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Alla ricerca della “natura” perduta. Intervista a Angiolino Maule

Alla ricerca della “natura” perduta. Intervista a Angiolino Maule

di Gian Omar Bison | 3 Ottobre 2025

Faccia a faccia con uno dei padri dei vini “naturali”, ancora oggi presidente di Vinnatur. Il racconto del suo percorso dalla sperimentazione alla ricerca senza tregua per restituire alla vigna e al vino una identità forte.

Spigoloso, severo, radicale. Angiolino Maule - storico vignaiolo naturale di Gambellara nel Vicentino - ha la fama del duro, tutto d’un pezzo, granitico e inflessibile. Un uomo per cui il grigio non esiste. Bianco o nero, luce o buio. Tuttavia, tanto è rigoroso nel lavoro e nel perseguimento degli obiettivi, quanto è aperto al gioco di squadra. Preferisce infatti la sinfonia agli assoli. E non solo nella musica, sua grande passione di suonatore di sassofono, ma anche nelle conquiste professionali raggiunte affinando tecniche di allevamento della vite e di vinificazione che vengono sempre e comunque messe a disposizione di tutti.

Perché Angiolino è innanzitutto un generoso, uno sgobbone che non si è mai tirato indietro davanti alle fatiche e ai rischi. E per quanto i suoi meriti lo abbiano elevato a una sorta di guru, di padre spirituale tra i vignaioli naturali, lui si schernisce sempre: “resto un contadino che ha imparato con caparbietà, cocciutaggine, errori e pianti. Ma ho ascoltato e imparato da tutti i più grandi e con qualcuno di questi ci ho pure lavorato e collaborato per anni. Comunque sia, in viticoltura è molto più quello che non sappiamo di quello che è stato scoperto”.

Angiolino Maule
Angiolino Maule (foto Lorenzo Rui)

La natura ci guarda e ci parla. Ma non parla a tutti. Parla a chi ha l’umiltà di ascoltare e la voglia di sperimentare. E il percorso tortuoso e impervio lungo il quale si è forgiato Angiolino ha un punto fermo: il rispetto della natura.

LE MANI IN PASTA

Angiolino ha superato da poco la soglia dei settant’anni, ma non parlategli di riposo. “Ho piena coscienza dei miei anni e anche dei miei acciacchi e sono certo che i miei figli stiano conducendo e continueranno a condurre l’azienda così come l’ho impostata io, migliorandola. Però, che non mi si venga a dire di mollare tutto. È la mia passione, il senso di una vita spesa tra i filari e finché ce la farò non voglio privarmene”.

Nato a Gambellara nel 1954, dopo la scuola dell’obbligo inizia a lavorare come operaio in una ditta di confezioni. Dopo il servizio militare, immagina di aprire un’azienda con Rosa Maria Padoan - all’epoca morosa e ora moglie, nonché sorella di Simone, tra i grandi della pizzeria italiana in quel de I Tigli a San Bonifacio (Vr). Angiolino e Rosa aprono insieme una pizzeria a Brognoligo di Monteforte D’Alpone (Vr) e gestiscono locali fino al 1989. Tra i clienti alcuni giganti della viticoltura del territorio come Anselmi, Pieropan e Pra.

i vigneti de La Biancara
i vigneti de La Biancara

Poi, la svolta. “Nel 1979 mi sono invaghito della possibilità di fare il viticoltore e ho iniziato ad acquistare i primi appezzamenti – ricorda Angiolino - Volevo ritirarmi da una vita frenetica e faticosa, per quanto remunerativa, nonostante il vino non mi avesse mai interessato, anzi. Sono figlio di Raffaele, un padre contadino e alcolizzato, risultato triste degli stenti e delle angherie subite durante la seconda guerra mondiale e dai quali non si è più ripreso. Era spesso ubriaco e mia madre ne soffriva, ma pure io e mio fratello soffrivamo. Siamo passati attraverso un’infanzia di degradazione e difficoltà. Ho odiato il vino, tanto che fino all’età di trentacinque anni non ne ho bevuta una goccia. Lo servivo nel locale, ma ero convinto fosse uno strumento di perdizione. Mio padre morì di cancro nel 1989 e così mia madre nel 1993, esperienze che mi hanno segnato e che mi hanno spronato alla ricerca della migliore salubrità possibile nell’ambiente e nei cibi”.

