
'Dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno', anche in questa fine d'anno VinoNews24 vi guiderà attraverso un viaggio alla scoperta di alcune delle etichette italiane e internazionali che più hanno colpito gli autori che firmano le degustazioni per la testata.
Non per forza le migliori, bensì quelle che più delle altre sono rimaste impresse nella nostra memoria al termine di un 2025 fatto di viaggi e calici condivisi, alla ricerca del Sacro Graal, enoico in questo caso. Un modo per salutare l'anno che verrà, fatto di grandi nomi e piccole realtà, di conferme e piacevoli scoperte, tutte all'insegna della convivialità e dello stare insieme, nostro auspicio per tutti voi.
Ad Maiora 2026.
Una spiegazione in forma liquida della tanto ambita bevibilità di un vino. Un approccio semplice, informale, dove lunghe linee acide si arricchiscono di frutta carnosa e croccante, per una sorso saporito che invoglia all'eccesso. Quanto è buona la Barbera!

Un vino nel pieno della sua maturità, che fin dal primo sorso si libera della paura di essere troppo, grazie a una frutta vivida e speziature misurate e (pertanto) convincenti. Il sorso è capace di stratificare sapori e piaceri, mantenendo il giusto ordine degli addendi. Da bere e ribere, preferibilmente in compagnia.

Chi l’ha detto che tra i vini francesi se ne debba sempre scegliere uno da lungo affinamento? E chi l’ha detto che un rosso non venga voglia di berlo a garganella? Da uve in prevalenza grenache, vendemmiate un po’ in anticipo nel cuore del Languedoc-Roussillon, la Cuvée Garance porta nel calice un rosso leggero e scanzonato, dal profumo di fragole e peonia. Acidità, sorso scorrevole, prezzo contenuto e poche smancerie. Perfetto con la pizza, con un roastbeef servito freddo, o con una carne salada alla veneta.

Il Nesos di Antonio Arrighi è uno di quei vini che nel 2025 mi hanno ricordato perché questo lavoro sa ancora stupire. C’è la caparbietà di Arrighi - iron man dentro e fuori dalla vigna - e un’idea che sembra folle finché non la assaggi: grappoli di Ansonica immersi in mare per cinque giorni. Il sale fa il suo lavoro, protegge, conserva, accompagna, come accadeva 2.500 anni fa nel vino di Chio. Poi il sole dell’Elba, l’anfora, il tempo. Nel bicchiere il mare si sente davvero, tra note iodate e frutta gialla matura. Il sorso è pieno, lungo, sapido, mai forzato. Non è un vino da spiegare troppo. È un vino da ricordare.

Il Saurì di Maciot è la sorpresa che non ti aspetti tra i rossi di Cocconato: un sauvignon macerato che brilla di un ambra vivo. Sa di albicocca secca e di un’esoticità selvatica, con quella mineralità dritta che solo certe colline sanno regalare. Paolo Macchia lo guida con il rigore biodinamico di chi vede la terra come un ciclo perfetto, tra formaggi, vigne e vita di corte. È un vino concreto, agile ma di sostanza, capace di reggere tanto la tavola quanto i pensieri. Un sorso vibrante che, proprio come il borgo di Cocconato, guarda il mondo dall'alto con eleganza e discrezione.

Il gewürztraminer è un vino che vive la benedizione del tempo e che in Alsazia trova una culla privilegiata. Nel calice emergono sentori di dolcezza, mango, zafferano, miele e canditi. Al palato mostra dolcezza modulata dalla freschezza, con una pregevole sapidità che allunga il finale.

Dici Oltrepò Pavese, leggi Pinot Nero, vitigno ammiraglio non solo di questa zona al confine tra il Piemonte, la Liguria e l’Emilia-Romagna, ma anche di questa realtà relativamente giovane che lavora unendo visione prospettiva e rigoroso approccio scientifico per creare vini capaci di raccontare pienamente le (tante) sfumature del territorio. Tra i nostri migliori assaggi, il Metodo Classico “Centodieci” Nature da pinot nero in purezza, affinato almeno 36 mesi sui lieviti, è un vino di grande personalità. Di colore paglierino brillante, ha perlage persistente e bouquet ricco di note agrumate che si alternano a sentori di frutta secca e pasticceria. Elegante e complesso, ha gusto deciso e una mineralità vivace che ritrova la parte agrumata, per poi chiudersi con un finale lungo e persistente. Perfetto per aprire, accompagnare e chiudere ogni pasto.

