
Ottomila anni di storia del vino, da Noè ubriaco sull'Ararat al Rinascimento di Caterina de' Medici, passando per l'Epopea di Gilgamesh e Dioniso. Francesco Sorelli, comunicatore e oggi direttore del Consorzio Chianti Rufina, con il libro "La Molecola della Civiltà – il viaggio del vino fra storia, mito e bellezza" (Davide Falletta editore) incrocia mitologia, storia dell'arte, filosofia ed enografia per raccontare come il vino abbia accompagnato e plasmato la cultura umana.
Il libro parte da un punto preciso: l'umanità produceva vino già prima di imparare a scrivere. E il fulcro narrativo è l'Epopea di Gilgamesh, il primo romanzo dell'umanità inciso in caratteri cuneiformi 4000 anni fa in Mesopotamia, nel quale si dice che la felicità umana non sta nell'eternità ma nella capacità di sentire "la carezza di un figlio, di poter bere del buon vino con la moglie, di provare sentimenti, di costruire bellezza, prima che l'attimo fugga".
Il libro non è un racconto in positivo. Sorelli dedica ampio spazio alla doppia anima del vino, che in quanto bevanda alcolica è potenzialmente distruttiva, soprattutto se consumata nell'eccesso e in solitaria.
L'opera, con prefazione di Attilio Scienza (genetista della vite e tra i maggiori esperti mondiali di viticoltura), si costruisce attraverso "lacerti di poesia, capolavori dell'arte, consigli di lettura", evitando volutamente i canoni della trattazione storico-letteraria tradizionale. Un approccio che Sorelli – in questa intervista a Vinonews24 - definisce necessario in questo periodo per il settore del vino, "che molti hanno definito una tempesta perfetta”.

Sorelli, il libro si apre in modo inaspettato, accostando l'epopea di Gilgamesh alla parola magica di Mary Poppins, 'supercalifragilistichespiralidoso'. Come si legano la ricerca dell'immortalità del primo “romanzo” dell'umanità e la delicata bellezza di una canzone per bambini alla storia del vino?
“Abituarsi all’idea di educare all’aggraziata bellezza, questo il significato sotteso a questa meravigliosa parola, che appena la si scrive ci fa già sognare. Personalmente, è per me una sorta di preghiera laica a cui credo molto. Non l’ho detto io, ma la bellezza può davvero salvare il mondo. E tanti, tantissimi episodi nella storia del vino, anche recenti – penso alle tavolate che i miei nonni contadini imbandivano, col fiasco di vino al centro – siano questo. Aggraziata bellezza che incontra la bontà, piacere dello stare insieme, consuetudini d’amore, di affetti e di sapori. Il vino è questo”.
Lei definisce il vino “La Molecola della Civiltà”. E questo suggerisce come il vino non sia solo una bevanda, ma un legante chimico ed emotivo della storia umana. In che modo questo liquido ha agito da collante tra epoche e popoli diversi, dai Sumeri a oggi?
“Sono 8000 anni che l’uomo – e la donna – bevono vino insieme. L’umanità non sapeva ancora scrivere e già pigiava l’uva con l’intento di creare una bevanda magica che allietasse i dolori della vita, che permettesse di percepire il sacro e il mistero che giace sotto il velo della quotidianità. Pensate: il primo romanzo dell’umanità, L’Epopea di Gilgamesh, inciso in caratteri cuneiformi in Mesopotamia, è la storia di un eroe disperato per la morte del migliore amico che compie un viaggio nell’aldilà per cercare l’immortalità e viene ammonito dalla splendida dea Sidduri che la sua (e nostra!) felicità non sta nell’immortalità – noi, ci piaccia o meno, siamo mortali - ma grazie a questo limite, grazie alla nostra finitezza – abbiamo il potere di sentire la carezza di un figlio, di poter bere del buon vino con la moglie, di provare sentimenti, di costruire bellezza, prima che l’attimo fugga, prima che Ade e Persefone ci chiamino a loro. Un messaggio potentissimo, costruito attorno al vino, a cui ho cercato di avvassallarmi scrivendo questo libro, e a cui io stesso mi sono aggrappato, in momenti non facili della mia vita. E che credo possa aiutarci anche per trovare la bussola in questo periodo storico per il settore, che molti hanno definito una tempesta perfetta: del resto tutto era cominciato con un diluvio universale, con Noè che pianta la vite e si ubriaca dal vino ricavato sulle pendici dell’Ararat”.
