
Cordero di Montezemolo presenta Fuoricasa, un Langhe DOC 2025 da uve pelaverga. La notizia è questa, ed è già sufficiente per attirare l’attenzione: una delle cantine più solide e riconoscibili delle Langhe introduce un vino che si discosta in modo evidente da tutto ciò che ha fatto finora. Non si tratta di una semplice estensione di gamma, ma di un progetto parallelo, dichiaratamente off the record, pensato per uscire consapevolmente da alcune logiche: produttive, stilistiche e anche comunicative. Un vino che racconta un’altra possibilità delle Langhe e, insieme, un altro volto della stessa cantina.
Per comprendere il senso dell’operazione, basta ricordare da dove tutto ha origine. La cantina Cordero di Montezemolo è una di quelle realtà che nelle Langhe non necessitano di presentazioni. Dal 1340 il colle del Monfalletto – quello del leggendario cedro, considerato uno dei più pregiati fondi a vocazione viticola e punto fermo del paesaggio di La Morra – appartiene alla famiglia, oggi alla diciannovesima generazione con Elena e Alberto Cordero di Montezemolo. Una continuità che si traduce in una visione chiara e coerente: controllo totale della filiera, viticoltura biologica certificata, rigore nelle scelte, attenzione maniacale al dettaglio e un legame concreto, mai retorico, con la terra. Uno stile riconoscibile anche sul piano visivo, grazie alle etichette storiche disegnate a mano negli anni Sessanta dal nonno Paolo. Fuoricasa nasce dentro questa storia, ma ne cambia il tono. È più leggero, più diretto, più vicino al modo in cui oggi il vino viene scelto e bevuto.

Pelaverga è una varietà antica, elegante, immediatamente riconoscibile. Eppure, per lungo tempo, è rimasta confinata in un perimetro ristretto: quello del comune di Verduno, dove quasi esclusivamente viene coltivata. “È un’uva che ci ha sempre affascinato”, raccontano Elena e Alberto. Speziata, fragrante, dalla struttura leggera ma dalla grande personalità. Un vitigno che oggi intercetta perfettamente un modo di bere più libero, meno cerimoniale, più trasversale.
La scintilla scatta dopo il 2020 e nasce da una situazione molto concreta: nessuna vigna a Verduno, ma un appezzamento a Cherasco, a pochi chilometri di distanza, sullo stesso fronte collinare. La decisione è semplice e, allo stesso tempo, coraggiosa: piantare pelaverga, vedere cosa succede e accettarne le conseguenze, a partire dalla denominazione. Il nodo, se così si può chiamare, è infatti normativo: il Verduno Pelaverga DOC è legato esclusivamente al comune di Verduno. Quel piccolo sconfinamento obbliga il vino ad abbandonare la denominazione specifica e ad adottare la più ampia Langhe DOC. È qui che nasce il nome Fuoricasa. Fuori casa perché il vigneto non è nella sua dimora storica. Fuori casa perché il progetto non rientra nei codici abituali della cantina. Fuori casa perché invita a bere il vino in contesti diversi, quotidiani, informali. Una debolezza solo apparente, trasformata in narrazione, identità e opportunità. Un progetto che prende una regola e la usa per costruire qualcosa di diverso.

Il primo segnale del cambio di passo è la bottiglia. Fuoricasa abbandona completamente l’estetica classica della cantina. Il fucsia domina la scena: deciso, immediato, impossibile da ignorare. Al centro, una gabbietta aperta, simbolo semplice ma efficace di un’uscita da uno spazio definito, senza rinnegare ciò che si è. È una scelta pensata per farsi notare e per dialogare anche con un pubblico più giovane, abituato a un linguaggio visivo diretto e non codificato. Ma non è solo un cambio estetico: anche il vino segue la stessa logica.
Il pelaverga, già di per sé leggero e speziato, viene interpretato in chiave ancora più contemporanea: meno struttura, più bevibilità, meno rigidità nelle occasioni di consumo. La vinificazione accompagna questa visione: raccolta manuale, lavorazioni delicate, una quota significativa di grappolo intero e una breve macerazione carbonica, pensata per esaltare fragranza e immediatezza. La fermentazione in cemento e l’imbottigliamento precoce conservano energia e tensione, mentre il grado alcolico rimane contenuto.

Nel calice, Fuoricasa Langhe DOC 2025 si presenta con un rubino brillante e scarico, luminoso, che comunica immediatezza ancor prima del profumo. È un rosso che non cerca profondità cromatiche, ma trasparenza espressiva. Il naso è immediato e al tempo stesso stratificato. La speziatura fa da filo conduttore, sottile e misurata: pepe bianco, una nota balsamica che richiama il ginepro, una vibrazione fresca che non sovrasta mai il frutto. Seguono piccoli frutti rossi croccanti – fragola appena matura e lampone – accompagnati da sfumature floreali di rosa e viola, che aggiungono eleganza senza appesantire.
In bocca il vino conferma l’impostazione: il sorso è agile, scorrevole, ritmato. L’ingresso è morbido e immediato, la speziatura accompagna con discrezione il centro bocca. La trama tannica è leggera, levigata, più di appoggio che di struttura, in equilibrio con una freschezza ben calibrata che invita costantemente alla beva. Il finale è pulito, preciso, con un ritorno fruttato e una chiusura asciutta che lascia il palato libero, pronto al sorso successivo. Servito leggermente fresco, tra i 10 e i 12 °C, trova una dimensione ancora più attuale.

Con un prezzo a scaffale compreso tra i 16 e i 20 euro, Fuoricasa si colloca in una fascia accessibile, coerente con la sua anima conviviale e con l’idea di vino come esperienza quotidiana, ma mai banale. È un progetto che dimostra come anche in un territorio fortemente identitario ci sia spazio per muoversi, sperimentare e cambiare prospettiva, senza bisogno di stravolgere tutto. E forse è proprio questo il punto: un vino che non cerca di stupire a ogni costo, ma che riesce a farsi notare perché parla una lingua diversa, più vicina a chi oggi il vino lo vuole bere così, senza troppe regole.
La conferma che anche una delle cantine più classiche delle Langhe può concedersi una deviazione intelligente, restando fedele a serietà, rigore e qualità. Uscire di casa, sì. Ma sapendo sempre come rientrare.
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