Nel frattempo Angiolino e Rosa arrivano a due pizzerie, la seconda con bar, biliardo e calcio balilla. Fanno le pizze assieme: a Rosa tocca l’impasto e ad Angiolino la stesura, la farcitura e la cottura. “Abbiano imparato da un bravissimo fornaio che ci ha insegnato a selezionare le farine, i lieviti e come impastare. Io e Rosa siamo una bella squadra e ancora oggi ci facciamo il pane in casa”.

DALLA PIZZA ALLA VIGNA

Nel 1989 l’attività viene ceduta a una dipendente e la coppia acquista una tenuta, con la convinzione di vinificare in quella che ancora oggi è La Biancara. Partiti con quattro ettari, oggi ne lavorano diciassette. “Abbiamo chiuso la pizzeria godendo di un’alta considerazione da parte della clientela e dei fornitori. Questi ultimi in particolare si giovavano di una mia radicata convinzione sui pagamenti: le forniture si saldano entro una settimana non a trenta, sessanta o novanta giorni. Facendo così tenevo per bene sotto controllo i conti e godevo della loro stima. Eravamo dei ricercatori di materie prime di qualità quando ancora quasi non se ne parlava e per questo molto esigenti. Ma devo ammettere che i venditori si facevano quasi tutti in quattro per accontentarci a qualsiasi ora del giorno, sabato e domenica compresi. Quella sulle modalità di pagamento è una filosofia che portiamo avanti ancora adesso e che consiglio a tutti i giovani imprenditori. E poi, in ogni caso, il passo si fa in ragione della gamba che si ha”.

La Biancara
La Biancara

TRA ASSAGGI E PIANTO

“Già quando avevamo i locali, io mi occupavo dei lavori più pesanti, dalle pulizie al trasporto di legna sotto il forno e dei fusti di birra a bancone. Appena finito scappavo a lavorare i vigneti, cosa che avevo imparato da mio padre che aveva due ettari di superficie vitata, le cui uve finivano alla cantina sociale. Nei vigneti ho iniziato a lavorare che avevo undici anni. Ricordo che con mio fratello Giuseppe conducevamo il carro col cavallo caricando e scaricando a mano l’estirpatore. Di fatto facevamo tutto noi, anche il sabato e la domenica, perché mio padre non lavorava”.

Il passaggio “serio” alla vitivinicoltura viene dunque immediato. Nel 1988 la prima vera vendemmia e le prime 6000 bottiglie di garganega etichettate Biancara. “Metà di queste erano destinate al commercio all’ingrosso e lì mi sono accorto di quanto sia difficile come tipologia di vendita, soprattutto per quanto riguarda il rispetto dei termini di pagamento, cosa per me sacrosanta. Ci si metteva d’accordo su un importo e sulle date di consegna e saldo, ma non venivano mai rispettate. A quel punto, in accordo con mia moglie, ho deciso di seguire tutto io dall’inizio alla fine, commercializzazione compresa. Mi sono messo a viaggiare come un forsennato, Francia e Germania comprese, tanto per imparare quanto per vendere. E mi sono fatto seguire da un enologo che mi guidava nei percorsi di vinificazione e affinamento che in definitiva finivano sempre allo stesso modo. Ricetta unica: qui aggiungi cinque grammi / litro di anidride solforosa, lì otto grammi, ecc. E a me ‘sta cosa non andava giù, al punto che anche per queste fasi di lavorazione ho deciso di fare da solo sulla base delle mie conoscenze e delle mie convinzioni. In quel periodo frequentavo l’enoteca vicentina Bere Alto, ben fornita e ben frequentata. Almeno una volta alla settimana passavo per degustare vini e bottiglie cercando di ampliare le mie conoscenze e affinare la mia capacità di valutazione organolettica. Gli appassionati che frequentavo trovavano profumi e sapori mirabolanti in vini che all’epoca facevano scuola. Eppure a me capitava di criticarli, di lamentare come i profumi non fossero espressione della varietà e del terroir ma forzature figlie, ad esempio, di lieviti selezionati appositamente per sviluppare aromi specifici in grado di interessare precise nicchie di mercato. Ricordo il dileggio, le insolenze subite, le arrabbiature perché io non so tacere. E ricordo i pianti da solo in auto quando tornavo a casa”.

