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A Modigliana la geografia silenziosa dei Ronchi di Castelluccio

di Antonio Cimmino | 12 Gennaio 2026

Dalla visione di Gian Vittorio Baldi al recupero dei fratelli Rametta. A Modigliana, sull’Appennino tosco-romagnolo, un mosaico di parcelle racconta da più di cinquant’anni la storia di un luogo che ha anticipato il concetto di cru in Romagna.

A Modigliana, sull’Appennino tosco-romagnolo, il vino ha imparato presto a parlare il linguaggio dei luoghi. Ronchi di Castelluccio nasce nel 1974 da un’idea inedita e alquanto impensabile per la Romagna di allora: vinificare per parcelle, attribuire identità autonome a piccoli vigneti strappati al bosco, riconoscere al sangiovese una voce territoriale complessa e degna di ascolto. A immaginarlo fu Gian Vittorio Baldi, regista e produttore cinematografico, che dopo un viaggio in Francia tornò a Modigliana con una convinzione netta: anche qui il vino poteva essere un progetto culturale, oltre che agricolo.

Baldi non era un vignaiolo, e forse proprio per questo la sua visione enologica era libera da pregiudizi e condizionamenti. L’incontro decisivo con l’agronomo Remigio Bordini e l’enologo Vittorio Fiore diede forma uno dei primi esperimenti di zonazione in Italia. Bordini, allora direttore dell’Istituto Sperimentale di Tebano, lavorava su selezioni massali di sangiovese poco produttive e per questo scartate dai programmi ufficiali: materiale che trovò a Castelluccio un luogo ideale di espressione. I vigneti vennero impiantati tra i 300 e i 440 metri di altitudine, con esposizioni prevalentemente a est e nord-est, in netta controtendenza rispetto alle scelte dell’epoca. Nacquero così i ronchi: cru ricavati dal bosco, immersi in una biodiversità dominante, vinificati separatamente quando il concetto stesso di single vineyard era ancora estraneo al lessico vitivinicolo italiano.

MODIGLIANA TRA APPENNINO, SANGIOVESE E SCELTE CONTROCORRENTE

Il contesto pedoclimatico contribuisce in modo determinante all’identità dei vini. I vigneti si collocano lungo il margine appenninico della Vena del Gesso Romagnola – oggi riconosciuta patrimonio UNESCO – su suoli complessi, dove l’arenaria convive con marne e componenti calcaree. Altitudine, forti escursioni termiche e una presenza dominante del bosco – fino a sei ettari per ogni ettaro vitato – incidono su maturazioni lente e profili aromatici definiti, imprimendo ai vini una salinità riconoscibile. È in questo quadro che il sangiovese di Modigliana assume tratti distintivi rispetto ad altre aree: maggiore tensione acida, un profilo più luminoso, tannini meno espansivi e una lettura più verticale del frutto.

Il sangiovese, del resto, è un vitigno capace di mutare senza perdere riconoscibilità. Dalle colline di Montepulciano al Chianti, da Montalcino alla Maremma, fino al Piceno passando per l’Umbria, cambiano cloni, altitudini, suoli e interpretazioni, ma resta una struttura di base capace di assorbire il contesto. In Romagna, e in particolare a Modigliana, la varietà tende a esprimersi in modo diretto, con una componente aromatica più trasparente e una relazione stretta tra freschezza e salinità. Accanto al sangiovese, fin dalle origini, Ronchi di Castelluccio ha puntato sul sauvignon blanc, introdotto nel 1974 per ragioni agronomiche: alle quote e con le esposizioni scelte, varietà come trebbiano e albana non garantivano maturazioni regolari. Completa il quadro un piccolo vigneto di cabernet sauvignon, anch’esso storico, oggi vinificato in purezza.

DAL 2020: RECUPERO, ASCOLTO DEL VIGNETO E RITORNO ALL’IDENTITÀ ORIGINARIA

Dopo una prima fase storica e una successiva gestione – negli anni Novanta – più orientata a stili diversi, nel luglio 2020 l’azienda viene acquisita da Aldo e Paolo Rametta. In realtà, l’intervento dei due fratelli era iniziato prima: già nel 2019 avevano avviato un lavoro di recupero dei vigneti, compromessi da anni di manutenzione discontinua, con l’obiettivo di arrivare preparati alla vendemmia 2020. Un debutto avvenuto in pieno periodo pandemico, che ha imposto tempi lenti e scelte ponderate, rivelandosi un’occasione preziosa per osservare e reimpostare il lavoro senza forzature.

I Rametta, nati a New Orleans e cresciuti tra Stati Uniti e Svizzera, come Gian Vittorio Baldi provengono da esperienze imprenditoriali estranee al mondo del vino. Solo nel 2016 diventano vignaioli con Poggio della Dogana; a Modigliana scelgono di ripartire dai presupposti originari del progetto: recupero integrale dei ronchi storici, nessun espianto, ripristino delle forme di allevamento e utilizzo degli ecotipi individuati da Remigio Bordini. La gestione agronomica ed enologica è affidata a Francesco Bordini, che su questi ronchi ci è praticamente cresciuto e ne conosce in modo diretto il patrimonio genetico e territoriale, anche grazie agli appunti del padre Remigio, custoditi ancora oggi come una mappa preziosa. Così, ogni ronco è tornato a essere vinificato separatamente, con rese contenute e una lettura rigorosa del vigneto.

i fratelli Paolo e Aldo Rametta, proprietari di Ronchi di Castelluccio

NEL CALICE: IDENTITÀ DI PARCELLA E COERENZA STILISTICA

Il ritorno ai ronchi, nel calice, si traduce in vini che non cercano effetti speciali. Il Ronco del Re Sauvignon Blanc 2022 mostra un profilo maturo e stratificato, in cui frutta gialla, erbe aromatiche e una trama sapida si intrecciano con una bocca profonda e tesa. I tre sangiovese di Modigliana 2020 raccontano sfumature diverse dello stesso crinale: Ronco dei Ciliegi gioca su immediatezza e precisione, con un frutto nitido e un tannino gentile; Ronco della Simia è più scuro e compatto, con una materia densa che chiede tempo; Ronco Casone privilegia sottigliezza e verticalità, lasciando emergere una freschezza salina che allunga il sorso. Il Poggiolo 2020, cabernet sauvignon d’altura, guarda a nord anche nello stile: speziato, misurato, lontano da ogni lettura muscolare. A ricordare la profondità del tempo, il Ronco dei Ciliegi 2000 conferma la capacità di questi vini di attraversare i decenni senza perdere coerenza, restituendo oggi note balsamiche, frutta secca e una sorprendente energia sapida.

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