
La storia comincia nel 1371, quando Venegazzù, nel cuore del Montello trevigiano, viene già riconosciuta come zona d'eccellenza vinicola dalla Repubblica di Venezia. Secoli dopo, nel 1972, è Giancarlo Palla ad acquisire Loredan Gasparini e a consolidarne la vocazione ai grandi rossi bordolesi — cabernet sauvignon, cabernet franc, merlot, malbec — coltivati qui fin dagli anni Quaranta. Il figlio Lorenzo entra in azienda negli anni Novanta, dopo un lungo giro tra le principali aree enologiche del mondo, e vi porta una spinta verso la viticoltura “naturale” che oggi si traduce in concimazione esclusivamente organica, lotta biologica ai patogeni e collaborazione con i preparatori d'uva Simonit e Sirch.
La tenuta di Venegazzù conta oggi 60 ettari, divisi tra il cru omonimo — unica sottozona della denominazione Montello, riconosciuta tale all'inizio degli anni Duemila — e la tenuta collinare di Giavera del Montello. Il vino simbolo è il Capo di Stato, diventato leggenda da quando Charles De Gaulle, a un pranzo ufficiale all'Hotel Gritti di Venezia, lo scambiò per un grande Bordeaux.
Nel 2001 la famiglia allarga il progetto verso est e acquista Ronco Blanchis, 23 ettari a Mossa nel cuore del Collio Goriziano, dove la ponca — marne eoceniche e arenarie — e il microclima adriatico-alpino restituiscono vini bianchi di struttura. Solo bianchi, per scelta: friulano, malvasia, ribolla gialla, pinot grigio, sauvignon.
Il terzo pilastro è la Distilleria Negroni, acquisita nel 1993, fondata a Villanova sull'Arda nel 1925 con un debito di riconoscenza verso Giuseppe Verdi — fu un lascito del compositore a permettere al fondatore Guglielmo Negroni di studiare alla Scuola Enologica di Alba. Oggi produce grappe da vinacce delle stesse tenute di famiglia, liquori da ricette storiche e due Vermouth agricoli con base vini Loredan Gasparini e Ronco Blanchis.
Tre realtà distanti per territorio e prodotto, costruite negli anni intorno a un principio che non cambia: partire dalla terra, intervenire il meno possibile, raccontare il luogo prima della cantina.

Lorenzo Palla, negli anni ’90 affianca ufficialmente suo padre Giancarlo in azienda. Qual era il suo background e quali sono state le competenze da lei ha portate in azienda?
“Arrivo da una formazione classica e umanistica, ma con il corso degli anni mi sono appassionato e ho cominciato ad approfondire diversi aspetti per vedere come ci si muoveva nel mondo del vino. Ho girato molto, anche per il mondo, proprio per farmi un'idea di cosa stesse facendo la viticultura in quegli anni. Credo di aver portato in azienda una visione diversa, nuova. Mi piace parlare di rinnovamento, ecco. L’idea era di concentrare il nostro lavoro su quello che era essenziale per il nostro territorio, per la nostra zona. All’epoca, infatti, non ci si concentrava sulla terra, così negli anni sono nati prodotti che poi con il tempo abbiamo eliminato, perché non rispecchiavano la nostra filosofia.
Credo che la mia sia stata una visione innovativa, che, partendo anche dallo studio delle altre realtà, è sempre tornata in azienda per portare cambiamento”.
Quali sono state le sfide più importanti da affrontare in quegli anni?
“Parliamo degli anni Novanta, quando la viticultura iniziava a cambiare in maniera importante. La necessità al tempo era quella di abbassare drasticamente le rese e concentrarsi di più sui terreni. Diciamo che in quel periodo il nostro lavoro è cambiato a favore della terra. La nostra attenzione si è spostata all’aspetto naturale, alla necessità di creare un equilibrio sia in vigneto che in cantina. Era l’inizio di quell’impegno e di quella cura per i dettagli che ancora oggi sono il nostro punto di partenza.
Inoltre, in quegli anni c’era l’esigenza di iniziare a creare contatti diretti con i clienti, per riuscire a trasmettere la totalità del nostro lavoro. Così ho iniziato a viaggiare, anche oltre oceano, per raccontare loro il valore a la qualità che stava alla base della creazione dei nostri prodotti. Le differenze si iniziavano a percepire, ma era importante saperle narrare per creare una visione più ampia e trasmettere il messaggio”.
Come sono cambiati il suo ruolo e la sua visione dagli anni Novanta a oggi?
“Il mio ruolo è cambiato perché è cambiato il mercato, che oltretutto continua a cambiare. Io cerco di stare al passo, di informarmi per essere pronto a rinnovare la strategia. Negli anni Novanta il nostro vino, che aveva già decenni di produzione, era considerato un prodotto molto classico. Si iniziavano a percepire le innovazioni presenti sul mercato e così abbiamo cercato di portare anche noi delle migliorie. Ma senza farci travolgere e stravolgere. Ci siamo concentrati sul prodotto, per renderlo più centrato ed equilibrato, il nostro obiettivo era renderlo l’espressione dell’unicità del territorio da cui proviene”.
Parlando di Loredan Gasparini, e dell’eredità storica della famiglia Spineda, come si traghetta una realtà aziendale con un passato così importante nella contemporaneità?
“Cercando di valorizzare sempre la parte storica, per approfondirla e conoscerla sempre meglio così da saperla raccontare. È importante sapere da dove si è partiti, conoscere le origini, poi però è necessario anche riconoscere e riportare che alla fine, al di là delle persone che hanno gestito il territorio e i vigneti, il vero merito va proprio alla terra. È proprio la posizione particolare di questa zona che crea il suo valore, e questo sovrasta la gestione di noi famiglie che ci succediamo nel tempo. Noi ci prendiamo cura di un territorio che è prezioso nel suo essere”.