LA LUCE DAL COLLIO

In una delle tante sere al Bere Alto, arriva l’illuminazione. “Decidiamo di bere una bottiglia di Josko Gravner e vado letteralmente fuori di testa. Ricordo che tornai a casa a mezzanotte circa ed ero talmente euforico che ho svegliato subito Rosa per raccontarglielo. Ci ho pensato continuamente per una settimana. Tornato all’enoteca decido di acquistare un’altra bottiglia di Gravner e di portarne un po' a casa per farlo assaggiare a mia moglie, che rimane entusiasta. Decisi allora di voler fare il vino allo stesso modo e che per questo dovevo assolutamente conoscere Josko. Andai a trovarlo in azienda e ci tornai in seguito tantissime volte, al punto che diventammo amici veri. Un’amicizia importante, profonda, che dura tutt’ora nonostante i nostri orizzonti produttivi si siano in parte divisi: io ancora convinto dell’opportunità di togliere al vino tutto quanto ci possa essere di aggiunto e per questo artefatto, lui che dopo tanti anni si è convinto che qualcosa per una corretta conservazione e maggiore salubrità del prodotto possa essere aggiunto. Ho molto rispetto per Josko e ancora di più per il percorso che ha intrapreso sull’affinamento in anfora e in vetro. In comune abbiamo la fortuna di operare su superfici straordinarie, che vogliamo entrambi risaltare al massimo delle potenzialità: la ponca nel Collio e i terreni vulcanici dove lavoro io”.

Lasciato l’enologo, Angiolino sceglie di seguire completamente e da solo il lavoro sia in vigna che in cantina, fino alla bottiglia. “Ho sbagliato tantissimo e buttato via una quantità enorme di vino – confessa - ma avevo la forza delle mie convinzioni e il supporto di una donna fantastica. Quando ho chiuso la pizzeria nel 1989 avevo trentacinque anni e 230 milioni di lire in banca. Dopo cinque anni per la mia ignoranza, per le mie sperimentazioni, tra tentativi ed errori, ero sotto di cento milioni. Eppure gli errori sono stati fondamentali per arrivare al risultato e avevo sempre una luce in fondo al tunnel che si chiamava Josko. E con lui un gruppo di sette otto produttori, tra i quali Radikon, con i quali ci si trovava periodicamente per condividere scoperte, esperienze: vinificazione senza lieviti selezionati, più giorni di macerazione sulle bucce e molto altro. Pure io arrivavo sempre con qualcosa di nuovo tra lo stupore generale. Nessuno, invece, era ancora mai arrivato a proporre un vino privo di solfiti aggiunti”.

vendemmia 2010 alla Biancara (foto Lorenzo Rui)

I VINI VERI E VINNATUR

Tra il 1996 e il 1997 Angiolino entra a pieno titolo a far parte di quel gruppo di friulani la cui filosofia produttiva non aveva ancora una definizione, un nome. Anni di grande impegno, di grandi corse e fatiche, sempre col supporto della famiglia. “Dopo l’uscita di Josko Granvner, il gruppo si sciolse – ricorda - ma io volevo andare avanti e per questo fondai l’associazione ViniVeri che più tardi divenne Vinnatur. In quel periodo mi accorsi che anche su questi aspetti alcuni produttori francesi erano già avanti, motivo per cui feci un corso di francese funzionale a dialogare con i produttori d’oltralpe. In un anno ho fatto undici viaggi in Francia, bruciando di fatto un’automobile. Volevo capire e imparare dai primi naturalisti francesi che erano molto più estremi di noi, soprattutto in vigna con l’inerbimento, le potature, l’approccio alla sanità delle viti e delle uve, le modalità e i tempi di vendemmia. Tutti aspetti che adesso sembrano la normalità per chi imbocca questa filosofia produttiva. Ma all’epoca, altro che pionieri... Io non mi ascrivo meriti se non quello di essere stato una buona miccia, ma sul fuoco dei vini naturali abbiamo soffiato in tanti”.