E come legge la perdita di molecole enoiche nel contemporaneo? Siamo alla perdita di civiltà?
“Questa è una domanda a cui non riesco a rispondere. Io sono un umanista di vocazione, e come tale tendo a vedere le cose in positivo. È evidente che l’umanità, a cui credo molto, non stia attraverso una stagione aurea, in molte aree del mondo e non di rado anche da noi. Ma le cause vanno ben oltre il calo dei consumi di vino, purtroppo”.
L'attuale momento storico del vino viene descritto come una “tempesta perfetta” o un nuovo diluvio universale: cambiamenti climatici, demonizzazione salutista, calo dei consumi. Quali sono le analogie con le crisi del passato, come la fillossera o il proibizionismo, e cosa ci insegnano?
“La storia è ciclica, ci sono corsi e ricorsi, come dice Vico. Il libro si apre, come visto, col grande equivoco di Noè: l’illusione che le vite e il vino siano rinascita, illusione spezzata dal giogo dell'ubriacatura e della sua umiliazione nuda ai figli. Eppure, con la forza evocativa di questa illusione, nel nostro viaggio indietro di 8000 anni, ci siamo rialzati, prima in ginocchio poi con schiena dritta abbiamo sognato, vezzeggiato la filosofia, fatto arte, abbiamo vissuto, abbiamo avuto il coraggio di uscire dallo statico pensiero nichilista, ci siamo fatti società, poi civiltà, abbiamo amato, riso, folleggiato, creato. Il vino accompagna l’uomo nel suo accidentato percorso evolutivo, sia negli inciampi, tanti e violenti subiti, sia nelle meravigliose forme aggregative e di civiltà createsi attorno al calice. E, come l’umanità, si è sempre saputo rialzare, ridefinirsi, cambiarsi, evolvere. Il vino è liquido anche in questa sua capacità di trasformarsi, senza mai tradirsi, senza mai rinunciare alla sua identità. Lo farà anche stavolta, anche ora che il vino è inerme a terra davanti al suo futuro.

Lo farà quando torneremo a gustare il vino senza eccessi e sguaiature, per gioire del piacere dello stare insieme, di piccole poesie del momento condiviso, per vezzeggiare un po’ il nostro benessere psicologico e sociale. Ecco, io credo che allora il vino uscirà dall’ombra di questi mesi per essere di nuovo la luminosa molecola della civiltà del titolo, quel vettore di bellezza gustosa di cui, sono certo, l’umanità non possa fare a meno”.
Quella rinascita prevista a partire dal 2026 è solo uno slancio di speranza o ci sono evidenze nel panorama socio-culturale?
“Gramsci diceva che al pessimismo del pensiero preferiva l’ottimismo dell’azione e sono molto fiducioso che il 2026 possa davvero essere l’anno della ripartenza. Non ho ricette precostituite o metodi, ma qualche punto, nei venti anni e più di esperienza col mondo del vino, e di un innamoramento che non cessa di una virgola, vorrei provare a metterlo giù. Del resto non posso parlare solo di auspici, Noè, Etruschi e sogni, passerei per un affabulatore e poco altro. Qualche azione concreta mi sono permesso di suggerirla, fra le righe dell’opera.
Da comunicatore sono particolarmente coinvolto e sto cercando di prendere in seria considerazione l’ipotesi di un cambio di paradigma nel linguaggio del vino.
Il vino, nella sua profonda identità, dovrebbe, secondo me, riappropriarsi di quella leggerezza che proponeva Italo Calvino nelle sue “Lezioni Americane”, e quella semplicità che si auspicava Bruno Munari (perché “complicare è facile”), le quali il mondo - del vino e non solo - ha purtroppo un po’ smarrito negli ultimi anni.
