
Ogni storia di vino è, prima di tutto, una storia di geografie umane che si spostano, cercando il terreno ideale per attecchire e trasformarsi in identità. Quella di Matilde Poggi non fa eccezione: parte da un’origine che profuma di salmastro e mercanti per finire nel grembo delle colline moreniche del Garda, sotto il Monte Baldo, tra la Valdadige e il Lago di Garda dove l’aria ha un altro peso e il paesaggio è un ricamo di vigne e ulivi.
"Sono nata nel '62", esordisce Matilde, con quella precisione asciutta, quasi monacale, che non concede spazio ai fronzoli del marketing moderno. "I miei genitori sono veronesi, ma la famiglia di mio papà, in realtà, ha origini genovesi. Dalla fine dell'Ottocento, però, siamo diventati veronesi a tutti gli effetti. Io sono la terza di sei figli". È l’immagine di una giovinezza corale, cresciuta in una di quelle dimore di un tempo lontano che oggi appaiono come relitti di un’epoca perduta, dove il senso della famiglia allargata era il baricentro di ogni pensiero e di ogni gesto quotidiano. La proprietà di famiglia ad Affi non era solo un’azienda agricola; era un microcosmo sociale pulsante, dove il padre Luigi Andrea, pur essendo un uomo di terra, aveva scelto un altro percorso professionale, lasciando che fosse il fratello Giorgio a gestire la cantina storica. "Era una cantina di famiglia ad Affi, non troppo distante dalle Fraghe. Nell'Ottanta la campagna è stata divisa tra mio padre e i suoi fratelli e la cantina storica è rimasta allo zio Giorgio che se n'era sempre occupato in prima persona. Allora noi abbiamo costruito questa cantina nuova a Cavaion Veronese per cominciare a vinificare le uve di mio papà".
Il nome stesso, Le Fraghe, affonda le radici nel dialetto locale, indicando le fragole selvatiche che si trovano ai piedi delle vigne. È un toponimo gentile che parla di una biodiversità perduta e oggi ricercata con ostinazione. Matilde, che all'epoca studiava economia a Verona — una scelta che lei stessa definisce "distante dai filari" ma rivelatasi poi la sua corazza d'acciaio per la gestione aziendale e burocratica — si trovò catapultata in questa nuova avventura quasi per un richiamo ancestrale della terra che non ammetteva repliche. "Volevo cominciare a cimentarmi con il vino, che comunque era una cosa che avevamo sempre respirato in casa fin da bambini. Era l'ossigeno delle nostre domeniche, il profumo del mosto che entrava dalle finestre".
Inizialmente il percorso fu una solitudine condivisa con il genitore, un apprendistato fatto di sguardi più che di parole. "C'era il papà, comunque, non ero proprio sola sola. Ma sì, ero l'unica della famiglia che se ne occupava stabilmente. Gli altri fratelli hanno preso altre occupazioni, altre strade, altri orizzonti professionali lontano dai campi. All'inizio, quando io e il papà abbiamo cominciato a vinificare qui, eravamo solo noi due". Luigi Andrea Poggi fu infatti una figura di rottura rispetto al patriarcato agricolo rigido del tempo: non impose il suo volere, ma osservò la figlia con una fiducia silenziosa e profonda. "Mio padre - aggiunge Matilde - mi ha lasciato veramente molta carta bianca. Forse molta più di quella che mi aspettavo, considerando l'epoca e il contesto rurale di quegli anni. Mi ha permesso di sbagliare, di provare, di costruire un'identità che non fosse la fotocopia di quella sua e dello zio. È stata la mia vera fortuna".

