
C'è un numero che pesa come un macigno sul vino francese esportato negli Stati Uniti nel 2025: −11,8%. È il calo medio dei prezzi rispetto all'anno precedente, calcolato da Karl Storchmann, editor del Journal of Wine Economics e direttore esecutivo dell'American Association of Wine Economists, su dati della Direction Générale des Douanes et Droits Indirects (le dogane francesi). L'analisi riguarda il vino AOP (Appellation d'Origine Protégée) in bottiglia in contenitori fino a due litri: un perimetro preciso, che esclude sfuso e vini non certificati, e che per questo rende il dato ancora più significativo. Non racconta solo una difficoltà congiunturale, ma solleva una domanda strutturale su come il mercato americano stia davvero reagendo alla nuova stagione dei dazi.
Il calo non è uniforme, e le differenze tra denominazioni dicono molto. I rossi del Languedoc-Roussillon hanno perso il 24,3% sul prezzo medio, i rossi di Bordeaux il 22,3%. Due numeri che colpiscono per ragioni diverse: Bordeaux è il vino francese per antonomasia sul mercato americano, il nome che ogni importatore conosce; il Languedoc-Roussillon è invece il grande serbatoio di volume dell'export transatlantico, il motore commerciale meno visibile ma fondamentale per i conti della filiera. Anche il Bordeaux bianco cede il 9,3%, il Val de Loire rosso e il Borgogna rosso perdono rispettivamente il 9,3% e l'8,1%. Nemmeno lo Champagne si è salvato, con un calo del 13,1% — da 37,07 a 32,23 euro al litro. L'unica eccezione positiva, per quanto contenuta, sono i bianchi alsaziani, che hanno segnato un +1,4%: quasi un'anomalia statistica in un quadro altrimenti monocromatico.

Storchmann non fornisce una risposta definitiva sulle cause del calo, e la prudenza è metodologicamente corretta. Restano aperte due ipotesi. La prima: i produttori francesi hanno deliberatamente abbassato i prezzi di listino per restare competitivi dopo l'introduzione dei dazi americani sulle bevande alcoliche europee, portati nel corso del 2025 prima al 10% e poi al 15%, secondo i dati della FEVS (Federazione francese degli esportatori di vino e spirits). La seconda: i prezzi di listino non sono cambiati, ma gli importatori americani hanno modificato la composizione degli acquisti, orientandosi verso bottiglie di fascia più bassa e riducendo gli ordini sui vini più pregiati — e quindi il prezzo medio scende non perché le bottiglie costino meno, ma perché nel carrello ce ne sono di meno costose. Nel primo caso i produttori stanno soffrendo davvero sui margini; nel secondo il mercato si sta semplicemente polarizzando verso il basso. La distinzione non è accademica: cambia radicalmente la lettura della salute commerciale del vino francese negli USA, e con essa le strategie che produttori e consorzi dovranno mettere in campo nei prossimi mesi.
Il contesto in cui si inserisce questa analisi aggrava ulteriormente il quadro. Secondo i dati FEVS, le esportazioni complessive di vino e spirits francesi verso gli Stati Uniti sono calate del 21% nel 2025, in un mercato che vale circa il 21% dell'intero export del settore. Un peso specifico che trasforma ogni turbolenza oltreoceano in una questione sistemica per tutta la filiera produttiva francese.
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