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La goduriosa Valpolicella di Buglioni

di Antonio Cimmino | 16 Aprile 2026

Vini pensati per stare a tavola prima che sulle guide, locali aperti per farli assaggiare senza filtri e una nuova generazione che rimette il vino al centro dell’esperienza condivisa, la famiglia Buglioni racconta una Valpolicella vissuta sottraendola a rituali immobili e codici autoreferenziali.

Forse il punto di forza di Buglioni risiede proprio là dove, per molti anni, è stato indicato come un limite. Non essere una cantina “storica” della Valpolicella, non appartenere a una genealogia secolare di vignaioli, arrivare al vino dopo aver attraversato altri mondi – l’abbigliamento, l’imprenditoria, il commercio – ha permesso alla famiglia Buglioni di accostarsi a questo territorio con uno sguardo libero, meno condizionato e, per certi versi, radicalmente differente.

Oggi lo definiremmo uno sguardo “contemporaneo”, anche a costo di utilizzare una parola inflazionata, ma che in questo caso trova una sua precisione: vini pensati per essere bevuti, condivisi e vissuti, prima ancora che spiegati o decodificati.

DALL’ABBIGLIAMENTO ALLA VIGNA: UNA STORIA FUORI DAI CANONI

La storia di Buglioni inizia lontano dalla vigna. Negli anni Novanta Alfredo Buglioni e la sua famiglia operano nel settore dell’abbigliamento, tra maglieria e produzioni all’estero. Nel 1993 l’acquisto di un rustico in Valpolicella Classica, con annesso vigneto, cambia il corso delle cose. L’uva c’è, ma mancano il mestiere e l’esperienza. Le prime vendemmie vengono così regalate alle cantine vicine, in cambio di insegnamenti e di qualche bottiglia con l’etichetta di famiglia, destinata ai clienti del mondo della moda. È un apprendistato informale, fatto più di osservazione che di teorie.

Nel 2000 nasce ufficialmente la cantina, scavata sotto casa, e l’anno successivo entra in azienda un giovanissimo enologo, Diego Bertoni, ancora oggi alla guida tecnica. Una scelta che segna profondamente lo stile aziendale. La domanda posta in fase di selezione – “Volete vini per le guide o vini che si finiscono?” – diventa una dichiarazione d’intenti prima ancora che produttiva. La risposta orienta Buglioni verso una bevibilità concreta, lontana da modelli precostituiti.

COSTRUIRE IL MERCATO PARTENDO DALLA TAVOLA

Questa impostazione accompagna anche l’ingresso di Mariano Buglioni, figlio di Alfredo, in azienda, dopo l’uscita definitiva dal fashion. Le difficoltà commerciali iniziali, legate a un cognome allora percepito come estraneo al mondo del vino – li chiamavano “quelli degli stracci” – spingono a un cambio di prospettiva radicale.

Se il mercato non apre le porte, se i ristoranti non vogliono i vini Buglioni, allora saranno i Buglioni ad aprire ristoranti. Nasce così, nel 2005, l’Osteria del Bugiardo, nel centro di Verona. Un’intuizione semplice e potente: far assaggiare i vini al pubblico, senza filtri. L’operazione funziona e si consolida nel tempo, diventando uno dei luoghi simbolo della città. Da lì si sviluppa un sistema integrato che oggi include ristorazione, ospitalità e vendita diretta. Non si tratta di un progetto collaterale, ma di una componente strutturale dell’azienda: attualmente il 19,2% delle bottiglie Buglioni viene venduto direttamente attraverso locali, eventi e cantina. Un dato raro, che racconta il legame stretto con la ristorazione e con un pubblico trasversale, non esclusivamente specializzato.

Il Bacaro Del Mona, il nuovo locale Buglioni nel centro storico di Verona.

IL VINO COME ESPERIENZA, NON COME RITUALE IMMOBILE

Negli ultimi anni questo legame si è ulteriormente rafforzato grazie all’ingresso in azienda di Cristiano, la terza generazione. Gli eventi ribattezzati Atto Buglioni, organizzati tra le vigne, con musica, vino e migliaia di persone – in gran parte giovani – restituiscono chiaramente l’idea di come Buglioni interpreti oggi il rapporto tra vino e consumo.

Meno ritualità, più esperienza condivisa. Non si tratta di semplificare il vino, ma di rimetterlo in circolo, sottraendolo a una teca che spesso lo rende distante. L’obiettivo non è cambiare il vino per piacere a tutti, ma cambiare il modo in cui lo si racconta e lo si propone.

Alfredo, Mariano e Cristiano Buglioni.

UNA VALPOLICELLA RILETTA CON LIBERTÀ, A PARTIRE DALLA BEVIBILITÀ

Questa visione trova riscontro diretto nei calici. Il Molì Pet Nat Rosé Zero Dosage 2024 nasce da una scelta quasi provocatoria: quando la molinara viene estromessa dal disciplinare, Buglioni decide di valorizzarne proprio ciò che altri considerano un limite: colore tenue, freschezza, immediatezza. Rifermentato in bottiglia, non filtrato e a bassa gradazione naturale, è un vino che divide ma non cerca compromessi. Nel bicchiere è diretto, salino, teso, con richiami agrumati e una chiusura che pulisce il palato con efficacia quasi disarmante. Più che un esercizio stilistico, uno strumento di bevuta, pensato per stare a tavola come un sorbetto secco. Il Gabriella Lugana DOC 2025 rappresenta invece un’uscita consapevole dalla Valpolicella. Una scelta ponderata, nata dall’esigenza di avere un bianco aziendale credibile e profondamente legato a un territorio specifico. turbiana quasi in purezza – solo il 2% è incrocio manzoni, frutto di un errore del vivaista – vinificata esclusivamente in acciaio, esprime un profilo nitido, guidato da mineralità e freschezza. Le note floreali e agrumate si integrano in una beva lineare, pulita, priva di sovrastrutture. Un bianco pensato per essere diretto, senza ambizioni di lunga evoluzione ma con una chiara identità territoriale.

Con il 44 Verticale Valpolicella Classico Superiore 2021, Buglioni mette a fuoco una delle sue scommesse più interessanti, forse il vino più rappresentativo della sua ricerca stilistica. L’ispirazione – la bevibilità e la tensione del pinot nero – si traduce in un rosso slanciato, giocato su spezia fine, frutto piccolo e una progressione gustativa netta. La vinificazione con criomacerazione preserva i profili aromatici più delicati e il vino, anche dopo un amarone importante, riesce a rimettere ordine al palato senza perdere profondità. La lettura “pinoteggiante” della Valpolicella è centrata e convincente. Con il Cru Amarone della Valpolicella Classico Riserva 2019 si entra in un territorio più complesso. Rappresenta l’apice della selezione, ma anche il limite che Buglioni non intende superare. Non nasce per piacere a tutti e non lo nasconde. La struttura è evidente, così come la concentrazione aromatica, che spazia tra frutti scuri, spezie, note balsamiche e richiami profondi di cacao e tabacco. Non cerca l’opulenza fine a sé stessa, ma un equilibrio che eviti eccessi di dolcezza e rigidità tannica. Resta un vino impegnativo, da riservare a piatti strutturati, dove trova la sua naturale collocazione.

Infine, Il Narcisista Recioto della Valpolicella Classico 2022, un vino dolce solo in apparenza. L’elevato residuo zuccherino è controbilanciato da una marcata acidità che alleggerisce il sorso ed evita derive stucchevoli. Le note di frutta matura e cioccolato si intrecciano a una freschezza viva, mantenendo il vino dinamico e giocato più sull’equilibrio che sulla semplice morbidezza.

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