L’evoluzione del gusto alle Fraghe è passata per una progressiva spoliazione, un ritorno all'essenza che ha richiesto il coraggio intellettuale di rinnegare le mode facili. Negli anni Ottanta e Novanta, il mondo del vino italiano era ammaliato dalle sirene internazionali; sembrava che senza cabernet o chardonnay non si potesse sedere al tavolo dei giusti e dei blasonati. Anche Matilde seguì quella scia, piantando varietà "globali" su quei suoli che invece reclamavano la corvina e la rondinella. "All'inizio abbiamo cominciato avendo solo il Bardolino; non ho iniziato subito a fare tutti i vini che produco oggi. Dopo poco mio padre piantò lo chardonnay che abbiamo iniziato a vinificare, ma col tempo è stato espiantato perché non sentivo che appartenesse organicamente a questo luogo, a questa luce gardesana così particolare. Quello che da lì in avanti ho cercato di fare era produrre vini che mi piacessero, che mi identificassero davvero, senza filtri commerciali o imposizioni esterne. Nel '92 ho piantato il vigneto di garganega perché volevo avere un bianco con varietà locali, insomma, vitigni autoctoni che avessero un senso storico qui, che parlassero la lingua di questa terra. Mi piace lavorare con quello che c'è qui perché è unico e irripetibile altrove: lavori con queste uve e questi terreni”. È una dichiarazione di fedeltà alla zona, alle sue vocazioni, un rifiuto della standardizzazione del palato.
"Non sono mancati gli errori anche pesanti in questo percorso quarantennale e neppure le persone a cui ho dato una fiducia mal riposta, che mi hanno deluso profondamente, ma fanno parte del percorso umano e professionale. Non puoi fare il vino se non accetti il rischio dell'errore, della deviazione". Oggi, la fedeltà al territorio si traduce in vini come il Bardolino Le Fraghe o il Chiaretto Ròdon, a base di uva corvina, soprattutto, e rondinella che sfidano la tradizione dell'assemblaggio mostrando il volto nudo e speziato dei vitigni principi del Garda. Lavorare con gli autoctoni significa smettere di tradurre e iniziare a parlare la propria lingua madre. È una liberazione intellettuale che profuma di libertà.
Entrare nel merito dell'essere donna nel vino, con Matilde, significa scontrarsi con un muro di pragmatismo che rifiuta le etichette di genere come orpelli superflui del marketing di facciata. "È una domanda che mi fanno spesso, quasi fosse un passaggio obbligato, un rito stancante. Non mi piace perché non capisco perché bisogna sempre puntualizzare il fatto che sia donna invece di uomo. Il vino è un prodotto del lavoro, della fatica e dell'ingegno, e il lavoro non ha genere, ha una sensibilità e una mano che lo guida".
La sua posizione è netta, forgiata in decenni di confronti in contesti quasi esclusivamente maschili, dove la voce di una giovane produttrice doveva pesare il doppio per essere ascoltata e rispettata. "Difficoltà ne ho avute, certo. All'inizio sì, perché ero giovane ed ero donna. Le persone che lavoravano con me erano della 'vecchia scuola', abituati a gerarchie patriarcali, e facevano fatica a fidarsi di me e delle mie scelte produttive. Questo è vero, lo ricordo come un periodo di prova costante, di esame quotidiano". Oggi Matilde preferisce definirsi semplicemente una vignaiola indipendente, un titolo che racchiude tutto l'orgoglio di chi segue la filiera dal germoglio al tappo.
La sua vera casa politica è diventata la FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti), di cui è stata presidente nazionale con un piglio che ha ricordato a molti la fermezza dei grandi sindacalisti agricoli del passato. "Dedicare tempo a una cosa comune è stato bellissimo, un arricchimento incredibile. Il percorso con la FIVI mi ha veramente forgiata e costruita come donna e come imprenditrice. È stata un'esperienza subumana per i ritmi, tra Roma e Bruxelles, ma necessaria per difendere la nostra categoria. Nei consorzi di tutela è diverso: lì devi mediare tra chi imbottiglia milioni di litri e chi ne fa ventimila, tra logiche industriali e logiche artigiane. La FIVI è unica perché ci unisce far parte della stessa famiglia, l’essere una categoria che lotta per lo stesso diritto: quello di esistere e di raccontare la verità del territorio senza essere schiacciati dalla burocrazia".

Uno dei punti più radicali e moderni del pensiero di Matilde Poggi riguarda il superamento dei dogmi enologici e la comunicazione del vino alle nuove generazioni. Per lei, il vino è stato sovraccaricato di parole inutili, di "intellettualismi" che hanno creato una barriera di freddezza tra il produttore e chi beve. "I vini 'intellettuali' hanno stancato, sono diventati pesanti, quasi punitivi. Il racconto deve tornare a essere semplice, immediato. Bisogna svecchiare il linguaggio per avvicinare i giovani, altrimenti rischiamo di parlare a una platea che scompare".
