
La sostenibilità come leva strategica per il futuro dell’extravergine italiano, ma anche la necessità di regole condivise per certificarla e comunicarla in modo chiaro ai consumatori, quali l’adozione di un disciplinare produttivo nazionale che consenta di attestare e valorizzare le pratiche sostenibili lungo tutta la filiera. Sono alcuni dei temi caldi emersi dal confronto tra imprese, ricerca e istituzioni a SOL Expo 2026, la rassegna dedicata alla filiera dell’olio e dell’olivo che si è chiusa il 3 marzo a VeronaFiere, confermando la crescita della manifestazione.
La fiera ha raccolto oltre 4mila visitatori tra operatori professionali, aziende, ristoratori, consumatori e appassionati, con una partecipazione raddoppiata rispetto all’edizione del debutto da solista nel 2025. A rafforzare il profilo internazionale dell’evento anche la presenza di oltre 300 operatori esteri da 38 paesi, tra cui 80 top buyer provenienti da 25 nazioni, arrivati grazie al piano di incoming realizzato insieme a IT (Italian Trade Agency).
In quartiere erano presenti 15 regioni produttrici e 230 aziende da Italia, Slovenia, Spagna e Ungheria, insieme alle principali associazioni del comparto. Il programma ha inoltre proposto oltre novanta appuntamenti tra incontri di attualità, formazione e degustazioni, in un percorso che ha attraversato l’intera geografia olivicola italiana.
“Questa seconda edizione porta a casa la scommessa lanciata lo scorso anno su una manifestazione interamente dedicata ad un prodotto del made in Italy con ampi margini di valorizzazione e un potenziale di crescita importante – dichiara il presidente di Veronafiere, Federico Bricolo – Le nostre fiere come SOL Expo sono un momento di incontro per il business delle imprese, rappresentano un luogo di dibattito e un'occasione di confronto aperto tra filiera, istituzioni, associazioni e consumatori: un facilitatore per il Sistema Italia in grado di dare stimoli concreti per lo sviluppo del settore”.
Con questo spirito, la manifestazione ha approfondito uno dei temi chiave per il futuro dell’olio italiano: la formazione dei consumatori e la definizione di regole chiare per certificare le pratiche produttive lungo tutta la filiera.

Tra i temi più discussi durante la manifestazione, la sostenibilità come fattore competitivo per il mercato dell’extravergine italiano. Dal convegno Quanta voglia di sostenibilità: dalla realtà scientifica alla narrazione per l’olio extravergine di oliva è emersa però la necessità di colmare il divario informativo tra consumatori e prodotto.
“Il consumatore si trova in una situazione di scarsa conoscenza, ci vuole un percorso formativo che lo aiuti a comprendere le differenze – spiega Ettore Capri, docente dell’Università Cattolica di Piacenza – Una coltivazione sostenibile dà massima espressione al cultivar anche sotto il profilo organolettico. Da un punto di vista chimico i prodotti sostenibili hanno proprietà migliori, ma questa qualità va testimoniata e servono linee guida anche rispetto al processo di coltivazione”.
Sulla stessa linea Mariella Cerullo, direttrice relazioni istituzionali di Oleificio Zucchi, secondo cui la credibilità della sostenibilità passa da regole chiare e da una certificazione riconosciuta. “Il consumatore si fida di ciò che è univoco, chiaro e trasparente. Se la comunicazione è basata su promozioni continue, il prezzo diventa l’unico driver di scelta. Per questo dobbiamo partire dalla chiarezza delle regole e dalla formazione. I consumatori italiani sono già fortemente interessati al tema e la certificazione è l’elemento di garanzia alla base della loro fiducia. A fare da garante dovrebbe essere lo Stato. Per questo abbiamo sviluppato e consegnato alle istituzioni delle linee guida per un disciplinare pubblico sulla sostenibilità”.
L’interesse dei consumatori per questi temi è confermato anche dai dati. "Secondo la consumer survey realizzata da Nomisma per SOL Expo, il 74% degli italiani chiede maggiori informazioni sulla sostenibilità della filiera – evidenzia Barbara Ferro, ad di VeronaFiere – Otto consumatori su dieci si dichiarano più incentivati all’acquisto dopo una comunicazione incentrata sulla sostenibilità del prodotto".
Un approccio che richiama direttamente il simbolismo stesso dell’ulivo: “Parliamo di resilienza e durata – aggiunge Ferro – e l’ulivo è il simbolo di questa durabilità. Gli ulivi hanno visto la trasformazione climatica e l’hanno attraversata”.

A livello internazionale, il valore ambientale della coltura olivicola è stato ribadito anche dal Consiglio Oleicolo Internazionale (COI). “La sostenibilità è centrale per il settore: è una coltura resiliente, a basso consumo di acqua, capace di adattarsi a contesti diversi e di contribuire al sequestro di carbonio – ricorda Abderraouf Laajimi, direttore aggiunto del COI – Un ettaro può assorbire 4,5 tonnellate di CO₂ all’anno, il che significa che un solo albero può compensare l’impronta di carbonio di una persona".
Proprio su questo fronte il COI sta sviluppando un progetto per un mercato volontario dei crediti di carbonio legato all’olivicoltura, con l’obiettivo di offrire ai produttori uno strumento aggiuntivo di reddito. Il progetto è già in fase pilota e coinvolge 28 paesi.
Ma la sostenibilità, conclude Laajimi, non riguarda solo l’ambiente: “È anche sociale ed economica. L’olivicoltura è presente in molte aree vulnerabili e marginali, dove intere comunità traggono da essa la propria fonte di reddito. Proteggere il settore significa contribuire non solo alla salute del pianeta, ma anche a quella dei consumatori, vista l’importanza dell’olio d’oliva dal punto di vista salutistico”.
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