Sono 15 ettari di vigneti, quasi tutti a Erbaluce, il vero tesoro di questa cantina di San Giorgio Canavese, nata nel 1985 come piccola casa spumantiera e oggi tra le realtà più rappresentative della zona. Un percorso di famiglia iniziato nel 1985 con Remo Falconieri, “garagista” ante litteram che ancora si incontra in azienda accompagnato dalla figlia Lia, carico di un bagaglio di aneddoti ed esperienze che si potrebbero ascoltare per ore. Accanto agli spumanti, è stato il loro “Alladium” a rapirci il cuore. Un passito di Erbaluce che rappresenta in tutto e per tutto la storia di Cieck. Affinato almeno cinque anni in piccole botti di rovere, nel calice fa mostra di sé con un colore ambra brillante e un profumo opulento che richiama le albicocche disidratate, la vaniglia e il caramello, con sottili sfumature boisé. In bocca è morbido e vellutato, con una vena acida che ingentilisce il sorso anticipando un finale profumatissimo e ammandorlato. Elegante e mai stucchevole, come ogni passito dovrebbe essere.

Cote de Beaune, Borgogna. Nel piccolissimo villaggio di Puligny il nome di François Carillon suona più che famigliare, e il motivo si fa presto a capirlo. Nella regione dei grandi Chardonnay, la famiglia Carillon si dedica alla valorizzazione di questo vitigno dal 1600 e François, sedicesima generazione con i quattro figli già impegnati in azienda, dal 2010 lo fa a marchio proprio, forte di vigneti di prestigio inseriti nella AOC Puligny- Montrachet, Chassagne-Montrachet e Saint-Aubin. Il “Champs Gains” può considerarsi la sua punta di diamante; è uno dei 17 climats Premier Cru di PM, il cui prestigio è cresciuto molto grazie al talento delle nuove generazioni. Giallo paglierino intenso, ha naso fitto di note di agrumi maturi, fiori e frutta a polpa gialla. Intenso e vibrante, conquista con la sua concentrazione e con un’intensità minerale che attraversa il sorso, chiudendo con un finale lungo e persistente. Uno chardonnay che unisce finezza e carattere, con un potenziale evolutivo davvero interessante.

Notte di Galileo è un vino che ci convince per ciò che rappresenta, prima ancora che per il suo profilo organolettico. È prodotto dalla cantina sociale del territorio, una realtà che svolge una funzione essenziale: garantisce una giusta remunerazione a piccoli viticoltori, molti dei quali custodiscono pochi filari sui pendii, e contribuisce in modo concreto alla tutela del paesaggio, evitando l’abbandono dei vigneti e l’erosione dei suoli. Il tutto all’interno di una Riserva della Biosfera MAB, patrimonio UNESCO, contesto raro e di grande valore. Nel calice è un rosso profondo e contemporaneo, ottenuto da merlot e cabernet sauvignon coltivati su suoli vulcanici e calcarei. Il bouquet è ampio e definito: marasca e ciliegia matura, alloro, anice, fico, cenni di frutta secca e una speziatura fine da legno ben integrato. Il sorso è ricco e lungo, con tannini precisi, freschezza viva e una costante sapidità di matrice vulcanica che ne accompagna la progressione. Ci piace perché nei Colli Euganei i vitigni bordolesi sono diventati parte del linguaggio quotidiano e dell’identità locale: qui si dice merlòt e càbernet, con le “t” ben scandite, come fossero uve nate da sempre su queste colline. E ci piace perché tutti i vini della denominazione Colli Euganei sono veri “salva-euro”, soprattutto al ristorante: grande qualità, forte identità territoriale e un rapporto valore-prezzo che pochi territori oggi riescono ancora a offrire.

