
Ci sono voluti i dazi di Trump per arrivare a siglare due accordi commerciali i cui negoziati erano partiti venti anni fa: quello tra Ue e Mercosur – momentaneamente “congelato” – e l’accordo Ue-India, appena concluso. Si tratta di due tappe fondamentali per la diversificazione dei mercati, diventata ormai cruciale per le imprese italiane, in un mondo sempre più incline a erigere barriere politiche e commerciali. Questa nuova opportunità apre scenari concreti per l’export agroalimentare europeo, in particolare per vino e olio d’oliva italiani.
Le esportazioni del Belpaese verso l’India hanno già raggiunto circa 142 milioni di euro nel 2024, con una crescita cumulata di oltre il 7% tra gennaio e novembre 2025, e i vini e l’olio rappresentano appena il 5% di queste esportazioni. Questi numeri mostrano quanto margine di crescita possa generare l’intesa commerciale per il beverage Made in Italy. Sorattutto considerato che, con l’accordo Ue-India, i dazi sui vini europei passeranno dall’attuale 150% al 75% all’entrata in vigore dell’accordo, riducendosi progressivamente fino al 20%, mentre quelli sull’olio d’oliva saranno azzerati entro cinque anni.
Come evidenziato da Nomisma, guardando l’intesa dal lato delle imprese italiane, le opportunità di crescita per vino e olio sono elevate, seppur da inserire in un orizzonte temporale di lungo periodo. L’India, pur essendo la nazione più popolosa al mondo insieme alla Cina, concentra la ricchezza in pochi individui: l’1% più ricco detiene circa il 40% della ricchezza nazionale. Esiste però una classe benestante in espansione – composta da professionisti e imprenditori con redditi superiori ai 40mila euro annui, oggi oltre 60 milioni e destinata a raddoppiare nei prossimi anni – che rappresenta il target ideale per i prodotti food & beverage Made in Italy.
“Spazi di crescita concreti, che però occorre saper conquistare e soprattutto coltivare alla luce del fatto che, soprattutto per vino e olio d’oliva, si tratta di prodotti i cui consumi si stanno muovendo parallelamente alla crescita economica e reddituale della popolazione locale e, quindi, ai cambiamenti negli stili di vita – spiega Denis Pantini, responsabile agroalimentare di Nomisma - Basti infatti pensare che attualmente i consumi di vino non vanno oltre i 250 mila ettolitri (in Italia ne consumiamo 90 volte tanto) e le importazioni coprono meno di un terzo di tale quantitativo”.
L’import agroalimentare indiano, pari a oltre 33 miliardi di euro, resta dominato da grandi produttori di commodity come Brasile, Argentina e Stati Uniti, principalmente per oli vegetali, frutta e legumi. L’accordo UE-India offre dunque prospettive concrete per rafforzare la presenza dei vini e degli oli italiani, mentre altri segmenti del food – tra cui pasta, formaggi e derivati del pomodoro – rimangono secondari, pur con margini di sviluppo interessanti.
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