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Franc Lizêr: quando l’identità non sta nel grado alcolico

di Antonio Cimmino | 28 Gennaio 2026

Dalla retorica del gusto alle scelte agronomiche, il progetto di LEA Winery interamente dedicato ai dealcolati dimostra che questa tipologia può essere coerente, territoriale e gastronomica, se affrontata con metodo e visione.

Nel brano Miao degli Zen Circus c’è una frase che, più di altre, fotografa un modo di ragionare diffuso anche nel mondo del vino: la “retorica del giusto”. È quella che non ammette repliche, che stabilisce cosa è legittimo e cosa no, cosa è vero e cosa, per definizione, sbagliato. Trasportata nel linguaggio enologico, questa retorica ha deciso da tempo che il vino senza alcol sia un controsenso: se manca l’alcol, manca il gusto; se manca il gusto, manca l’identità.

È una posizione comoda, ma poco utile. Perché, nella retorica del gusto, invece, si rischia di non cogliere un punto essenziale: l’identità non risiede nell’alcol, ma nelle scelte che lo precedono.

DEALCOLATO NON SIGNIFICA SURROGATO

Il vino dealcolato non è un surrogato né un mosto aromatizzato: è vino a tutti gli effetti. Viene fermentato, vinificato, affinato e solo in un secondo momento sottoposto a un processo di rimozione dell’alcol tramite tecniche specifiche. È qui che si gioca la vera partita della qualità.

Processi invasivi, uve mediocri o scelte opportunistiche generano prodotti neutri, dolciastri, privi di anima. Processi gentili, uve sane e mature, precisione agronomica ed enologica restituiscono invece vini coerenti, leggibili, gastronomici.

LEA WINERY: UNA ROTTURA CONSAPEVOLE

Da questi assiomi nasce LEA Winery, un progetto che “non affonda le classiche radici” in una tradizione vitivinicola ereditata, ma è frutto di una rottura netta. Lucio Spadotto arriva all’enologia dopo quarant’anni nell’industria manifatturiera, durante i quali ha costruito da zero un gruppo internazionale nel settore della plastica, con siti produttivi in Europa e Nord America e centinaia di dipendenti. Quando nel 2016 esce dall’azienda, potrebbe continuare su quella strada. Invece sceglie di fermarsi, osservare e, soprattutto, ascoltare i figli: Alessandro vuole lavorare la terra, Eleonora lascia la finanza londinese. Insieme a Lorena, sua moglie, la decisione è condivisa. “Da quel momento si volta pagina – ricorda spesso Lucio Spadotto – e si riparte davvero da zero”.

LEA è l’acronimo dei nomi della famiglia, ma anche la dichiarazione di un progetto corale, costruito senza eredità enoiche e senza preconcetti.

Eleonora, Alessandro, Lucio e Lorena Spadotto

UN LUOGO CHE PARLA DI METODO. NEL DEALCOLATO NON SI PUÒ SBAGLIARE

La tenuta di San Vito al Tagliamento, in Friuli, ruota attorno a un borgo settecentesco fondato da Jacopo Linussio, imprenditore ante litteram. È un luogo che racconta industria agricola prima ancora che romanticismo rurale, e non è un dettaglio secondario. Qui LEA Winery imposta un progetto che integra agricoltura, controllo di processo e visione di lungo periodo. I 105 ettari vitati sono condotti in biologico, con un lavoro di rigenerazione dei suoli, rese contenute, micro-parcellizzazione e un’attenzione maniacale alla sanità delle uve.

Non si tratta di una dichiarazione ideologica, ma di una necessità tecnica. Nel vino dealcolato non esiste la possibilità di “coprire” nulla: la rimozione dell’alcol amplifica ogni errore, ogni squilibrio, ogni approssimazione. Qui non c’è spazio per quella che gli Zen Circus chiamano una “stupidissima anarchia”. Servono disciplina, metodo, controllo. Serve uva perfetta, fermentazioni complete, struttura naturale. Solo dopo, eventualmente, si può togliere l’alcol.

scorcio del borgo settecentesco in località Casabianca, frazione di San Vito al Tagliamento, restaurato dalla famiglia Spadotto e sede di LEA Winery.

FRANC LIZÊR: IL PROGETTO, PRIMA DEL MERCATO

Franc Lizêr, il brand di LEA Winery interamente dedicato ai vini dealcolati, nasce da questa consapevolezza. Non come risposta modaiola, ma come progetto studiato a lungo. Prima del debutto commerciale, la famiglia Spadotto dedica oltre un anno all’analisi di modelli produttivi e mercati in Francia, Germania e Nord Europa, dove il vino dealcolato è già una categoria strutturata.

La scelta è netta: se questo segmento deve crescere, deve farlo dentro il mondo del vino, non ai margini e non come bevanda aromatizzata. Il nome, in friulano, significa “libero e leggero” e racconta bene l’obiettivo: offrire un’esperienza conviviale che non rinunci al linguaggio del vino, alla riconoscibilità e al legame territoriale. I Franc Lizêr sono vini fermentati e affinati come vini tradizionali, poi sottoposti a un processo di dealcolazione selettiva, sempre più orientato verso tecnologie a membrane a circuito chiuso, per ridurre l’impatto sull’acqua e preservare struttura e profilo aromatico.

Anche la scelta dei vitigni segue una logica funzionale. Accanto a glera e chardonnay compaiono varietà PIWI come merlot khorus, non per inseguire una narrazione di sostenibilità, ma per praticarla concretamente: meno trattamenti, uso dell’ozono in vigna, drastica riduzione del rame sull’acino, selezione mirata dei lieviti e gestione delle fecce fini.

Sono tutti passaggi pensati per garantire maggiore costanza qualitativa e per ottenere vini in grado di reggere meglio la sottrazione dell’alcol. Una viticoltura che guarda avanti senza rinnegare territorio e identità.

UN CONSUMO CHE È GIÀ CAMBIATO

Mentre una parte del mondo del vino continua “aspettando – per citare ancora una volta Miao, il brano degli Zen Circus – che cambi il mondo attraverso l’oblò”, LEA Winery osserva da vicino un consumo che è già mutato. I dati parlano chiaro, soprattutto tra le generazioni più giovani: meno alcol, più attenzione, la stessa richiesta di qualità.

Il vino dealcolato non sostituisce quello alcolico. Occupa un altro spazio, risponde a un altro bisogno, a un altro gesto sociale. È un’altra lingua, non una traduzione mal riuscita.

IL CALICE COME PROVA FINALE

Nel calice, questa filosofia diventa leggibile in forme diverse. Lo spumante Blanc de Blancs a base glera gioca sulla verticalità e sulla tensione acida, con un profilo essenziale e immediato. La versione Opale Blanc de Blancs, da chardonnay in purezza, aggiunge profondità e cremosità, con una trama gastronomica sorprendente per coerenza varietale. Lo spumante Rosé, con una quota di merlot khorus, guadagna vibrazione e rotondità, mentre Opale Rosé alza ulteriormente l’asticella in termini di definizione e ampiezza gustativa. Chiude il cerchio Opale Rosato, fermo, 100% merlot khorus: un vino asciutto, misurato, che dimostra come anche i PIWI, se gestiti con precisione, possano affrontare la sfida della dealcolazione senza l’aiuto della bollicina. Qui l’identità non si perde: viene costruita, scelta dopo scelta.

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