Il Montalupa di Ascheri è un esempio affascinante di come le Langhe possano diventare un habitat ideale anche per varietà “straniere” come il syrah, senza perdere identità e territorialità. Nato da un vigneto sperimentale, il cru Montalupa a Bra, piantato nel 1993 su sabbie del Roero, questo vino dimostra come un vitigno potenzialmente scorbutico possa trovare finezza ed eleganza grazie al microclima e ai terreni unici della zona. Nel calice colpisce per il rosso intenso con riflessi violacei, bouquet ampio e persistente: piccoli frutti rossi e neri, fiori selvatici, eucalipto, liquirizia e un tocco di incenso. Al palato è ricco e armonico, con tannini dolci, struttura elegante e lunga persistenza, un equilibrio tra potenza e finezza che pochi syrah in purezza riescono a esprimere. Ci piace perché Montalupa è più di un syrah: è la testimonianza di una sperimentazione piemontese riuscita, che valorizza il territorio e la sabbia del Roero, esprimendo un vino riconoscibile, di grande classe, capace di invecchiare con grazia e allo stesso tempo raccontare il coraggio e la libertà di Matteo Ascheri di innovare senza tradire l’identità locale.

“Il Bianco di Berat”, città dalle mille finestre e patrimonio Unesco, è una scelta che va oltre la degustazione: è un racconto liquido di identità e di amicizia mediterranea. Ci piace perché parla una lingua che anche l’Italia comprende da secoli. Italia e Albania condividono lo stesso mare e una storia intrecciata, testimoniata ancora oggi dall’arbëreshë, lingua albanese d’Italia tutelata come minoranza storica, viva nei borghi del Sud dove i cartelli stradali sono bilingui. È un bianco che nasce dalla riscoperta del puls, antico vitigno autoctono albanese a bacca bianca, coltivato nei vigneti collinari di Malinat (350–400 m slm), in un contesto pedoclimatico unico tra il monte Tomorr e l’influenza dell’Adriatico. Un puls in purezza che nel calice restituisce tutta la nobiltà della varietà autoctona salvata dall’oblio – da Pashko Çobo e dai suoi figli Muharrem e Petrit, che oggi guidano la cantina – e dal profilo aromatico ben preciso: profumi raffinati di agrumi gialli, fiori bianchi e macchia mediterranea, erbe officinali e note di santolino. Il sorso è teso, salmastro e minerale, sostenuto da una struttura sorprendente per un bianco, con una chiusura agrumata lunga e avvolgente. È un vino che unisce le sponde dell’Adriatico, capace di trasformare la memoria in futuro e di ricordarci perché certi legami, come certi vini, sono destinati a durare.

Esiste ancora un lato profondamente contadino in Langa e, se siete stufi di cascine diventate resort, vi consigliamo decisamente una visita ai fratelli Grasso che dall’inizio del ‘900 coltivano nebbiolo. Con i cugini di Ca’ del Baio, hanno il monopolio del Vallegrande, uno dei migliori cru di Treiso, che vinificano in modo semplice e tradizionale. E vendono a un prezzo che per un barbaresco nel 2025 non può che essere definito ridicolo, perché in Langa esiste ancora un lato profondamente contadino.

Se invece vi piace il lato glamour della Langa con relais e un ristorante di classe, allora bisogna spostarsi a La Morra dove Serena e Giovanna Bagnasco hanno la loro Agricola Brandini. Vista meravigliosa sulle montagne e ottimo cibo dello chef Luca Zecchin accompagnano una produzione di Barolo che da La Morra arriva fino a Serralunga e comprende quindi grandi cru come Annunziata e un meraviglioso Cerretta. Dalle vigne sui terreni sabbiosi attorno all’azienda viene prodotto il Resa 56, che è un po’ il loro manifesto, con tanta sostanza (e grappolo) e beva profonda.

