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Pambianco: vino in Borsa, 2025 difficile tra dazi e consumi in calo. Per il 2026 prospettive incerte e segnali non chiari per gli investitori.

Pambianco: vino in Borsa, 2025 difficile tra dazi e consumi in calo

di redazione | 10 Aprile 2026

Secondo uno studio della società di consulenza, l'anno si è chuso con Treasury Wine Estates a -51% e Italian Wine Brands a -3,9%, tra tensioni geopolitiche, inflazione e domanda in contrazione. Per il 2026 prospettive incerte e segnali contraddittori per gli investitori.

Il 2025 si conferma un anno complesso e selettivo per i gruppi vinicoli quotati a livello globale. A evidenziarlo è uno studio della società di consulenza Pambianco, che fotografa un settore messo sotto pressione dalla combinazione di fattori strutturali e congiunturali, con prospettive per il 2026 ancora altamente incerte.

COLOSSI GLOBALI IN DIFFICOLTÀ E MERCATI SOTTO PRESSIONE

Tra le dinamiche più rilevanti, la contrazione dei consumi globali di vino, le tensioni geopolitiche culminate con l’introduzione dei dazi negli Stati Uniti — mercato che per molti produttori europei e australiani pesa tra il 30% e il 40% dell’export — e la pressione inflazionistica sui principali mercati hanno inciso direttamente sui bilanci aziendali, riflettendosi anche sull’andamento dei titoli. Il settore ha progressivamente perso attrattività agli occhi degli investitori: se in passato la scarsità di player quotati e le aspettative di operazioni di aggregazione avevano sostenuto le valutazioni, il rallentamento delle attività di M&A e il deterioramento del contesto macroeconomico hanno raffreddato l’interesse.
Tra i casi più evidenti, Treasury Wine Estates ha perso oltre metà del valore del titolo, scendendo da 10,78 a 5,24 dollari australiani, con una capitalizzazione di circa 3,2 miliardi di dollari australiani (1,95 miliardi di euro). Il gruppo è stato penalizzato dalla debolezza della domanda premium negli Stati Uniti e in Cina e ha registrato una svalutazione degli asset statunitensi pari a circa 988 milioni di dollari australiani, chiudendo il semestre con una perdita netta di 649 milioni. Contestualmente, l’avvio del piano pluriennale di riduzione dei costi, la sospensione del dividendo e la cancellazione del buyback azionario rappresentano il nuovo corso della società sotto la guida del CEO Sam Fischer.
Flessioni consistenti hanno interessato anche Australian Vintage (-20%) e il distributore tedesco Hawesko (-23,2%), penalizzati rispettivamente dalla debolezza della domanda e dal calo dell’e-commerce rispetto ai picchi pandemici. Il comparto Champagne ha subito contrazioni diffuse, con Laurent-Perrier (-9,8%), Lanson-BCC (-8,5%) e Vranken-Pommery Monopole (-8,2%), segnando un rallentamento della domanda di bollicine premium dopo anni di crescita sostenuta.

Il 2025 si conferma un anno complesso e selettivo per i gruppi vinicoli quotati a livello globale. A evidenziarlo è uno studio di Pambianco

CAUTELA E GESTIONE PRUDENTE COME DRIVER PRINCIPALI

Sul fronte italiano, Italian Wine Brands ha registrato una flessione contenuta del 3,9%, con il titolo passato da 22,27 a 21,40 euro e una capitalizzazione di 181 milioni di euro a fine anno. I ricavi si sono attestati a 395,9 milioni, sostanzialmente stabili nonostante il contesto sfidante, con la tenuta dei mercati di Regno Unito e Canada a parzialmente compensare la flessione negli Stati Uniti. Tuttavia, il sentiment degli investitori resta prudente e i principali gruppi italiani non quotati non mostrano segnali di apertura a una quotazione nel breve periodo.
In controtendenza, alcuni player globali hanno registrato risultati positivi: Naked Wines ha messo a segno un rialzo del 59,9% grazie a un piano di rilancio con liquidazione di scorte in eccesso e revisione al rialzo degli obiettivi di redditività; il canadese Andrew Peller è cresciuto del 33,5%, mentre AdVini e Schloss Wachenheim hanno registrato incrementi più contenuti (+5,6% e +2,6%).
Per il 2026, la cautela rimane elevata: più dei risultati economici, è lo scenario macroeconomico e geopolitico a determinare il sentiment degli investitori, mantenendo prudenza nei confronti dei titoli vinicoli quotati. Le prospettive restano quindi incerte, con un settore che continua a misurarsi con consumi deboli, tensioni internazionali e volatilità dei mercati finanziari.

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