Vedere il vino trasfigurato in posizionamenti astrusi e codici inintelligibili, il luxury, il design, non credo faccia bene all’anima più autentica del nostro nettare, e neanche alle sue vendite: il vino non dovrebbe essere aspirazione, ma un segno autentico e incarnabile da chiunque di piacere dello stare insieme, di bellezza gustosa, lontano dai formalismi, dalle apparenze e da rituali tronfi e francamente ridicoli in cui è spesso ingagglioffato. Il vino ha sempre tante cose da dire, storie universali, identità territoriali, percorsi personali, e non ha bisogno di essere appesantito, di avvalersi di sovrastrutture che non gli appartengono, proprie di altri prodotti che non hanno storia né anima e devono inventarsela”.
Come si riguadagna autenticità?
“Uno dei momenti in cui è più forte e autentica la connessione, è l’accoglienza in fattoria o in cantina da parte del produttore. È ciò che oggi viene chiamato enoturismo, o turismo dell’esperienza enologica. Una leva forte per le fattorie, sia di costruzione del percepito dell’ecosistema vino, del proprio brand, della Doc che producono, sia di vendite dirette ad alta marginalità, ma anche per l’appassionato, per l’enoturista, capace davvero di esperire, di vivere, di capire, provare tutte le emozioni che il vino, gli affetti, la bellezza del luogo, i profumi e gli odori, sanno evocare.
Il cenno sull’enoturismo mi permette anche una ulteriore riflessione sulla responsabilità del vino, di chi lo produce, in vigna e in cantina, di chi lo commercializza e promuove, nei confronti dell’ambiente, della natura. Si è sempre molto giocato sul ruolo virtuoso che le aziende vinicole hanno avuto nel definire il paesaggio attraverso una sorta di “design del territorio”, soprattutto in regioni e denominazioni ad alta attitudine turistica come la Toscana. Questo è in parte vero e in parte no. O talvolta una facciata, una cartolina un po’ finta, che nasconde altre verità. Una azienda vinicola che produce un prodotto millenario, ha un ruolo nel perpetrare questa identità anche attraverso il rispetto di pratiche produttive e distributive sostenibili e rispettose, affiancando, alla legittima e sacrosanta logica del business, una visione responsabile, uno scopo più alto. D’altra parte, i nuovi consumatori ci insegnano che ormai non scelgono più un prodotto, un bene o un servizio, figuriamoci una esperienza sensoriale e di autoindulgenza come il vino, solo sulla base della qualità dello stesso. Conta ormai sapere e percepire come si muove la mamma del prodotto, l’azienda. Il suo scopo, la sua missione. Nel caso del vino, tutto ciò è ancora più diretto: si dovrebbero preferire in vigna conduzioni agronomiche che riducono o minimizzano l’utilizzo di farmaci chimici, anche attraverso pratiche di viticoltura sostenibile. In cantina si dovrebbero gestire e ottimizzare al massimo le risorse elettriche e idriche, e imbottigliare preferendo bottiglie quanto più possibili leggere: per risparmi sul conto economico e per un rispetto dell’ambiente. Immaginate un’azienda che produce trenta milioni di bottiglie l’anno. Se decidesse di alleggerire ciascuna bottiglia di appena cinque grammi — un soffio, verrebbe da dire — risparmierebbe ogni anno un peso di trasporto equivalente a 150 tonnellate.
Ci sono poi i nuovi gusti, le tendenze, che per un mondo tradizionalista possono sembrare delle blasfemie, ma spesso si dimentica che il vino cambia alla velocità della luce, e che una volta era davvero un’altra cosa - speziato, resinoso, miscelato col miele -, e solo 50/70 anni fa altrettanto. Oggi piacciono vini più leggeri, eredi dell’acquarello, ci sono i vini naturali, ci sono i macerati, i rimessi in anfora, i low alcohol e i no alcohol, gli orange, gli ancestrali, i biodinamici. Questi vini non tolgono, ma aggiungono alla ricchezza del mondo del vino, possano aiutare a riconquistare i giovani, e si affiancheranno sempre ai grandi pilastri enologici dei rossi e dei bianchi, senza cannibalizzarne quote di vendita. Quindi, benvenuti nuovi stili di vino”.
Il vino è davvero la prima “tecnologia sociale” della storia?