Thomas Niedermayr è a capo della tenuta Hof Gandberg ad Appiano, e ha ereditato dal padre Rudi una visione pionieristica: quella di coltivare in biologico già dagli anni ’80 e di puntare sui vitigni PIWI, resistenti e in grado di esprimere il territorio tenendo lontano la chimica. Inoltre Rudi è stato il primo a piantare vigne di solaris in Italia. Oggi l’azienda è un piccolo ecosistema, immerso nel microclima fresco del Gandberg, dove biodiversità e interventi minimi sono alla base di tutta la produzione. Da questa filosofia nasce anche il Solaris macerato, uno dei vini più identitari di Niedermayr: fermentazione spontanea, contatto prolungato con le bucce e nessun intervento superfluo.
Giallo paglierino luminoso con delicate sfumature di buccia di cipolla. Al naso note intense e complesse di frutta gialla come pesca, albicocca, papaya e frutta secca, chiusura speziata e minerale. Il sorso è materico e pieno, fresco, torna l’essenza minerale. Equilibrato e persistente, vino con una bella personalità ma fresco e vivace.

Pojer & Sandri è una piccola realtà familiare di Faedo, in Trentino, dove Mario Pojer e Fiorentino Sandri hanno costruito negli anni un modello di viticoltura capace di unire precisione tecnica e rispetto profondo per il territorio. La loro filosofia si basa su interventi misurati, fermentazioni spontanee ove possibile e un lavoro in vigna con la regola dell’equilibrio e biodiversità. In questo ambiente nasce Faye, blend di chardonnay e pinot bianco, un vino che porta il nome della località e che rappresenta la loro idea di autenticità: un bianco con struttura, freschezza e complessità aromatica, risultato di una vinificazione attenta e non invasiva. Fermenta e invecchia in piccoli fusti di rovere per circa 6 mesi a contatto del proprio lievito, poi affina in inox e bottiglia per un paio d’anni.
Veste il calice con un bel giallo paglierino carico con riflessi verdognoli. Profumi complessi che ricordano fiori bianchi, fieno, muschio, vaniglia, mandorle, nocciole e finale di pietra focaia. Al gusto è secco e di struttura importante, sapido nel finale, persistente e molto piacevole e equilibrato.

Inniskin è a Niagara-on-the-Lake presso la storica tenuta Bae Brun sulla penisola del Niagara e dal 1984 produce icewine ormai famosi, con il vitigno più tipico in Ontario per l'ice wine, il Vidal Blanc, un magico sogno canadese per queste fredde festività per tuffarsi in un effluvio di color oro, pesca, mango e arancia, poi albicocca e agrumi con chiodi di garofano e un tocco di vaniglia. Assaggiarlo è il modo migliore per un brindisi al nuovo anno con in bocca il sapore voluttuoso di caramello e canditi.

Siore e siori fatevi avanti, siamo di fronte a un vino che tra poco potrebbe non trovarsi più. Nelle migliori enoteche d'Italia si racconta infatti che Italo e Marisa (ossia Italo Anselma e Marisa Pirra, che gestiscono Cascina Carrà dall'86) abbiano deciso di non vinificare più. Lo hanno fatto con passione per anni, ma adesso basta. Da ora in poi conferiranno le uve. E quindi pochi potranno gustare prodotti come il Tita. Una pura espressione di territorio che tra naso, corpo e struttura permette un tuffo nelle Langhe. Intensità ed eleganza nel bicchiere. Con un sapore diverso, perché ogni assaggio potrebbe essere l'ultimo.

Leonia Frescobaldi, ispirata nelle scelte innovative, impiantò i vitigni francesi a Pomino, vinificandoli nella prima cantina italiana a gravità e ricevendo la medaglia d’oro all’Expo di Parigi nel 1878. Questo elegante Brut ha un perlage fine, profumi di arancia e crosta di pane, un sorso che solletica tra ricordi di mela cotogna, pepe bianco e una chiusura asciutta e minerale.

Ma poi non volete delle bolle per le feste? Certo che le volete. E per una volta non facciamo i patriottici, visto che è Capodanno ci regaliamo uno champagne. Tra gli assaggi più interessanti del 2025 (parlando di un rapporto qualità/prezzo assolutamente abbordabile) c'è l'Epopee di Bonvalet: un bel mix tra chardonnay, pinot nero e pinot meunier. E auguri a tutti!

