
Il progetto Quintessenz di Cantina Kaltern è, prima di tutto, un gesto di metodo. Nasce nel 2018 come linea d’eccellenza della cooperativa altoatesina e lavora per vocazioni e vigneti selezionati: non un “livello premium” generico, ma un modo di leggere Caldaro attraverso parcelle, rese contenute e scelte di cantina calibrate per mantenere identità e precisione. A guidare la parte tecnica è l’enologo Thomas Scarizuola, che sintetizza l’operazione con un’immagine chiara: lo chardonnay “trova la sua culla” a Caldaro, cioè un luogo capace di raccontare il territorio con autenticità.

Lo Chardonnay Quintessenz nasce da tre vigneti per un totale di 1,3 ettari: due parcelle sopra Caldaro attorno ai 550 metri e una a Mezzan a quota più bassa, tutte esposte a est. Il dettaglio che torna nel racconto è il ritmo del microclima: sole pieno nelle ore del mattino e ventilazione naturale che lavora su due registri complementari. Da un lato l’Ora del Garda entra regolarmente nei pomeriggi e asciuga con la ventilazione; dall’altro la sera e la notte arrivano correnti più fresche dalla Mendola, aumentando l’escursione termica (anche oltre 10–15 gradi tra giorno e notte). È questo gioco di temperature a sostenere profumi e tensione gustativa, senza rinunciare a struttura e “grassezza” in bocca.
Anche la geologia viene letta come parte del risultato: il progetto insiste sulla complementarità tra depositi glaciali (ghiaia e sabbia con presenza di dolomia) e detriti calcarei profondi e drenanti ad alto contenuto di calcare. L’assemblaggio nasce dal dialogo tra questi habitat: non per uniformare, ma per costruire complessità e finezza mantenendo una linea gustativa tesa.
In cantina, la direzione è coerente con l’idea “da parcella”: lavorazioni pulite e controllate per preservare leggibilità. Il protocollo dichiarato per il Quintessenz Chardonnay 2023 è preciso: pressatura di uva intera, fermentazione e affinamento per dodici mesi in barrique (circa 40% nuove) con bâtonnage, malolattica parziale e successivo riposo in acciaio sulle fecce fini prima dell’imbottigliamento. Il legno non è pensato come “firma aromatica”, ma come strumento di struttura e micro-ossigenazione controllata: deve accompagnare, non coprire.

La dimostrazione più concreta del lavoro “per vigneto” arriva con tre assaggi separati dell’annata 2025 prelevati da barrique, uno per ciascuna parcella. Sono campioni giovanissimi, già solfitati e con malolattica conclusa, ancora torbidi e in piena fase di assestamento: il legno è presente e il tempo di permanenza non viene trattato come un automatismo, ma come una variabile da monitorare, pronta a essere corretta se l’impronta diventa troppo invadente.
Il primo campione proviene dal vigneto più basso di Mezzan, una pergola impiantata nel 2003: il vino esce più elegante e sapido, con meno struttura rispetto alle parcelle alte. È, per così dire, la componente che “aggiusta la direzione”: dà ritmo, allunga il sorso e porta una sapidità che torna utile nel taglio.
Il secondo campione arriva dalla pergola in quota visitata durante la giornata (impiantata nel 1986). A parità di mano, cambia il registro: più struttura, un profilo più slanciato e spinto. Qui emerge anche il lato più delicato della pergola sui bianchi: in annate umide la buccia è più fine e i rischi aumentano rapidamente. Nel 2025, con la pioggia, la selezione in vigneto diventa più serrata e la gestione agronomica pesa in modo diretto sul risultato finale.
Il terzo campione è quello del vigneto a guyot (la parcella “cuore”, la prima su cui ci si ferma durante la visita): è il più completo, più fine e ricco di polpa, con una struttura che tiene insieme energia e precisione. Ed è proprio qui che si capisce la logica dell’assemblaggio: la cantina lavora per far dialogare tre identità diverse, con proporzioni che già nel 2023 vedono il guyot come contributo principale, la pergola in quota come seconda spalla e Mezzan come “tocco” di direzione; nel 2025 l’intenzione è replicare la stessa filosofia.

Il quadro che emerge è coerente: Quintessenz cerca eleganza e precisione prima dell’opulenza, con il legno usato come strumento e non come firma. In questo senso lo Chardonnay 2023 non appare un esercizio “internazionale”, ma un tassello che completa il progetto: parcelle, venti, suoli e misura in cantina per costruire un bianco teso e identitario, già convincente oggi e con un margine evidente di crescita in bottiglia.
A completare la degustazione, gli altri Quintessenz aiutano a capire la coerenza del progetto, perché ogni etichetta lavora su un registro diverso ma riconducibile alla stessa idea di precisione.
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