“Secondo me sì, però preciserei un attimo. La definirei la prima virtuosa interazione fra uomo e natura che poi si è progressivamente avvalsa, e talvolta ha anche guidato, dei progressi tecnologici e scientifici. Del resto l’uva lasciata in pianta diventa aceto, va in acescenza. Senza la mano, guidata dal cuore e dalla testa di chi fa vino, non avremmo niente. È l’uomo che fa il vino, e per me questo è un fondamentale punto di partenza, spesso trascurato”.

Nel libro traspare una profonda ammirazione per gli Etruschi, descritti come un popolo che “sfida la morte vivendo” e che ha insegnato all'Italia l'arte del godersi la vita. È un’iperbole o è davvero così? Perché quell’approccio al convivio era così rivoluzionario rispetto al panorama degli antichi?
“Beh, sono di parte perché toscano. Gli Etruschi li ho sempre un po’ citati perché davvero sono stato un unicum nell’antichità, un unicum costruito non tanto sulla viticultura, o sulla filosofia del vino, o sulla sacralità del vino, o sulla colonizzazione attraverso il vino, faccio per citare i Romani, o la Grecia Classica, o l’antico Egitto, o le civiltà mesopotamiche. Ma la grandezza degli Etruschi non stava soltanto nella loro già evolutissima scienza agronomica e nella capacità di vinificazione, o nell’enorme merito di essere stati i primi ad aver introdotto la vite e il vino in Toscana e in molte altre regioni d’Italia.
Risiedeva soprattutto nel sistema edonistico ed epicureo che seppero costruire attorno al vino: il simposio etrusco è una delle più squisite e carezzevoli affermazioni di vivere di gusto, di momenti di felicità che coinvolgono tutti i sensi, senza precedenti né eguali nell’antichità, e che, io ne sono sicuro, in un certo senso caratterizza ancora oggi i geni degli Italiani.
Il vino costituiva un atto di sfida alla caducità dell’esistenza, a quei tempi confinata in cicli di vita davvero effimeri, di pochi decenni in media. Il tempo scorreva, impetuoso e inarrestabile, eppure, nel calice colmo di vino, nel gioco di sguardi e di parole, nella danza dell’eros e nella discettazione filosofica, si tentava di afferrarlo, di renderlo eterno.
Se la malinconia aggraziata, una certa indolenza lirica, caratterizzava il simposio greco, e se nel convivio romano emergono finalità civiche e politiche, la grande originalità del simposio etrusco sta nel suo essere una carezza gustosa di vita vissuta nel presente, nella bellezza dell’attimo condiviso, senza le para-strutture letterarie, psicologiche e filosofiche dei simposi ellenistici o gli interessi “lobbistici” e i tornaconti dei convivi romani”.
C'è un capitolo dedicato al fiasco toscano, che lei eleva da semplice contenitore a simbolo di design e identità culturale, capace di arrivare fino a New York o nel film “Lilli e il Vagabondo”. Cosa rappresenta oggi quell'oggetto impagliato che sta scomparendo? E in che modo l’abbandono del fiasco ha fatto crescere la consapevolezza nel vino italiano?
“La storia della struggente Toscana della civiltà contadina, dei muri a pietra e dei cipressi, del “non si butta via niente” e del pane sciocco, del tavolo di legno e del canto del fuoco, del desinare, dell’olio bono porta immediatamente con sé anche e soprattutto la splendida epopea del fiasco toscano, lo storico recipiente impagliato panciuto, usato e dipinto fin dal Medioevo e ancor più nel Rinascimento, e che nell’Ottocento verrà associato al vino Chianti, dando il là a un binomio indissolubile e di enorme valenza suggestiva ed emozionale per il made in Italy nel mondo, e soprattutto negli Stati Uniti: avete presente il bacio dello spaghetto con le meatballs fra i due cagnolini Lilly e il Vagabondo da cosa è illuminato? Un bel fiasco toscano con una romantica candela sopra! Pensate, tra il 1876 e il 1915 sono oltre 14 milioni gli Italiani a lasciare il paese per cercare migliori condizioni di vita. Per molti di questi il vino era non soltanto un prodotto alimentare, ma un pezzo di identità: berlo nelle Little Italy di New York o nei quartieri italiani di Buenos Aires significa ritrovare un sapore di casa lontano da casa.