Aperta per il pranzo di Natale dopo anni di riposo nella mia cantina. Dietro questa bottiglia si nasconde una storia scabrosa che non racconterò neanche sotto tortura, ma se mi chiamate a casa vostra e mi offrite qualcosa di interessante – a livello enoico, che avevate capito, birbanti! – potrei cantare come un fringuello. Avevo seri dubbi sulla tenuta nel tempo di questo Pinot nero, che invece si è rivelato magicamente fresco a più di nove anni dalla vendemmia. Il primo calice l’ho degustato al termine di una splendida pasta al forno, il secondo ha accompagnato l’agnello di mia suocera ed è stato il pairing perfetto. Elegante, una carezza al palato, gentile, mai soverchiante. Fortuna vuole che in famiglia si beva pochissimo, così ce lo siamo goduti praticamente in due, mia moglie ed io, con tanti ringraziamenti ad Hans Terzer che lo ha “firmato” per la cantina di San Michele Appiano.

Quel rosso rubino nel calice diventa accattivante quando si svela al naso con note ematiche e profumi di karkadè, ginepro e pepe. Il sorso è davvero sapido, tra ginepro e ciliegie essiccate, con finale pepato. E quei tannini eleganti avvolgono e coinvolgono, per una bevuta tra amici che sostiene un bel progetto di solidarietà e recupero dei vigneti terrazzati della Valtellina.

Certo, se giochi la carta Krug vinci facile, e se poi abbini la 171.ma edizione della Grande Cuvée con due piatti da urlo di Massimo Spigaroli, il primo dei quali è il suo culatello Gran Riserva delle grandi occasioni, diciamo che non c’è proprio partita. Per chi non lo sapesse, la Grande Cuvée è il vino con cui Joseph Krug cercò di sfidare il limite dell’annata, superando il concetto di millesimato per creare il miglior champagne possibile assemblando i migliori vini di diverse annate. Nel caso di questa edizione, le diverse annate sono dodici (dal 2000 al 2015) e i vini assemblati sono 131. Bevuto in ottima compagnia, tra persone felici di essere insieme in una serata così importante. Per la cronaca, con Spigaroli in cucina quella sera c’era un promettente e giovane chef di nome Enrico Bartolini: chissà se un giorno conquisterà una stella...

I vini che lo splendido artigianato di Asja Rigato riesce a ottenere da un territorio strano qual è la pianura alluvionale della bassa Padovana stupiscono per l’inattesa finezza. Il Nero è una sintesi di vitigni ostici da rendere eleganti – il raboso e il merlot – che pure diventano flessuosi di freschezza e tannino garbato. In equilibrio tra frutto carnoso e asciuttezza vegetale, è un vino che finisce subito e lascia la voglia di un altro calice – magari da assaggiare chiacchierando con Asja in cantina o facendo merenda all’ombra di un albero con “Someday” dei The Stokes (la playlist è della giovane vignaiola).

Un vino appena nato, eppure già capace di una profondità difficile da trovare a queste latitudini. Si percepisce l'influsso di un terreno vocato e pressoché vergine, dell'altitudine, ma anche del cemento che accoglie la fermentazione e il vino subito prima della bottiglia. Rubino vivace nel calice, porta al naso una bella commistione di energie tra frutto rosso croccante, pepe, liquirizia, note erbacee di artemisia, corteccia fresca. Il sorso è compatto, dotato di vivacità nel frutto e grande sapidità, un'acidità pronunciata eppure già inelegantita dalla trama composta dei tannini, un centro-bocca assertivo e un finale leggermente amaricante. La grande finezza che attira al calice - e fa presagire una preziosa longevità - non toglie la vocazione gastronomica a questo vino che stupisce e ammalia.

Una cuvée di riesling, pinot grigio, müller thurgau e neuburský, tutte varietà che trovano in Moravia una vocazione alla leggerezza. Vinificate separatamente, maturano insieme in botti di acacia e rovere. Imbottigliato senza filtrazione, è un vino orgogliosamente “naturale” – d’altra parte Jaroslav Osička è uno dei padri del vino contemporaneo in Repubblica Ceca, proclamando di non voler "produrre" vino, ma piuttosto aiutarlo nella sua generazione.
Dal riesling viene la nitidezza, dal pinot grigio il frutto, da müller thurgau e neuburský la spontaneità. Profumi delicati e sorso slanciato, con l’eleganza di una materia che è allo stesso tempo essenziale e polposa, nel calice questa rapsodia indugia e affascina.