In questo contesto, Matilde riconosce un merito storico a un movimento spesso criticato: i vini naturali. "Penso che siano stati estremamente utili perché hanno aperto la testa a tutti, facendo vedere che si potevano fare vini di qualità togliendo invece che aggiungendo. Hanno riportato l'attenzione su un'enologia poco interventista. Poi, certo, 'naturali' lo dico tra virgolette perché è un termine ambiguo, ma hanno avuto il merito di avvicinare i giovani con etichette fresche e un racconto meno ingessato".
Anche sul fronte dei vitigni resistenti, i PIWI, la sua posizione è di un pragmatismo illuminato. "Mi piacerebbe molto sperimentarli, specialmente in una vigna che ho ad Affi, circondata dalle case. Lì la convivenza con i cittadini è diventata complessa a causa dei trattamenti, anche se facciamo biologico. Mettere un vigneto resistente, che non ha bisogno di interventi, sarebbe la risposta ideale a un problema sociale oltre che ambientale. Non mi interessano però le varietà straniere; sto studiando i resistenti che derivano dai nostri vitigni locali, per non perdere l'identità".
Questa ricerca di purezza si riflette anche nei materiali di cantina. Certificata biologica dal 2009, Matilde ha abbandonato il legno in favore di acciaio, cemento e materiali ceramici. "La ceramica permette una micro-ossigenazione simile a quella del legno, ma senza cedere aromi che coprirebbero il frutto. Rispettano l'uva. L'impronta dei miei vini deve essere quella della terra". In questa visione rientra anche l’uso del tappo a vite: un atto di coerenza per preservare la fragranza del frutto. “È la chiusura che meglio si adatta ai miei vini e che permette loro di evolvere nelle condizioni ottimali. È una scelta di onestà verso il consumatore. Bisogna guardare oltre i mercati classici e superare i pregiudizi. Ancora oggi mi chiedono se il rosso si possa bere col pesce: certo che si può! Anche il Chiaretto è perfetto col sushi. Dobbiamo guardare all'India, all'Asia, mercati difficili ma che rappresentano il futuro per chi sa uscire dagli schemi".
L'intervista scivola infine in una dimensione più intima, in cui emerge il bilancio di una vita spesa tra i filari, le aule di Bruxelles e la famiglia. Matilde parla delle sue tre figlie — Marta, Olga e Irene — con un misto di orgoglio e di onesto, umanissimo rammarico. "Hanno sempre un po' sofferto l'azienda per l’impegno che richiedeva. Per ora hanno preso strade diverse, hanno studiato altro, ma magari in futuro qualcuna di loro sentirà il richiamo di queste vigne. Non forzo nulla".
Parla della sua fede, vissuta non come un obbligo dogmatico, ma come un elemento naturale dell'esistenza, quasi come il ciclo immutabile delle stagioni. "Credo in Dio. Sì! Non è faticoso credere, per me è una cosa bellissima, una sorta di bussola interiore che mi aiuta a dare un senso alla ciclicità del lavoro e alla bellezza della natura". Infine, emerge una scelta educativa quasi radicale. "Non vedo la televisione, non ho nemmeno la Smart TV. Alle mie figlie era proibita quando erano piccole, avevamo scelto di dare spazio al dialogo, al gioco, alla lettura. E infatti non la guardano nemmeno ora che sono grandi, preferiscono la concretezza della realtà".
Guardandosi indietro, alla Matilde ventenne che nell'Ottanta muoveva i primi passi nel mondo del vino oggi direbbe "di essere più concentrata, di fidarsi di più del proprio istinto profondo e di non perdere tempo a compiacere gli altri. Spesso ho pensato di sbagliare seguendo strade non mie, invece ci avevo visto giusto fin dall'inizio". Matilde Poggi resta così: una figura di confine, capace di ottimizzare un'agenda "subumana" tra le vigne e le responsabilità aziendali e la politica categoriale, con la stessa coerenza adamantina che mette in ogni bottiglia. Un’orazione, un’ascesi quotidiana nel silenzio e con l’amore incondizionato per la propria terra.

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