
La valle delle mele strizza l’occhio al vino. Melinda - il consorzio che dal 1989 riunisce oltre 4mila famiglie di soci produttori in 16 cooperative nelle Valli del Noce, con un fatturato annuo di circa 240 milioni di euro – ha deciso infatti di avviare una piccola produzione sperimentale.
Dopo le mele Golden, Renetta e Red Delicious, presenti in Italia solo dalla Dop Val di Non, la valle guarda all’uva di qualità.

Non si tratta di uno sbarco, né di una sfida alle cantine strutturate. "Stiamo realizzando una produzione super limitata e sperimentale", evidenzia Stefano Cristoforetti, responsabile del progetto vino in Melinda. Il punto di partenza è la volontà di alcuni soci, che l'azienda ha voluto sostenere, desiderosi di diversificare le funzioni e puntare su un settore nuovo per la Val di Non — ma non del tutto estraneo alla sua storia.
Perché la storia, in questa terra, conta. Prima del boom delle mele negli anni Sessanta e Settanta, la Val di Non aveva una vocazione agricola diversa, con una frutticoltura più tradizionale e radici profonde nella viticoltura. "Prima della diffusione delle mele, il mondo della viticoltura era sicuramente più sviluppato - conferma il project manager - Non a caso le prime cantine del Trentino avevano sede proprio in Val di Non". Un passato che si vuole valorizzare, senza però usarlo come pretesto per costruire qualcosa di sproporzionato rispetto alle ambizioni dichiarate.
Il progetto nasce su tre varietà: pinot nero, chardonnay e kerner, scelte per la loro adattabilità al territorio e per le prospettive future. I vigneti — tutti di proprietà dei soci conferitori — coprono attualmente meno di dieci ettari, con una stima di crescita limitata nei prossimi tre o quattro anni. Da tre anni sono in corso microvinificazioni sperimentali, che proseguiranno anche nelle prossime stagioni per raccogliere dati e affinare la qualità prima del lancio ufficiale.
La gamma che potrebbe arrivare sul mercato include uno spumante metodo classico, un’etichetta di pinot nero in rosso — "quello che manca da qualche anno" — e una di bianco, per completare un'offerta pensata con cura e senza forzature. Per la vinificazione, almeno nei prossimi dieci anni, non è prevista la costruzione di una cantina propria: “i volumi attuali non lo giustificherebbero economicamente e ci si appoggerà a strutture esterne”.

C'è poi una questione aperta, e affascinante. In Val di Non esiste un vitigno autoctono che racconta una storia preziosa: il groppello di Revò.
Documentato fin dalla metà del Cinquecento, durante l'Impero Austro-Ungarico veniva conferito in grandi quantitativi alla corte di Vienna. In Val di Non fu il perno per l’avvio, nel 1893, di una delle prime cantine sociali del Trentino. Con la diffusione della frutticoltura ha rischiato l'estinzione e oggi è coltivato solo da quattro produttori, su circa cinque ettari complessivamente. E nel 2021 il groppello di Revò è stato riconosciuto da Slow Food.
Melinda lo conosce. "È la varietà principale che identifica la Val di Non, distinguendola dal resto d'Italia e dal mondo - riconosce Cristoforetti - Molti soci gestiscono già piccoli appezzamenti di groppello per uso domestico, ma inserirlo fin da subito nel progetto sarebbe stato un passo troppo lungo. L'abbiamo accantonato, sapendo che nei prossimi anni potremo usarlo meglio". Un rimando che suona come una promessa.
Il marketing sta lavorando sul posizionamento. La prima ipotesi è affiancare il marchio Melinda alla bottiglia, con le prime uscite previste per il Natale 2026 o la primavera 2027. Volumi limitati, una presentazione, qualche piccolo assaggio. Non una conquista, ma un racconto in più da aggiungere alla storia della Val di Non.
"È un po' quella cornice che completa il sistema”, conclude Cristoforetti. Il mondo del vino è diverso dall'ortofrutta, ma vicinissimo per l'approccio allo storytelling, per la capacità di raccontarsi attraverso il territorio. E Melinda ne ha fatto il centro di tutto, costruendo un racconto delle celle ipogee dove le mele riposano nel cuore delle Dolomiti fino alla vigna.
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