
Il 2025 si conferma un anno complesso e selettivo per i gruppi vinicoli quotati a livello globale. A evidenziarlo è uno studio della società di consulenza Pambianco, che fotografa un settore messo sotto pressione dalla combinazione di fattori strutturali e congiunturali, con prospettive per il 2026 ancora altamente incerte.
Tra le dinamiche più rilevanti, la contrazione dei consumi globali di vino, le tensioni geopolitiche culminate con l’introduzione dei dazi negli Stati Uniti — mercato che per molti produttori europei e australiani pesa tra il 30% e il 40% dell’export — e la pressione inflazionistica sui principali mercati hanno inciso direttamente sui bilanci aziendali, riflettendosi anche sull’andamento dei titoli. Il settore ha progressivamente perso attrattività agli occhi degli investitori: se in passato la scarsità di player quotati e le aspettative di operazioni di aggregazione avevano sostenuto le valutazioni, il rallentamento delle attività di M&A e il deterioramento del contesto macroeconomico hanno raffreddato l’interesse.
Tra i casi più evidenti, Treasury Wine Estates ha perso oltre metà del valore del titolo, scendendo da 10,78 a 5,24 dollari australiani, con una capitalizzazione di circa 3,2 miliardi di dollari australiani (1,95 miliardi di euro). Il gruppo è stato penalizzato dalla debolezza della domanda premium negli Stati Uniti e in Cina e ha registrato una svalutazione degli asset statunitensi pari a circa 988 milioni di dollari australiani, chiudendo il semestre con una perdita netta di 649 milioni. Contestualmente, l’avvio del piano pluriennale di riduzione dei costi, la sospensione del dividendo e la cancellazione del buyback azionario rappresentano il nuovo corso della società sotto la guida del CEO Sam Fischer.
Flessioni consistenti hanno interessato anche Australian Vintage (-20%) e il distributore tedesco Hawesko (-23,2%), penalizzati rispettivamente dalla debolezza della domanda e dal calo dell’e-commerce rispetto ai picchi pandemici. Il comparto Champagne ha subito contrazioni diffuse, con Laurent-Perrier (-9,8%), Lanson-BCC (-8,5%) e Vranken-Pommery Monopole (-8,2%), segnando un rallentamento della domanda di bollicine premium dopo anni di crescita sostenuta.

Sul fronte italiano, Italian Wine Brands ha registrato una flessione contenuta del 3,9%, con il titolo passato da 22,27 a 21,40 euro e una capitalizzazione di 181 milioni di euro a fine anno. I ricavi si sono attestati a 395,9 milioni, sostanzialmente stabili nonostante il contesto sfidante, con la tenuta dei mercati di Regno Unito e Canada a parzialmente compensare la flessione negli Stati Uniti. Tuttavia, il sentiment degli investitori resta prudente e i principali gruppi italiani non quotati non mostrano segnali di apertura a una quotazione nel breve periodo.
In controtendenza, alcuni player globali hanno registrato risultati positivi: Naked Wines ha messo a segno un rialzo del 59,9% grazie a un piano di rilancio con liquidazione di scorte in eccesso e revisione al rialzo degli obiettivi di redditività; il canadese Andrew Peller è cresciuto del 33,5%, mentre AdVini e Schloss Wachenheim hanno registrato incrementi più contenuti (+5,6% e +2,6%).
Per il 2026, la cautela rimane elevata: più dei risultati economici, è lo scenario macroeconomico e geopolitico a determinare il sentiment degli investitori, mantenendo prudenza nei confronti dei titoli vinicoli quotati. Le prospettive restano quindi incerte, con un settore che continua a misurarsi con consumi deboli, tensioni internazionali e volatilità dei mercati finanziari.
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