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Il Valdobbiadene di Andreola come scelta radicale (senza Prosecco)

di Antonio Cimmino | 17 Dicembre 2025

Dalla cuvée Dirupo alle Rive più iconiche, la cantina di Col San Martino costruisce un racconto coerente e profondamente territoriale, in cui la glera cambia volto seguendo suoli, altitudini e microclimi delle colline storiche. E niente prosecco in etichetta!

“Io oggi non scrivo neanche in etichetta la parola prosecco perché per me è importante il territorio. È importante far capire alla gente che Valdobbiadene produce un vino diverso da quello che è il Prosecco DOC”. Non usa giri di parole Stefano Pola, proprietario di Andreola. Nelle sue frasi c’è una presa di posizione netta, che va ben oltre una scelta grafica o commerciale: è una dichiarazione di identità. Per Andreola, oggi, il baricentro non è un nome diventato universale, ma un luogo preciso, riconoscibile, delimitato da colline ripide e da una viticoltura che non concede scorciatoie.

LE COLLINE NEL PROPRIO DNA

“Siamo in collina – prosegue Stefano – con pendenze che vanno dal 30 al 70%, il che implica una lavorazione totalmente manuale. Qui siamo nella zona storica della glera, dove questa varietà ha trovato il suo habitat ideale”. Ed è proprio da questo territorio così caratteristico e variegato che nasce la collezione di vini dell’annata 2024 di Andreola. Cuvée storica e Rive si presentano come un ritratto puntuale del paesaggio e dei suoli: ogni bottiglia è il racconto di pendii, altitudini e microclimi che definiscono l’identità dei singoli cru. L’annata 2024 diventa così il filo conduttore per osservare la glera nelle sue molteplici sfumature – dall’eleganza vibrante delle zone più fresche alla pienezza delle esposizioni più calde –e per comprendere fino in fondo la filosofia dell’azienda: lasciare parlare il terroir, senza compromessi.

Stefano Pola, proprietario di Andreola

DALLE UVE CONFERITE AL MILIONE DI BOTTIGLIE ANNUE

Andreola nasce ufficialmente nel 1984, quando Nazzareno Pola decide di smettere di conferire le uve e di vinificare in proprio i vigneti di famiglia, ereditati dalla madre Orsola Andreola, il cui cognome diventerà il nome dell’azienda. È una scelta tutt’altro che scontata in un’area dove, per lungo tempo, la produzione è stata frammentata e spesso anonima. Nel 1987 arriva la spumantizzazione in autoclave e la chiusura della filiera in azienda. Da lì in avanti la crescita è costante, fino al passaggio generazionale del 2009, quando Stefano Pola assume la guida e l’azienda diventa semplicemente Andreola.

Oggi i numeri raccontano una realtà di peso nel panorama del Valdobbiadene Docg: circa 110 ettari di proprietà, quasi interamente in collina, suddivisi in oltre 250 parcelle, per una produzione che sfiora il milione di bottiglie e 13 milioni e mezzo di euro di fatturato (previsione 2025). Una dimensione che consente soprattutto una selezione rigorosa di ciò che viene imbottigliato con il nome Andreola. Le uve provenienti dalle poche parcelle in pianura, destinate al Prosecco DOC, vengono vinificate e cedute, ma non entrano nella gamma aziendale.

LE RIVE COME MAPPA DEL TERRITORIO

Il cuore del progetto è rappresentato dalle Rive, le menzioni che nella Docg identificano le espressioni più puntuali del territorio. In tutta la denominazione se ne contano 43; Andreola ne rivendica sette, un primato che racconta anni di studio e di osservazione. Qui le Rive non sono una categoria astratta, ma la somma di differenze tangibili: suoli, esposizioni, altitudini, età geologiche delle colline. A Valdobbiadene i terreni sono più giovani, a Conegliano più antichi e dolcemente erosi; ovunque riaffiora la storia di un antico fondale marino, sollevato e modellato dall’azione del ghiacciaio del Piave.

Accanto alle Rive, il vino che più di ogni altro identifica Andreola è Dirupo, la cuvée storica prodotta sin dalla prima annata. Non nasce da un singolo vigneto, ma da un assemblaggio ragionato di uve provenienti dal cuore della denominazione. Nel tempo è diventato un laboratorio di equilibrio, dove la scelta delle basi e del residuo zuccherino serve a preservare una piacevolezza immediata senza sacrificare profondità e carattere. La versione Brut, con un residuo contenuto, gioca su una sapidità sempre in primo piano, mai coperta dalla morbidezza.

LA GLERA INTERPRETATA DA ANDREOLA

Se Dirupo rappresenta la sintesi, le Rive raccontano le sfumature. Aldaina al Mas, a Guia, nasce da una vigna profonda e antica, frutto di uno smottamento che ha depositato metri di marna calcarea. È una delle zone più fresche della denominazione e nel calice si traduce in una tensione acida vibrante, con profumi floreali e agrumati che accompagnano un sorso affilato e preciso. A pochi chilometri, ma in condizioni completamente diverse, il 26° I° di Col San Martino – vigneto storico dell’azienda – mostra il volto più pieno e cremoso della glera. Qui l’altitudine, pendenze estreme e suoli di conglomerato calcareo danno vita a un Extra Brut di maggiore volume, dove la maturità del frutto bilancia la verticalità.

Ancora più netta è l’impronta di Marna del Bacio, a San Pietro di Barbozza: due ettari scarsi, pendenze vertiginose e affioramenti di Biancone imprimono al vino una salinità marcata, quasi tattile, esaltata dalla scelta di un dosaggio praticamente nullo. Spostandosi verso est, a Refrontolo, Col del Forno intercetta un clima più caldo e colline più dolci. Il Brut che ne nasce è probabilmente il più immediato della batteria: vellutato, ampio, con un frutto più riconoscibile e una chiusura sapida che invita al sorso successivo.

A Soligo, invece, Mas de Fer sale fino ai 500 metri e affonda le radici in suoli sottilissimi di conglomerato. Qui la glera si fa sottile, delicata, quasi eterea, e trova nel dosaggio Extra Dry il punto di equilibrio ideale per restituire un profilo fragrante e disteso, giocato su una frutta nitida e su una beva armoniosa. Chiude il percorso Vigna Ochera, a Rolle, dove i suoli limosi e argillosi generano vini più nervosi, che richiedono un residuo maggiore per trovare equilibrio. Il Dry esprime così una ricchezza aromatica più ampia, con note di frutta matura e un accenno di pasticceria, sostenute da una freschezza che evita ogni deriva stucchevole.

LA GLERA OLTRE GLI STEREOTIPI

In questa sequenza di calici, la glera dimostra una versatilità spesso sottovalutata: stessa varietà, stesso metodo, ma risultati profondamente diversi. Ed è proprio in questa capacità di raccontare il territorio, senza forzature e senza mediazioni, che emerge il senso più profondo del progetto Andreola.

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