DAL GIAPPONE CON... PAZIENZA

Facciamo un passo indietro e torniamo al periodo dei meno 100 milioni in banca, i quattro ettari, i pianti dopo le degustazioni al Bere Alto. Come andavano le vendite? “Partecipavo al Vinitaly e vendevo il mio vino soprattutto in Veneto, e qualcosina in Germania. Puntavo alle 10mila bottiglie e ad un reddito di 150mila euro funzionale a mantenere bene la famiglia e far studiare i figli fino a quando avessero voluto. Ma non avrei mai pensato di innamorarmi a tal punto di questo lavoro da pentirmi di aver sprecato dodici anni della mia vita in pizzeria. La prima vera crescita nei numeri è iniziata nel 1996, dopo gli anni bui, quando già ero certificato biologico. Riuscivo a vivacchiare, ma nel 1997 arrivò a casa mia Hisato Ota - un giapponese col quale lavoro tutt’ora. Venne a trovarmi al momento giusto, una serata che avevo le balle particolarmente girate. Come tutti i commerciali anche lui arrivò munito di un depliant descrittivo di alcuni produttori della zona tra i quali figuravo pure io. Tuttavia, mi avevano messo assieme ad alcuni viticoltori industriali e la cosa mi dette parecchio fastidio. Non avevo alcuna voglia di essere parte di una carta vini giapponese insieme ad altri colleghi convenzionali - che pure rispetto, ma che lavorano diversamente da me. All’epoca ero certificato biologico ma non significava niente rispetto a tutto quanto mi qualificava veramente al confronto di tanti altri produttori: l’utilizzo di lieviti indigeni, le macerazioni prolungate sulle bucce, l’assenza di filtrazioni forzate e di solforosa aggiunta”.

degustazione di vini del gruppo Vinnatur
degustazione di vini del gruppo Vinnatur

Tornando al giapponese, “avevo le balle talmente girate che lo mandai via”, riferisce Maule. Eppure Hisato tornò dopo un mese e acquistò un buon quantitativo di bottiglie: 600 all’inizio e altre 1200 in un secondo tempo; da 1200 a 6000, fino alle 40mila di oggi, che è il 40% dell’intera produzione annuale. “In Giappone ci torno ogni tre anni e da 15 anni sono quasi una star con continue richieste di foto degli appassionati e di firma di autografi. In ogni caso, in quegli anni grazie al Giappone e a Hota i miei problemi di vendita vengono azzerati e questo mi diede grande forza e consapevolezza. Addirittura il giapponese mi spingeva a sperimentare, ad osare ancora di più. Da una parte avevo Franco Giacosa, che mi definiva bravo viticoltore e pessimo cantiniere, ma dall’altra il giapponese mi diceva di imbottigliare anche in presenza di livelli eccessivi di acidità volatile perché i clienti avrebbero apprezzato comunque anche e solo per capirne di più”.

LA LEZIONE ARGENTINA

Con Giacosa inizia un percorso di studio: dalle fermentazioni alcoliche a quelle batteriche fino allo sviluppo della feccia arrivando ad applicare gli studi di Denis Dobourdieu, ricercatore geniale dell’università di Bordeaux e amico di Giacosa stesso.
Nel frattempo Angiolino diventa sempre più un punto di riferimento, quasi un maestro. “Nel 2019 ero in vacanza in Argentina nella zona sud dove mi hanno chiesto di tenere un convegno. Ho parlato per due ore. Lì ho conosciuto due ragazze e un ragazzo italo-argentini che mi chiesero se potessi passare alla loro azienda. Ci andai, sconsigliato da un professorone arrogante che mi disse che sarei andato ad assaggiare aceto, ignorando che questo mi invogliava ancora di più. Era vero sulla qualità del vino e il motivo stava sulla debolezza dei lieviti, che ad un certo punto della fermentazione alcolica non reggevano l’aggressività e la forza dei batteri. Gli spiegai il modello che abbiamo standardizzato: pulizia estrema, ossigeno, aria insufflata attraverso i travasi o con un compressore d’aria con filtri super raffinati per moltiplicare la biomassa fino alla fine della fermentazione. Beh, quando mi scrissero dopo la vendemmia seguente che avevano portato a casa un vino di qualità senza lieviti selezionati, senza solforosa aggiunta, io ero felice come una pasqua”.