Pensate un po’: la presenza di paglia era assicurata da fiumi e laghi presenti in abbondanza in quelle zone. Il vetro veniva soffiato nelle numerose fornaci della zona. Infine, anzi, soprattutto, l’impagliatura del fiasco veniva effettuata dalle fiascaie, artigiane magistralmente specializzate nell’intreccio della paglia essiccata, che ritiravano al mattino fiaschi soffiati e paglia e la sera riconsegnavano le loro creazioni, ricevendo la diaria, la paga del giorno, e completando così la cosiddetta «gita»: ogni fiasco costituiva una vera e propria opera d’arte. I fiaschi impagliati venivano poi imbottigliati di vino nelle cantine - Ruffino, Spalletti, Melini e tante, tantissime altre - e caricati direttamente sui vagoni del treno a vapore e da lì portati in tutto il mondo, a New York, a Buenos Aires o a San Paolo. Il fiasco è amico generoso, confortevole e gustoso della patria lontana, compagno affettuoso delle feste degli emigrati, emblema della continuità culturale e del saper fare della civiltà contadina e degli italiani.

Aggiungerei anche che il fiasco garantiva anche un certo benessere, in anni tutt’altro che prosperosi dando spesso lavoro anche alle donne. E se è vero che nel 1903 le fiascaie organizzano a Empoli e Rufina quello che è considerato il primo sciopero al femminile in Italia, reclamando condizioni di lavoro migliore, è altrettanto vero che queste persone avevano comunque accesso a un lavoro, e in quei tempi non era così ovvio.
La storia del fiasco prosegue nel Novecento confermando il suo percorso poetico e identitario: grazie al boom turistico in Italia e in Toscana, a partire dagli anni del boom e della “dolce vita”, diventa icona internazionale, ritratto insieme a Marcello Mastroianni, Sofia Loren, Vittorio de Sica, raffigurato come emblema del popolo nelle opere di artisti come Renato Guttuso, oggetto aspirazionale di una vita dolce e semplice che gli italiani sanno scolpire con innata gustosa bravura da millenni”.
E poi il fiasco è scomparso?
“In effetti, come mai di fiaschi non se ne vede quasi più a giro? Cosa è successo? La risposta è complessa: a un certo punto il vino ha puntato allo status, all’ostentazione, e la bottiglia di vetro scura è indubbiamente il recipiente più idoneo, anche per una sosta di qualche anno, adagiata in orizzontale in cantina, prima della stappatura. Ma non è questa la sola causa. Vi è anche la verità storica di un prodotto che, per quanto bellissimo, è complesso da riprodurre e poco sostenibile per l’ambiente. Pensate ai suoi formati, ben poco responsabili (non di rado da 3 litri, o quello piccolo da 1,5 litri). O a quanta sala per fare paglia necessitava, con intrecci spesso doppi e tripli? Il vetro era grosso e spesso e veniva legato all’intreccio di paglia attraverso delle maglie di fil di ferro che si concludevano in un fondo, in un “sedere” prima di paglia e poi, con l’avvento dei materiali chimici, di plastica. La stessa (brutta!) plastica che sarebbe poi andata a sostituire la paglia. E gli stessi fiaschi finivano per essere relegati a bevute pantagrueliche in ambienti deteriori: un tramonto inevitabile.
Ma la leggenda del fiasco, il suo ruolo, anche come ispiratore di bellezza gustosa, di tavole imbandite col fiasco al centro, la sua forza affettiva e identitaria di un “made in Italy” prima ancora che lo si fosse definito, sono parte della storia del vino in Toscana e del mondo, e deve sempre essere tenuto vivo. I territori chiantigiani che si sono costruiti attraverso il fiasco non devono dimenticare, ne devono essere orgogliosi cantori, ne devono mantenere lo spirito guida, anche attraverso piccolissime produzioni che ne continuino l’eredità, nei loro storytelling, nelle loro ispirazioni creative per altri vini, nel rispetto presente del territorio. Perché anche così si onora una tradizione, si perpetra una identità: non nel canto fioco della polvere passatista ma in un presente che mostri di fare tesoro di quel che è stato. Perché il vino è e continuerà sempre a essere esattamente quello che il fiasco ci ha mostrato poter essere: bellezza, accoglienza, inclusività, affetto e toscanità di quella fatta davvero bene”.