Sheep è un vino che affonda le radici in un vitigno raro e sorprendente: Coda di Pecora, uva antica e identitaria, capace di esprimere un carattere fuori dalle mode e dai canoni contemporanei. Il profilo aromatico è originale e intrigante, con richiami di erbe di campo, fiori bianchi, agrumi maturi e una vena salina che ne definisce l’impronta territoriale. Al palato è vivo, scorrevole ma profondo, attraversato da una freschezza naturale e da una sapidità che ne amplifica la tensione gustativa. Un bianco di personalità e autenticità, che racconta un’uva quasi dimenticata con voce nitida e moderna, lasciando una sensazione di energia e verità che conquista sorso dopo sorso.

Il Pepato di Fontezoppa entra in scena con energia e sicurezza: un rosso che cattura l’attenzione al primo sorso, vibrante e sorprendente, capace di fondere freschezza e carattere con naturale armonia. Il bouquet è un piccolo spettacolo aromatico: frutti rossi intensi e brillanti, spezie scure e un guizzo di pepe che scintilla tra le note, invitando a scoprire ogni dettaglio. Al palato è succoso, scorrevole e vivace, attraversato da tannini vivi ma levigati che ne modulano il ritmo con eleganza. Diretto e sincero, ma pieno di sfumature inaspettate, lascia un finale lungo, saporito e avvolgente, che chiama spontaneamente un altro sorso, trasformando ogni assaggio in un piccolo rito da gustare lentamente e con piacere.

C’è una grazia artigiana, quasi confidenziale, in questo Champagne che conquista senza mai cercare l’applauso. La bollicina è finissima, composta, e accompagna un profilo aromatico cesellato su agrumi maturi, fiori secchi e una traccia gessosa che ne firma l’identità. Il sorso è teso e vibrante, più slancio che forza, con una freschezza viva ma perfettamente integrata nella materia. Seduce per precisione e naturalezza, lasciando una scia salina lunga e nitida, di quelle che restano nella memoria più che nel bicchiere.

Fragolina, sotto bosco leggero, melograno, timo... e una freschezza scattante nel sorso scorrevole, sostenuto da un tannino appena astringente. Un vino bello e giocoso, da bere rinfrescato e a secchiate.

Tra i territori vinicoli francesi, quello del Languedoc-Roussillon è sconfinato, ma proprio grazie alla sua grande varietà di terroir, vitigni, produttori e idee, ultimamente riesce a tirar fuori dal cilindro piccole meraviglie, che vent’anni fa non sarebbero probabilmente state possibili. La Luce è una di quelle, prodotta da grenache esposta a nord, ai piedi dei Pirenei - in “Jajakistan”, come Edouard Laffitte definisce il suo domaine, alla fine del mondo. Aromi di ciliegia fresca, basamicità velata e pepe verde. Sorso carnoso e scattante, da bere e ribere.

Un vino che nasce con il piglio dei grandi, in grado di scavare a fondo nelle dimensioni vegetali che il cabernet sauvignon sa regalare. La sua misura è precisa, il suo sorso è lineare, sostenuto da un nerbo che lo allunga, in bocca e nel tempo. Potreste dimenticarvelo in cantina, ma, fossimo in voi, non lo perderemmo di vista.

Un vino che dà soddisfazione, al palato e alla mente. Succoso e succulento, eppure agile nel sorso. In bocca mostra frutta a bacca scura e note vegetali, sorrette da una spalla acida che dà slancio alla beva. Non mostra pesantezze e quelle sfumature smoky tutte etnee vibrano al palato come sonorità festive. Da aprire con amici veri.

Ogni tanto occorre tenere d’occhio quello che succede a casa propria. E succede che su quella porzione di Appennino. Un naso di frutta scura, mora di gelso, ribes nero, poi sottobosco, aghi di pino e una folata di pepe. Il sorso non è acidità tagliente, ma distensione, equilibrio tra freschezza e una materia consistente e fruttata. Niente sovrastrutture da affinamento, tutta piacevolezza.

