
La salita al Monte Sant’Urbano a Fumane è quasi mistica. Qui in Valpolicella, a 350 metri di altitudine, la Cantina Giovanni Dindo presidia un territorio di rara bellezza, caratterizzato da un microclima adeguato, ben ventilato e da un suolo che poggia su un’antica colata lavica. È un paesaggio dove la storia ha il volto di un antico convento del 1800 acquistato nei primi anni '60 dal nonno dell'attuale proprietario. È proprio qui che l'azienda affonda le proprie radici nel cuore della Valpolicella Classica.
Tutto ebbe inizio con sei ettari di terreno, allora non ancora vitati. Nonno Giovanni ebbe l'intuizione di piantare i primi filari, dando vita a una produzione che per decenni è stata destinata alla vendita di uva e vino sfuso ad altre cantine del territorio. Accanto a questa attività, una piccola quota veniva imbottigliata per i privati della zona, creando un legame fiduciario immediato con la comunità locale.

Un percorso consolidato poi da papà Adriano, che ampliò la superficie a dieci ettari mantenendo il focus principale sullo sfuso. La vera rivoluzione culturale, però, avviene nel 2010. È in questo momento che entra in azienda Giovanni Dindo, terza generazione della famiglia. "Da appassionato di terra e vino, ho pensato che sarebbe stato bello avere un marchio mio e mostrare la mia idea di vino, che spero sia originale, sempre rispettando la vocazione delle uve e del territorio ma soprattutto omogenea dal vigneto al calice", racconta Giovanni.
Una svolta che ha richiesto coraggio: se nel 2011 la produzione era di sole 6.000 bottiglie, oggi l'azienda ne firma circa 50.000, con una gamma di otto referenze in tutto che spaziano dai classici della Valpolicella alla linea IGT Barisol: vino bianco fermo e spumantizzato, vino rosa fermo e spumantizzato. Vini rossi e vini bianchi tutti da uve a bacca nera con corvina, corvinone e rondinella di base; croatina solo nei rossi.
Oggi l'azienda è a conduzione familiare, con Giovanni che segue tutte le fasi produttive, dal vigneto alla vinificazione, e sua moglie Sara responsabile dell'amministrazione e dell'area commerciale. A corredo ulivi le cui olive vengono conferite ad un frantoio e dalle quali ricavano mille bottiglie di olio extravergine e arnie per il miele.
Il "credo" di Giovanni Dindo si riassume in un concetto: rispetto per la tipicità delle uve dal vigneto al calice. Per farlo, ha intrapreso una strada agronomica rigorosa, fatta di estirpi e nuovi impianti con cloni selezionati per ottenere meno uva ma più concentrazione. "Su ogni vigna cerchiamo 5-6 kg di uva, circa la metà di quanto mediamente si usa", spiega il produttore. Il segreto della qualità Dindo risiede nella maturazione polifenolica. Anche Giovanni aspetta che la polpa sia trasparente e il seme marrone, eliminando ogni residuo di "verde". Questo permette di ottenere un tannino vellutato, un antiossidante naturale maturo che garantisce eleganza e bevibilità. "Un vino non deve stancare e deve sapere di frutta matura", ribadisce, sottolineando come questa scelta sia stata ripagata dai risultati riconosciuti anche dall'ortodossia del padre Adriano.

In cantina, la tecnologia accompagna il frutto: fermentini con pale pneumatiche schiacciano delicatamente il cappello per mantenere il contatto con le bucce, mentre l'affinamento viene deciso anno dopo anno, assecondando le caratteristiche dell'annata tra botti grandi, tonneaux e barrique e qualche passaggio in cemento.
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