Nel 2001 arriva Ronco Blanchis, come si integra questa realtà nell’identità di Loredan Gasparini, fortemente legata al proprio territorio?
“Ronco Blanchis è una realtà fortemente legata al proprio territorio ma si è integrata bene proprio perché è complementare a Loredan Gasparini che ha un'anima molto legata ai vini rossi. Per noi, il fatto di aver trovato un territorio riconosciuto come terra dei grandi vini bianchi è stata l'integrazione perfetta, un vero completamento. Ovviamente questo era il nostro ideale, diciamo che per realizzarlo abbiamo investito molto, soprattutto in termini di nostro impegno, quindi non solo impiegando economie, ma anche nostre energie, un investimento umano. Così, con tenacia e grande soddisfazione siamo riusciti a esprimerci anche in questa terra per noi nuova. La nostra filosofia e i nostri principi sono gli stessi, sia nel Collio che a Venegazzù, cerchiamo di entrare in sintonia con la natura e con i suoi vigneti”.
La terza anima produttiva è quella della liquoristica e del distillato. Cosa vi ha portati nel 1993 ad acquisire la Distilleria Negroni?
“Qui l’artefice è mio papà Giancarlo. È stato lui a vedere e a cogliere l’opportunità di rilevare questa piccola distilleria del territorio che porta con sé una grande e lunga storia. È riuscito a integrarla all'interno delle nostre attività, sempre nell’ottica del completamento”.
Come si applica la filosofia produttiva di famiglia alla distilleria?
“Con una grande attenzione ai dettagli e alle materie prime, come in tutte le nostre realtà. Difficilmente creiamo dei prodotti che hanno un'anima solo puramente commerciale. Le nostre referenze cercano sempre di avere un'espressione unica e legata al lavoro che si svolge in cantina. Nello stesso modo in distilleria tendiamo alla stessa qualità, partendo dalla selezione delle materie prime”.

C’è un vino, nazionale o internazionale, che ammira e che le piacerebbe aver prodotto?
“Si tende ad amare quello che non si riesce a produrre. Quindi, una delle cose che amo di più è il Sangiovese. Mi piace molto il Montevertine, è uno dei vini che ammiro di più ed è uno dei miei comfort wine, fa parte di quei vini che mi piace bere proprio per stare bene. Così come ammiro baroli e barbareschi proprio perché non produco nebbiolo, vivo in una zona dove non potrei farlo e quindi ne sono affascinato. Diciamo che assaggio molto e sono molto curioso. Mi intriga scoprire nuove realtà quindi provo tanti tipi di prodotti e molte volte rimango piacevolmente sorpreso soprattutto da piccole produzioni che hanno un forte legame con il territorio di origine”.
Ha un “comfort drink” tra cocktail, liquori e distillati?
“La mia attenzione va sempre al distillato puro perché trovo che sia il prodotto per cui alla fine, come produttore riesco ad avere una stima, un apprezzamento. Lo considero un riconoscimento del valore. Punto sempre alle cose che non posso fare o che non riuscirò mai a fare; quindi, mi piacciono ovviamente i grandi Whisky, i Cognac gli Armagnac, ma anche i Calvados”.
Nuovi progetti in cantiere?
“Da un po' di anni stiamo considerando di arrivare a produrre un cabernet franc in purezza. Noi lo abbiamo sempre usato come vino da taglio in piccole percentuali all'interno del nostro Venegazzù. Oggi però, avendo sempre più disponibilità, e considerato che abbiamo piantato anche altri vigneti, diciamo che stiamo lavorando per concretizzare il nostro sogno.
Credo che il cabernet franc sia un vino molto moderno perché è una varietà che mantiene una buona freschezza e il nostro territorio di sicuro è vocato per conferire al vino questa qualità.
Inoltre, continuiamo con la valorizzazione del progetto Spineda, il nostro merlot in purezza. Coltivando da decenni le terre di Venegazzù, sapevamo che una piccola parcella è sempre stata famosa per il merlot. Così nel 2004 abbiamo ripiantato un nuovo vigneto in quella particolare parcella, con l'idea di andare a ricercare l’intero potenziale di questo terreno e dare vita ad un vino emozionante. È nato così Spineda, una straordinaria selezione del nostro migliore merlot, realizzata in onore della famiglia trevigiana che quasi trecento anni fa aveva già intravisto il valore di Venegazzù e dei suoi vini”.
è DISPONIBILE L'APP DI VINONEWS24.
SCARICALA ORA PER ACCEDERE AI NOSTRI CONTENUTI DAL TUO SMARTPHONE!
Puoi scegliere di impedire a questo sito web di aggregare e analizzare le azioni che intraprendi qui. Ciò proteggerà la tua privacy, ma impedirà al proprietario di imparare dalle tue azioni e di creare un'esperienza migliore per te e per gli altri utenti.