
C’è un momento, rarissimo, in cui il tempo smette di scorrere e decide di restare sospeso, come una nota tenuta troppo a lungo in un’aria d’opera. È accaduto a Venezia, nel cuore dorato e pulsante del Teatro La Fenice, dove non semplicemente un evento, ma un’esperienza sensoriale ha celebrato i trent’anni di Belcanto di Bellussi Wines.
Un incanto, sì. Ma anche qualcosa di più profondo.
Perché se è vero che Dioniso, dio del vino e dell’arte, già nell’antichità intrecciava questi due mondi in un legame indissolubile, allora nella serata veneziana non si è fatto altro che rievocare un rito antico, vestendolo di eleganza contemporanea.
Belcanto nasce proprio da questo: dall’idea visionaria di Enrico Martellozzo che, trent’anni fa, ebbe l’intuizione di creare un vino capace di dialogare con l’opera. Un vino che non fosse solo da gustare, ma da ascoltare.
La famiglia Martellozzo - già legata alla cultura veneziana come vino ufficiale della Biennale - ha trasformato una passione in un linguaggio. E se Enrico e la moglie Renata Rami sono stati i custodi di questo sogno, è il figlio Giovanni ad averne respirato l’essenza fin da piccolo, crescendo con una passione per “Tosca”.
Non è un caso che proprio Renata sia l’anima del nome “Belcanto”: lei disegnò la prima etichetta 30 anni fa. Belcanto è una parola che racchiude tutto: amore, tecnica, emozione, memoria. E oggi quell’eredità vive anche grazie a Francesca, Paola e Giovanni, i tre figli dei coniugi Martellozzo, in un racconto familiare che profuma di autenticità.

La serata dedicata ai trent’anni di Belcanto si è aperta nel foyer del Teatro La Fenice, tra stucchi dorati, velluti profondi, specchi che moltiplicano la luce dei lampadari: ogni dettaglio racconta una storia. La Fenice è uno dei più bei teatri d’opera italiani, ma è anche molto di più. È un simbolo. Come l’uccello mitologico da cui prende il nome, è morta e rinata dalle proprie ceneri, dopo gli incendi del 1836 e del 1996, tornando a splendere esattamente dov’era e com’era. Una resilienza che vibra ancora oggi tra le sue mura.
E forse non è affatto casuale che proprio qui si celebrassero i “trent’anni dalla terra all’arte”. Un titolo che non è uno slogan, ma una dichiarazione di identità.
Perché Belcanto è questo: un ponte, tra chi coltiva la terra e chi calca il palcoscenico; tra le vigne impervie delle rive di Guia e le arie immortali dell’opera. E non è un caso che, tra gli ospiti della serata, ci fossero anche loro: i lavoratori della terra. Mani segnate, sguardi fieri. Senza di loro, nessuna poesia liquida sarebbe possibile. E poi, che fosse presente l’enologo di Bellussi, Francesco Adami, orgoglioso custode del know how del vino.
La celebrazione è stata anche l’occasione per presentare la nuova veste dei tre vini – Belcanto Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Brut Rive di Guia, Extra Dry e Cartizze Edizione La Fenice – con etichette rinnovate che si ispirano agli spartiti d’opera, attraversate da colori che richiamano quelli del teatro. Un dialogo visivo tra musica e vino.
La serata non poteva però dirsi completa senza l’arte viva: le arie da Gianni Schicchi e La Traviata, interpretate da soprano e tenore, accompagnate dal pianoforte del maestro Roberto Boischio, hanno letteralmente sospeso il respiro del pubblico. In quel momento, il vino non era più nel calice, ma nell’aria.
Per dirla con le parole di Andrea Erri di Fondazione La Fenice, “quella con Bellussi non è una semplice partnership, non è un servizio, non è una sponsorizzazione. Il vino, qui, entra nella vita del teatro. Ne diventa parte integrante, quasi un respiro condiviso. Definirlo sponsor sarebbe riduttivo”.
Perché Belcanto è “il nostro modo di fare azienda , la nostra visione in cui vincono la qualità e l’eccellenza italiana”, rimarca Francesca Martellozzo.

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