
Il mercato del vino negli Stati Uniti chiude il 2025 in territorio negativo, segnando un’inversione rispetto agli anni recenti. Secondo quanto riportato da Karl Storchmann, editor del Journal of Wine Economics, il valore delle importazioni è diminuito di 565 milioni di dollari rispetto al 2024, pari a un calo dell’8,3%, con una contrazione concentrata soprattutto nell’ultimo trimestre dell’anno.
Le perdite più rilevanti in valore assoluto riguardano Italia (–220 milioni di dollari) e Francia (–119 milioni), mentre in termini percentuali emergono cali più marcati per paesi come Moldova, Svizzera, Georgia e Sudafrica.
Il dato si inserisce in un quadro coerente con le elaborazioni su base doganale statunitense (US Census / USITC), che indicano una flessione più accentuata in valore rispetto ai volumi, segnale di una pressione sui prezzi e sul mix di prodotto.
Il 2025 appare infatti come un anno a due velocità: secondo l’Italian Trade Agency, nella prima metà dell’anno le importazioni avevano ancora mostrato segnali positivi (+7,4% in valore), sostenute anche da dinamiche di anticipo degli acquisti, mentre nella seconda parte si è registrata una decisa inversione di tendenza. A incidere sono diversi fattori: l’introduzione di nuovi dazi sulle importazioni europee, che hanno contribuito a un aumento dei prezzi al consumo, le dinamiche valutarie meno favorevoli e un cambiamento nei comportamenti dei consumatori statunitensi, sempre più orientati verso prodotti di fascia di prezzo inferiore o alternative al vino.
Come evidenziato anche dalle analisi di Wine Intelligence, emerge un fenomeno di “trading down” che penalizza il valore medio delle importazioni, colpendo in particolare i segmenti premium. In questo contesto, Italia e Francia restano centrali – rappresentando complessivamente circa il 70% dell’import statunitense – ma proprio per questo risultano anche più esposte alla contrazione.
Il calo del 2025 può essere letto come una fase di normalizzazione dopo anni di crescita sostenuta e dinamiche eccezionali. Più che una semplice flessione congiunturale, si tratta di un riequilibrio in cui il fattore prezzo torna centrale e le condizioni macroeconomiche e commerciali incidono in modo diretto sulle strategie dei principali Paesi esportatori.
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