il suolo nei vigneti de La Biancara
il suolo nei vigneti de La Biancara

IL NUOVO CORSO DEI VINI “NATURALI”

L’incontro con Giacosa si colloca intorno al 2000. L’enologo era diventato direttore dell’azienda Zonin e in quella veste iniziò a girare le cantine del vicentino, Biancara compresa, rimanendo incuriosito dalla longevità dei vini di casa Maule. “Da quel momento è nata un’amicizia talmente schietta e sincera che era solito dirmi tutto quello che pensava – ricorda Angiolino – e ‘sta cosa mi faceva incazzare di brutto, anche perché vendevo già i miei vini in Giappone ad un prezzo doppio degli altri vini di Gambellara. Eppure, aveva ragione lui, perché il più delle volte finiva che mi affidavo al caso. Quante volte, finito il lavoro e travasato il vino in botte da buon biodinamico chiedevo alla botte di fare la sua parte. Ma vino naturale e biodinamica non sono la stessa cosa e mi ci è voluto tanto tempo per capirlo. In particolare ho dovuto accumulare tanta conoscenza e tanta esperienza e applicarmi con grandissimo impegno, fino a capire che il vero segreto era introdurre e governare tutti gli accorgimenti necessari a prevenire le patologie e le deviazioni possibili che potevano capitare sia in vigna che in cantina. Nel 2011 Giacosa andò in pensione e venne a trovarmi prima della vendemmia per una chiacchierata. In quel momento nacque un’interlocuzione, protratta nel tempo, che mi ha portato enormi benefici: grazie ai suoi consigli ho affinato per bene tutte le attività di cantina”.
L’impegno in Vinnatur era già iniziato da tempo, ma stimolato da Giacosa l’associazione avvia una collaborazione con l’Università di Verona per studiare 52 microvinificazioni all’anno. “Capimmo, tra le altre cose, che se si lavora con lieviti forti i batteri non trovano spazio per guastare la massa vinicola – spiega Maule - al punto di aggredire gli zuccheri e trasformarli anziché in alcol e anidride carbonica, in acidità volatile, in aceto. Abbiamo scoperto tante altre cose e spero che ci diano, come Vinnatur, il tempo di spiegare cosa sono i vini naturali. È finito il tempo dei guru con la barba lunga: il naturalista di adesso è il biodinamico che si è rimboccato le maniche e ha coinvolto il mondo scientifico, che non ha più voglia di basarsi soltanto su libri di scuola stampati negli anni sessanta, che contribuisce a rivoluzionare la viticoltura e l’enologia. Abbiamo ereditato certezze immutabili e abbiamo contribuito a svecchiarle, a perfezionarle con studio, sperimentazioni e rigore scientifico, per arrivare a standard produttivi e di lavoro riconosciuti”.

