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OperaWine 2026: gli States tengono, ma niente è come prima. Sentiment tutto sommato positivo. Per le aziende, criticità come nuova normalità.

OperaWine 2026: gli States tengono, ma niente è come prima

di redazione | 28 Aprile 2026

Dopo l’allarme spiazzante di un anno fa, OperaWine è tornata con un sentiment tutto sommato positivo. Le aziende non nascondono le difficoltà, ma sembrano orientate a considerare lo stato di criticità come nuova normalità.

a cura di Gian Omar Bison e Giambattista Marchetto

Un anno fa, al Vinitaly 2025, la parola dazi aveva il sapore del panico. Dodici mesi dopo, gli stessi corridoi di OperaWine raccontano una storia più sfumata: nessun tracollo, qualche sorpresa positiva, molte incertezze strutturali irrisolte e una consapevolezza diffusa che il mercato americano del vino stia attraversando una trasformazione più profonda dei soli effetti tariffari. Il quadro che emerge dalle voci di molti produttori italiani presenti a Verona è quello di un settore che ha imparato a navigare nel mare in tempesta continua, anche se non ha trovato un porto sicuro.
Le voci tutto sommato ottimistiche raccolte tra un calice e l’altro potrebbero esser lette come espressione di uno strabismo poco realistico - come di una folla che danza sul ponte della nave che affonda, ha detto qualcuno - eppure quello che OperaWine ha tracciato aprendo i quattro giorni di Vinitaly sembra piuttosto un segnale di reazione. Anche contro l’evidenza di un mercato che soffre e di nuove generazioni che si dedicano poco all’alcol, chi fa il vino sceglie di rimboccarsi le maniche e di cercare uno scatto di reni. L’universo-vino sta cambiando volente o nolente, deve sgravarsi di qualche zavorra e forse imparare a sprecare meno soldi in fuochi fatui sostenuti da poca strategia, ma non sembra che l’apocalisse sia ancora vicina.

Un anno fa, al Vinitaly 2025, la parola dazi aveva il sapore del panico. Dodici mesi dopo, gli stessi corridoi di OperaWine raccontano una storia più sfumata.
degustazioni a Vinitaly 2026 (EnneviFoto)

ZOPPAS: SALDI NEGLI USA, SPINTA SU NUOVI MERCATI

"Resta cruciale per il settore il consolidamento in USA – rimarca il presidente ICE Matteo Zoppas - mercato che sta evidenziando una criticità: gennaio 2026 ha infatti espresso un -35% rispetto a gennaio 2025 (che però cresceva del 19% rispetto a gennaio 2024). Segno che bisogna accelerare maggiormente la vicinanza al settore del vino e degli spirits. Nonostante ciò , l’Italia mantiene saldamente la sua posizione”.
L’altra leva su cui puntare sono le nuove rotte commerciali, sfruttando gli accordi siglati con India e Australia, monitorando la ripresa in Canada. “Abbiamo programmato per il 2026 ben 61 iniziative promozionali in 24 mercati prioritari, dai Balcani alla Cina – chiosa Zoppas - Il nostro obiettivo è trasformare il prestigio del marchio Italia in opportunità commerciali concrete, garantendo che ogni calice di vino servito nel mondo sia l'ambasciatore del nostro sistema produttivo e culturale".

"Resta cruciale per il settore il consolidamento in USA – rimarca il presidente ICE Matteo Zoppas - mercato che sta evidenziando una criticità
Matteo Zoppas (al centro)

DAZI E INCERTEZZA

Da OperaWine vengono voci più pacate rispetto a un anno fa. Sì, perché gli operatori hanno imparato a rimanere a galla in uno stato di guerra costante - purtroppo non solo figurata.
A dirlo con la maggiore precisione è Antonio Caputo di Feudi San Gregorio: “Il dazio non era tanto il problema di per sé, lo dicevamo già l'anno scorso - dice - quanto l'incertezza che ha generato, che è stata lunghissima. Nessuno vuole impegnarsi a ricostituire i magazzini; si procede a singhiozzo”. La fase acuta, spiega, è passata e “oggi ci stiamo risettando su questa nuova normalità dei dazi”. Concede però che qualcosa è stato ceduto sui prezzi (intorno al 5-6%), ma che il peso del cambio dollaro/euro resta la variabile più pesante, valendo da sola altri 25-30 punti. “Il risultato è uno spostamento di price point che, per alcuni prodotti, rischia di renderli meno competitivi nella ristorazione e nel retail”.

Gianpaolo Tabarrini di Tabarrini ricostruisce la meccanica con franchezza. “Arriva il vino che costa 2 dollari in più, e quei 2 dollari in più al ristoratore diventano 5 dollari in più al consumatore. Quando peoponi una bottiglia da 30 a 35 dollari, l'effetto c'è. I costi si sono distribuiti lungo la filiera - tra produttori, importatori, consumatori, ma poiché il margine dell'importatore è decisamente superiore a quello del produttore, è stata assorbito dall'importatore e, in parte, dal consumatore”.
La scadenza di fine luglio — termine entro il quale le disposizioni tariffarie potrebbero cambiare forma — è citata da Tabarrini come un orizzonte concreto, perché “almeno ci hanno dato una data di scadenza”.
La situazione rimane complessa e – come evidenzia Santi Planeta di Planeta – “anche se non abbiamo dovuto tirare sui prezzi, abbiamo dovuto fare accordi per gestire i dazi lo scorso scorso. Sicuramente non è una situazione semplice”.

