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Tenacia e imperfezione: il Friuli di Zorzettig

di Antonio Cimmino | 30 Aprile 2026

Lontano da qualsiasi idea di perfezione formale, Zorzettig sceglie la strada più complessa: quella della tenacia quotidiana e dell’imperfezione consapevole, per restituire al calice l’identità reale dei Colli Orientali.

Sui Colli Orientali del Friuli, tra Spessa e le colline che guardano verso la Slovenia, la storia di Zorzettig si costruisce su una tensione costante tra due poli solo apparentemente opposti: la tenacia e l’imperfezione. Non come concetti astratti, ma come condizioni operative quotidiane, un metodo di lavoro che attraversa vigna, cantina e persone, dando forma a un’identità produttiva riconoscibile e coerente.

RADICI FAMILIARI, PAESAGGIO COMPLESSO

Fondata nel 1874, l’azienda ha attraversato generazioni e cambiamenti senza mai smarrire il proprio baricentro: la capacità di restare profondamente radicata a un territorio complesso, segnato da stratificazioni culturali e geologiche. I vigneti si estendono tra Spessa, Ipplis, Novacuzzo e Casali Pasch, dove la ponca – marne e arenarie di origine marina – dialoga con un microclima sospeso tra Adriatico e Alpi Giulie. Ne derivano vini che trovano nella freschezza e nella componente minerale la loro chiave espressiva più autentica.

Dal 2006 la guida è passata ad Annalisa Zorzettig, che ha consolidato un percorso già tracciato, rendendolo più consapevole e leggibile. Una viticoltura attenta e concreta, mai spettacolare, in cui il legame con il padre Giuseppe – scomparso nel 2020, figura centrale nella trasmissione del senso profondo del lavoro agricolo – continua a essere un riferimento vivo.

TENACIA COME CONTINUITÀ, IMPERFEZIONE COME ASCOLTO

In questo contesto, parlare di tenacia significa parlare di continuità del gesto agricolo: lavoro quotidiano in vigna, capacità di affrontare annate difficili, scelte agronomiche complesse, investimenti strutturali importanti – come la nuova cantina – senza mai cercare scorciatoie rassicuranti. Parlare di imperfezione, termine che il mondo del vino tende spesso a rifuggire, significa invece riconoscere il valore dell’ascolto, il rifiuto dell’autocompiacimento, la consapevolezza che ogni vendemmia pone nuove domande. “L’imperfezione è la nostra dote, è ciò che ci tiene vivi e ci costringe a migliorare”, ama ripetere spesso Annalisa Zorzettig. Non uno slogan, ma un metodo: ciò che mantiene vigile il lavoro, che impedisce l’omologazione, che rende ogni vino una resa dei conti con il territorio e con l’annata.

DUE LINEE, UN SOLO PENSIERO PRODUTTIVO

All’interno di questo quadro, la produzione si articola in due linee principali. Da un lato i vini Zorzettig, oggi raccolti sotto la linea Tenaci, che restituisce l’espressione più immediata e leggibile del territorio, lavorando sull’integrità varietale e sulla freschezza. Dall’altro MYÒ, selezione identitaria che porta nel nome un’idea di appartenenza profonda: nasce da vigneti storici –oltre i cinquant’anni – e da una lettura più estesa del tempo, degli affinamenti e della maturazione.

In friulano, myò significa “mio”, ma è anche una parola antica, documentata nella poetica friulana del Trecento, legata a un’idea di pienezza e di dono della terra. Non una firma autoreferenziale, ma un’assunzione di responsabilità: ogni vino rifugge la perfezione formale per cercare una precisione coerente con il luogo da cui nasce.

IL TERRITORIO TRADOTTO NEL CALICE

Ogni area vitata su cui l’azienda opera ha un ruolo preciso nella costruzione dell’identità complessiva. A Spessa, attorno alla casa e alla cantina, prendono forma i bianchi più rappresentativi: è qui che il friulano trova una delle sue espressioni più equilibrate e riconoscibili. A Ipplis prevalgono la malvasia e i bianchi dal profilo più luminoso e salino; a Novacuzzo, invece, lo schioppettino restituisce una voce più scura e subalpina, sempre misurata, mai sovraccarica.

Nel calice, la coerenza del progetto emerge con chiarezza. Friulano 2025 apre il percorso con un profilo netto: mandorla fresca, pera, una traccia erbacea sottile. È un vino giocato sull’equilibrio e sulla riconoscibilità, costruito per restituire il vitigno senza deviazioni stilistiche. Con MYÒ I Fiori di Leonie 2022 il registro cambia. Il blend di friulano, pinot bianco e sauvignon lavora su ampiezza e profondità, unendo componente floreale e maturità del frutto senza perdere precisione. L’affinamento tra acciaio e legno procede per sottrazione, lasciando emergere una struttura piena ma sempre leggibile: qui l’imperfezione diventa equilibrio dinamico. MYÒ Pinot Bianco 2024 segue coordinate più verticali. La componente fruttata resta compatta, accompagnata da una tessitura floreale fine; la bocca privilegia progressione e definizione, con una cremosità misurata che non sovrasta la freschezza. MYÒ Malvasia 2024 introduce una dimensione più vibrante. La salinità emerge con chiarezza, sostenuta da un profilo aromatico che richiama erbe officinali e frutto maturo. Il sorso è teso, la chiusura energica: uno dei vini in cui il rapporto tra territorio e interpretazione si manifesta con maggiore evidenza. La componente rossa dei Colli Orientali trova voce in MYÒ Schioppettino 2020, lettura attuale di un vitigno storico. La trama è speziata, con pepe nero, piccoli frutti e richiami di sottobosco; la struttura è presente ma non invadente, sostenuta da tannini levigati e da una freschezza che ne facilita la beva e ne amplia la versatilità. In chiusura, MYÒ Picolit 2021, vino raro per natura e per scelta. Qui la concentrazione si traduce in profondità più che in peso: frutta disidratata, mandorla e spezie dolci si sviluppano su una tessitura setosa, sostenuta da un’acidità che mantiene tensione e allunga la persistenza, evitando qualsiasi cedimento.

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