artigianato e ricerca in cantina
artigianato e ricerca in cantina

Qualche esempio? “Intanto la cantina è come una sala operatoria e quando parte una contaminazione batterica il più delle volte è difficile accorgersene. Spesso dipende da una mancanza di pulizia e questo l’ho capito da mio figlio, che in quanto mastro birraio (come i suoi colleghi) ha una cultura maniacale della pulizia, al confronto della quale i produttori vitivinicoli sono ancora piuttosto indietro. Ho applicato quello che mi spiegava in particolare alle tubature lavate super meticolosamente per evitare le cariche batteriche che fanno partire i precursori dei difetti. Il segreto del vino naturale innanzitutto è nella pulizia.
Poi da me la fermentazione dura fino a quando, aperta la porta delle scale, sento nell’aria il profumo di frutta fresca. Se non sento quel profumo o sento qualche odore strano, cerco di individuare la botte in difficoltà. Può essere che su una botte manchi l’aria sufficiente a moltiplicare la biomassa e allora intervengo, dando aria per qualche ora fino a quando anche in quella botte non sento nuovamente il profumo della frutta fresca. Travasato il vino in botte con la sua feccia è il momento di prestare massima attenzione. La feccia non deve andare in asfissia per non portare puzze al vino, ma rimane una risorsa e non un problema da rimuovere come sostengono i produttori convenzionali: è fissatrice di aromi e stabilizzatrice di proteine. A novembre, quando in cantina iniziano a cambiare le temperature, il vino deve espellere i residui di CO2 e la feccia che viene decantata. Ma se la feccia è in asfissia, c’è il rischio che vada in putrefazione e basta l’analisi olfattiva per dirci che va tutto bene, se si sente profumo di frutta fresca... A quel punto faccio un battonage e, se non sento più il frutto, tolgo la feccia decantata che giace sul fondo. Non è meglio allora filtrare e toglierla? Per me no, e questo è il punto importante. Se filtriamo, togliamo la protezione che la feccia è in grado di garantire al vino, ma per non addizionare la massa di solforosa ho cercato di capire meglio la composizione della feccia e il suo potenziale come antiossidante del vino. La feccia di fermentazione è ricca di lieviti morti e antiossidanti naturali, invece la feccia post-malolattica (detta feccia fine) contiene ancora batteri lattici vivi e potenzialmente dannosi per l'affinamento".

la cantina La Biancara
la cantina La Biancara

Il ragionamento si è sviluppato grazie alle lunghe riflessioni con Giacosa, che spesso si ispirava agli insegnamenti di Dobourdieu il quale consigliava nei vini bianchi frequenti batonnage dopo la fermentazione alcolica. "In quel momento è arrivato l’intuito del contadino, del cantiniere che sta in cantina tante ore e riflette. Ho pensato di fare una prova su alcune botti, estraendo la feccia di fermentazione e congelandola per almeno trenta giorni. Trascorso un mese dalla fine della malolattica, ho travasato il vino su nuove botti eliminando la feccia fine (quella ricca di batteri) e ho tolto dal congelatore la feccia di fermentazione mettendola dentro al vino. Ogni quindici giorni prelevavo vino dalla botte e lo facevo analizzare, per capire cosa stesse avvenendo. Un lavoraccio, ma quando sono arrivati i riscontri dalle analisi fu una grandissima soddisfazione. Inizialmente c’era un'alta concentrazione di lievito brattanomyces, anche 240 ppm (parti per milione). Un bel problema. E i colleghi a quel punto mi hanno quasi tutti suggerito di addizionare al vino solforosa o lisozima altrimenti avrei perso tutto. Ma io ho risposto che sarei stato disposto a buttare tutto e ho continuato la routine delle analisi. Dopo una settimana vedemmo che la presenza di brett era pressoché dimezzata. Dopo un mese eravamo arrivati a 60 ppm. Abbiamo capito che la feccia scongelata è in realtà un ottimo antiossidante e fissatore di aromi. Ma allora, ci siamo chiesti: quali forze e quali energie si sprigionano dentro ad una botte di vino? Ecco perché resto convinto che siano ancora molto di più le cose che non sappiamo sul vino rispetto a quelle che sappiamo. La natura, secondo me, ci ha dato gli strumenti perfetti che noi non dobbiamo rovinare. I soloni dell’enologia la devono finire di dire che non esistono i vini naturali. Non hanno considerato quasi nulla di quanto noi abbiamo studiato, sperimentato e costruito negli ultimi vent’anni. Sono rimasti completamente dentro al loro mondo. Anche in vigna, noi non facciamo nessun trattamento antiparassitario convenzionale e non solo perché siamo biologici. Trattiamo raramente con rame e poi agiamo esclusivamente per rafforzare le difese della pianta, sulla quale interveniamo anche con l’ossigenazione del terreno e preservando i microorganismi utili e funzionali. Questo di sicuro ci richiede una mole di ore di lavoro molto superiore alla media dei convenzionali, ma poi vediamo i risultati”.