Gianpaolo Tabarrini ricostruisce la meccanica con franchezza
Gianpaolo Tabarrini

UN MERCATO CHE TIENE

Il quadro non è comunque uniforme. Fabrizio Bindocci de Il Poggione è tra i più positivi: “gli Stati Uniti stanno bene. Non abbiamo tirato indietro. Abbiamo chiuso il 2025 aumentando il numero delle bottiglie vendute, dividendo a metà il dazio con l'importatore storico, con cui Il Poggione lavora da cinquant'anni. Sono ottimisti sulle prospettive”.
Anche Canalicchio di Sopra riporta una situazione “consolidata” grazie al rapporto con l'importatore che dura dal 1979, a prezzi fermi da due anni, ma senza alcun arretramento. D’altra parte si fa leva sulla longevità dei vini e “se non tutto va venduto subito m, possiamo adattarci alla richiesta del mercato”.
Dai Colli di Luni, Terenzuola racconta un fenomeno quasi paradossale: avendo scelto di sostenere i propri importatori con una riduzione dei prezzi, ha chiuso il 2025 con il 56% in più a volume. “Siamo consapevoli che il rimbalzo dovrà essere gestito - ammette Ivan Giuliani - È arrivato questo tsunami, bello per noi, e cercheremo di implementarlo nel miglior modo possibile”.
Secondo Alessandra Angelini di Altesino-Caparzo “la situazione cambia da stato a stato. Alcuni sono in ripresa e altri ancora faticano”. Nessun cedimento però sui prezzi, perché la protezione viene dal rapporto qualità-prezzo e poi “gli americani hanno questa voglia di riprendersi. In fin dei conti da ogni grande crisi sono sempre usciti”.
Federico Veronesi di Oniwines, presente a OperaWine con Villa Bucci, sintetizza la strategia che sembra aver funzionato meglio di ogni altra. “Bisogna tornare a battere i marciapiedi, a lavorare con le persone, a raccontare il vino, a ricostruire relazioni. Nel periodo Covid si è pensato che l'estero si potesse gestire con una call, ma non è così. E il mercato cerca quelle realtà che hanno una storia importante da raccontare”.
“Ad oggi, siamo felici della situazione di mercato a livello mondiale, anche se forse siamo una mosca bianca”, chiosa Dario Pieropan. In terra di Soave sembra che le soddisfazioni non manchino dai 62 paesi di destinazione dell’export. “Esportiamo molto – spiega - ma un terzo del nostro vino viene ancora distribuito a livello nazionale. E per noi vendere in Italia è importante anche perché gli stranieri, quando vengono in vacanza, devono trovare il vino italiano al ristorante”. Rispetto agli USA, Pieropan confida nel rapporto con l’importatore. “Abbiamo un bel dialogo e stiamo lavorando bene. Ovviamente il mercato è cambiato e probabilmente c'è più consumo a livello privato, non solo nella ristorazione, quindi si lavora in maniera diversa. Questo ci consente una buona stabilità in termini di numeri, forse stiamo leggermente aumentando”.

Il quadro non è comunque uniforme. Fabrizio Bindocci de Il Poggione è tra i più positivi: “gli Stati Uniti stanno bene. Non abbiamo tirato indietro".
Fabrizio Bindocci

BASTIANICH: “IL PROBLEMA DROGHE LEGALI”

La voce più dissonante è quella di Joe Bastianich, che osserva il mercato dal lato della ristorazione. “Va male. Va male per tutti, anche perché il consumo è diminuito: si vende il 25-30% meno vino”. La causa principale, secondo lui, non sono i dazi ma il boom dei farmaci GLP-1 per la perdita di peso: “tutti stanno usando queste droghe legali da farmacia che hanno un effetto sul palato e ti tolgono la voglia di mangiare e di bere”.
Una lettura che introduce una variabile strutturale di lungo periodo che l'intero settore dovrà misurare.

NESSUN MERCATO COMPENSA, ALCUNI CRESCONO

La speranza di compensare le difficoltà americane con altri mercati si è rivelata parzialmente illusoria. “Non c'è nessun mercato che possa competere con gli Stati Uniti”, taglia corto Antonio Caputo. E anche Giuliani di Terenzuola conferma un rallentamento su Corea, Taiwan, Cina e Hong Kong.
I segnali positivi vengono dall'Europa — Svizzera, Belgio, Norvegia, Francia, Inghilterra, citati da più voci — e da mercati asiatici selettivi. Savino Benanti dall’Etna segnala che “Singapore e Hong Kong vanno molto bene per l'Etna, a fronte della Cina continentale più lenta rispetto ai sogni di tutti noi e il Giappone in lieve calo”. Da Quintodecimo, Chiara Moio conferma invece una scelta deliberata di concentrarsi sull'Europa con importatori piccoli e fedeli, limitando l'esposizione extraeuropea.

IL VINO DEVE TORNARE IN PIAZZA

Suggerisce un netto cambio di approccio Martin Foradori di Hofstätter. “Il paradigma del vino intellettuale che ci portiamo dietro da qualche decina di anni sta cambiando - dice - Il vino ha bisogno di essere raccontato in maniera diversa, abbinato al divertimento, alla musica. Perché non organizzare festival, wine bar nelle piazze d'Italia? Si possono avvicinare i consumatori”.

Suggerisce un netto cambio di approccio Martin Foradori di Hofstätter. “Il vino ha bisogno di essere raccontato in maniera diversa, abbinato al divertimento, alla musica.
Martin Foradori

 

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