Tre Ripe sta per “tre versanti”, quelli da cui provengono le uve con cui viene prodotto questo vino, separati da due vallate, con suoli e altitudini differenti, dall’argilla mista a calcare all’arenaria con argilla con e infiltrazioni di creta, fino alla pura arenaria. Nel calice il Tre Ripe ha riflessi dorati, al naso i profumi sono dolci con note fruttate di pesca gialla e mela golden matura, ma anche ricordi di frutta esotica, come passion fruit e passiflora. Completano il bouquet, note delicate di salvia ed erbe aromatiche. In bocca l’ingresso è morbido, ma dotato di una grande freschezza che avvolge il palato con ricordi citrini. Subito dopo arriva la sapidità, assieme a una sensazione calda che chiude il sorso con note di mandorla amara.

Presente quando metti il naso su uno Chablis e ci trovi quella sensazione di burro vanigliato e doghe di legno ammorbidite dal tempo? Ecco, scordatevela. Il Bel-Air et Clardy di Alice e Olivier De Moor è una sorsata di sale e acidità agrumata, bilanciate da una struttura polposa, grassa al punto giusto. Materia incandescente in cui il legno è un mezzo, non un fine.

Vigna del Parroco è molto più della selezione di punta del ruchè di Castagnole Monferrato: è il riferimento storico e simbolico dell’intera denominazione. Nasce dal vigneto piantato nel 1964 da Don Giacomo Cauda, il parroco che per primo credette nel ruchè e ne intuì le potenzialità, vinificandolo in purezza quando era ancora un vitigno marginale. Oggi quelle viti hanno sessant’anni e rappresentano un patrimonio genetico unico, la matrice da cui discende l’identità stessa del Ruchè di Castagnole Monferrato. Nel calice si presenta rubino luminoso con riflessi porpora. Il profilo aromatico è nitido e profondo: rosa e violetta aprono a note di marasca, ciliegia e spezie fini, con un delicato accento balsamico. Il sorso è caldo, equilibrato, di buon corpo, con tannini misurati e una struttura che richiama i grandi rossi piemontesi, mantenendo però la tipica eleganza aromatica del vitigno. Ci piace perché questo vino racconta una storia collettiva: quella di un vigneto che è diventato cru, di un’uva salvata dall’oblio e oggi bandiera di un territorio. La Vigna del Parroco non rappresenta solo Luca Ferraris, che dal 2016 ne è diventato “il custode”, ma idealmente tutti i produttori della DOCG, incarnando il piccolo miracolo enologico del ruchè e il futuro consapevole di una denominazione identitaria.

Un rosato ottenuto da callet in purezza, che celebra le Damas de Palma con le loro tradizionali gonne, realizzate in tessuti colorati e decorate con ricami, pizzi e altri dettagli che riflettono la ricchezza culturale e l'eleganza della loro terra. Il colore rosa pallido si ottiene attraverso un breve periodo di macerazione delle uve nel torchio. Il mosto ottenuto dalla pressatura soffice fermenta in vasche di acciaio a temperatura controllata. Il vino risultante affina in acciaio sulle fecce per sei mesi con frequente bâtonnage.
Colore rosa pallido nel calice, profumi delicati di fiori rosacei appassiti, fragoline di bosco, pot-pourri, sentori minerali e salmastri. Al palato è potentemente sapido e minerale, lievemente ammandorlato, con note di albicocca. Nella freschezza, l’alcol è percepibile con l’allungarsi del sorso.

ULTIME
NOTIZIE
è DISPONIBILE L'APP DI VINONEWS24.
SCARICALA ORA PER ACCEDERE AI NOSTRI CONTENUTI DAL TUO SMARTPHONE!
Puoi scegliere di impedire a questo sito web di aggregare e analizzare le azioni che intraprendi qui. Ciò proteggerà la tua privacy, ma impedirà al proprietario di imparare dalle tue azioni e di creare un'esperienza migliore per te e per gli altri utenti.