sperimentazioni con le uve in cantina
sperimentazioni con le uve in cantina

Il prossimo versante di studio secondo Maule? Studiare bene la fisiologia delle piante. “Non è possibile che negli ultimi cinquant’anni si siano indebolite così tanto le varietà di uva al punto che un tempo erano normali quattro o cinque trattamenti all’anno al massimo e adesso sono normali decine di trattamenti. La differenza è enorme. Dobbiamo lavorare di più sulla difesa immunitaria delle piante. La genetica sull’uomo ha fatto passi da gigante, ma sui vegetali siamo parecchio indietro nonostante si parli di ogm, transgenetica e cisgenetica. Credo molto alle possibilità di rafforzamento delle difese immunitarie della pianta attraverso i sistemi di potatura. Ho cinque filari che non vengono potati, solo spuntati, e dove il trattore non va in vigna. Non vengono trattati con nulla e solitamente mi danno un vino stratosferico”.

NATURA, FUTURO, FAMIGLIA

Cosa risponde Angiolino Maule a chi dice che non può chiamare i vini naturali, considerato che anche lui - raramente, ma capita - aggiunge solforosa? Che tratta le vigne con rame e zolfo? Come replica ai colleghi che lamentano di non sentirsi produttori di vini non-naturali solo perché seguono percorsi diversi in vigna e in cantina? “Che da 15 anni, come Vinnatur, analizziamo profondamente tutti i nostri vini con indagini di laboratorio. Abbiamo più di tremila analisi e ogni tanto analizziamo anche vini convenzionali e pure blasonati, con prezzi al dettaglio oltre i 100 euro e le risposte sono decisamente… interessanti. Il contributo che diamo noi come Vinnatur alla ricerca è poca cosa, se misurato in termini di investimento. Eppure, visti i risultati, è moltissimo arrivando a fornire ricette facilmente applicabili. Ad esempio noi abbiamo un biologo che analizza i nostri vini e funge da supporto per i nostri soci che hanno problemi in cantina”.

Cosa rifarebbe e cosa no del suo percorso di viticoltore? “Mi verrebbe da dire che ritrovarmi in questo ruolo è stato quasi un colpo di culo – risponde - Comunque la mia costanza, la caparbietà, il mio coraggio e la forza di rischiare anche da solo contro tutti sono stati determinanti sui risultati raggiunti. Ho fondato ViniVeri con un gruppo di amici e nello statuto era scritto “associazione che produce cultura e la regala”. Bisogna investire sulla ricerca. Quando lavoro da solo, e mi piace lavorare da solo, penso sempre a come e cosa si potrebbe fare meglio”.

vendemmia e incontro tra generazioni
vendemmia e incontro tra generazioni

Rimpianti? “Forse ho buttato via parecchi anni nelle pizzerie, per quanto abbia guadagnato bene e ci abbia lavorato molto. In generale però direi che non ho rimpianti. Adesso tra l’altro posso anche dedicarmi alla mia passione per il jazz, nonostante due anni fa mi sia stato diagnosticato il morbo di Parkinson che mi ha messo in difficoltà in particolare nella locuzione. È stata una mazzata ma l’ho superata. Non mi sono lasciato abbattere e anzi, su consiglio dei medici, ho incrementato la mia attività musicale al punto da aver fondato con altri amici e colleghi il quintetto swing Piro ma cogno, che in vicentino significa “non vorrei ma devo”.

Dove si vede Maule tra 10 anni? “Mi vedo intanto non più presidente di Vinnatur. Poi mi vedo a fare il nonno, al momento i nipotini sono cinque, e ancora a suonare. Vedo continuità per l’azienda vitivinicola e spero entro un paio di anni di non averci alcun ruolo, se non per alimentare le mie passioni. Nel frattempo confido di aver sistemato in maniera equa e giusta tutti e quattro i figli e le loro famiglie. È bellissimo vederli andare d’accordo tutti quanti. Io sono un ottimista e ho sempre vissuto la mia età, al di là delle fatiche dell’adolescenza, come la più bella”.

Crede in Dio? “No, da sempre”.

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