale e razionale", dichiara.
Perché il nodo è la drastica contrazione degli utili, quasi tre volte superiore a quella del fatturato. "Il calo del risultato netto, significativamente superiore alla contrazione del fatturato, evidenzia una forte compressione dei margini e una struttura dei costi poco flessibile - sottolinea Frescobaldi - Oltre alla razionalizzazione dei processi aziendali, serve intervenire con un approccio sistemico, a partire da un contingentamento della produzione attraverso la riduzione delle rese".
Il nodo centrale per UIV è l'eccesso di offerta. Con le giacenze a livelli elevati e i consumi in contrazione, il deprezzamento generalizzato è già in corso. "Con un eccesso di offerta e un livello alto di giacenze, il rischio grosso è il deprezzamento — già in atto — anche delle nostre produzioni di qualità", avverte il presidente UIV. E i dati dell'Osservatorio UIV sullo sfuso confermano la tendenza. Le principali Dop-Igp monitorate (60% del totale) hanno chiuso aprile con una media-prezzo di 1,30 euro al litro, in calo del 7% rispetto ad aprile 2025. Le quotazioni sono in discesa dall'inizio dell'anno e si attestano mediamente ai minimi dal 2023, con il valore complessivo del campione monitorato che ad aprile sfiora il -10%.
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