Uno dei fili conduttori nel testo è la natura bivalente del vino, che danza tra l'apollineo e il dionisiaco, tra la misura e l'ebbrezza, citando figure come Noè, Lot e il demone Akratos. Perché è così importante raccontare anche il lato “oscuro” e distruttivo del vino, e non solo quello conviviale?
“È un aspetto fondamentale e mai troppo raccontato, perché proprio nel dualismo fra bevanda conviviale e bevanda di ebbrezza e solitudine sta la possibilità dell’uomo di fare delle scelte, di costruire la propria identità e il ruolo nella società.
Akratos significa demone del vino non miscelato. Non condiviso. Un messaggio potentissimo perché se il vino è bevuto per celebrare il piacere dello stare insieme diventa davvero una bevanda magica, capace di unire nel bello e nel buono. Ma il vino è anche e soprattutto una bevanda alcolica, e ci dobbiamo rapportare con grande maturità ed equilibrio al suo consumo. Non possiamo solo ed esclusivamente raccontare il vino in positivo. Io condanno certe letture catastrofiche sul bere vino. Ma condanno altrettanto e forse di più chi trascura totalmente il fatto che il vino possa fare male”.
Nel libro attraversiamo 8000 anni di storia: qual è stata la scoperta più sorprendente che l’ha emozionata durante la ricerca?
“Se noi beviamo vino nelle dinamiche che conosciamo – stappare una bottiglia che si è conservata da un viaggio o nel tempo – lo dobbiamo al Seicento e grazie soprattutto agli Olandesi che in quei decenni seppero non solo bonificare le paludi del Medoc, dando il là al mito di Bordeaux, ma introdussero il tappo di sughero, la bottiglia di vetro e lo zolfo, uno straordinario disinfettante e antiossidante in tutte le fasi della produzione del vino, dalla vigna alla cantina. In parallelo, oltre a commercializzare il tutto il mondo, attraverso l’arte fiamminga lasciano un contributo senza precedenti anche alla storia dell’arte. Prendete per esempio lo straordinario “Il bicchiere di vino” di Veermer: oltre a essere una opera d’arte incredibile è anche una pagina di storia dell’evoluzione di vino: la signora beve vino in un bicchiere di vetro, una cosa che ora ci sembra banale ma che rappresentava una rivoluzione epocale, una testimonianza artistica e culturale di quello che gli olandesi avevano appena fatto per il vino…”.
La storia del vino è spesso raccontata al maschile, ma lei dedica ampio spazio alle figure femminili: dalla dea Sidduri che consiglia Gilgamesh, alle donne etrusche che partecipavano ai banchetti alla pari degli uomini, fino a Caterina de' Medici e alle vedove dello Champagne. Qual è stato il ruolo della donna nell'evoluzione della civiltà del vino?
“Le civiltà che hanno mostrato approcci inclusivi, di rispetto di genere, in cui le donne avevano un ruolo attivo in società, nei commerci, in politica, che amavano truccarsi, vestirsi, prendersi cura di sé, sono quelle che più hanno contribuito alla storia dell’umanità: non tanto al progresso scientifico ma umanistico. Sto pensando alle donne fenicie, delle socialité ante litteram, e, con ancora più forza, alle donne etrusche. Entrambe sono state purtroppo eccezioni in epoche in cui la donna viveva quasi sempre ai margini e subordinata a strutture molto maschiliste e spesso violente”.
Se Sidduri fosse qui oggi, quale consiglio darebbe al winelover contemporaneo?
“Sidduri me la immagino molto saggia, con una voce decisa ma altrettanto dolce e anche decisamente affascinante. Credo che sarebbe un po’ preoccupata. Al winelover ricorderebbe esattamente quello che aveva sussurrato a Gilgamesh, e che a me echeggia ogni volta che per lavoro e per piacere sono con delle persone e una bottiglia di vino: gustalo, apprezzalo, costruiscici attorno civiltà, grazia, bellezza, mettilo al centro di momenti che contano per te e per chi è insieme a te, con dedizione, passione e altruismo. Sempre con leggerezza e spontaneità”.
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