
Cocconato non è solo il nome di un paese, è una promessa. Un suono che suggerisce calore e dolcezza, perfetto per giocarci su con claim e hashtag che hanno fatto la storia di questo borgo: da "Coccolato" a "Cocco…Cheese". Slogan che hanno saputo imporsi con grande efficacia e tra questi spicca, per intuizione, Cocco…Wine, il nome di una kermesse in cui il vino è protagonista insieme ad altre eccellenze agroalimentari tipiche del borgo e dei territori più vicini e che quest’anno ha celebrato la ventiquattresima edizione - durata più giorni delle precedenti, con più tavoli imbanditi, più prodotti e pure un pubblico più numeroso.
Al di là della manifestazione, anche e solo il viaggio verso Cocconato d’Asti è un'esperienza. Un rito che precede la festa. Raggiungere questo borgo meritatamente annoverato tra i “più belli d’Italia” è un’ascesa ammaliante, suggestiva; una salita decisa che si inerpica tra cascate di filari di viti, noccioleti e boschi. E lassù, in cima al “cucuzzolo” tra le colline più alte del Monferrato, il silenzio. Un silenzio industrioso fatto dei suoni ovattati delle botteghe artigiane, del brusio discreto delle locande e del chiacchiericcio pittoresco delle osterie. Un silenzio operoso, tra le vie e le piazze del centro, che si fa racconto.

Qui, ogni passo è un tuffo nella storia: le strade lastricate salgono e scendono tra archi in cotto, palazzi secolari e cortili nascosti. La chiesa parrocchiale si erge maestosa, con la sua facciata che domina le colline, mentre dalle finestre delle case spuntano gerani rigogliosi. È un quadro vivo, dipinto con i colori caldi della pietra e le sfumature verdi dei giardini, dove il tempo rallenta e il passato si fonde con l'incanto del presente. Mentre molti borghi italiani subiscono da decenni un inarrestabile spopolamento, Cocconato si distingue per vivacità. Il suo fascino, il clima mite che gli vale il titolo di Riviera del Monferrato e una forte identità di comunità ne fanno un modello di resilienza, attrattiva per i turisti ma anche per i residenti.
Cocconato dimostra che la vera forza di un paesello risiede nella sua capacità di reinventarsi, restando fedele alla propria anima.
Anche la 24ma edizione di Cocco…Wine a Cocconato d’Asti, uno degli appuntamenti enogastronomici più sfiziosi e frequentati in Piemonte, è andata. L’evento, organizzato dall’associazione Go Wine d’intesa con il Comune di Cocconato e con il Consorzio Cocconato Riviera del Monferrato ha portato in questo borgo incantato tre giorni di festa e degustazioni, a conferma della vocazione turistica di questo territorio e delle ambizioni enologiche della “Riviera del Monferrato”.
Le cantine di Cocconato, insieme ad un parterre di produttori ospiti per lo più provenienti dall’area di Albugnano, hanno disegnato tra le vie e le piazze del centro una vera e propria strada del vino e dei sapori tipici. In particolare le Barbera d’Asti di Cocconato e del Monferrato, hanno accompagnato formaggi, salumi e dolci, espressione della storica vocazione gastronomica di qualità della zona e della sua ricca tradizione ristorativa. Quattro le isole del vino: la Sardegna come regione ospite; l’Alta Langa nell’isola dedicata al Piemonte; i vini eroici per raccontare viticoltura di montagna o praticata in condizioni orografiche difficili e con forte pendenza; la selezione del Moscato Wine Festival, presente nella giornata di domenica come quarta isola del vino.

Sold-out le masterclass, che hanno messo in luce l'identità dei vitigni; la prima, in particolare, ha messo a confronto il vitigno barbera tra Piemonte e resto d’Italia.
Nuova l’iniziativa “Camminare il borgo”, pensata per valorizzare e far conoscere Cocconato d’Asti attraverso una passeggiata guidata nel cuore del centro storico che si è svolta interamente nel centro pedonale e ha consentito ai partecipanti di approfondire la storia e l’identità del paese, con riferimenti alla sua vocazione agricola ed enogastronomica.
“Cocco…Wine è nato per promuovere una zona vocata e storica della viticoltura piemontese”, rimarca Luigi Dezzani di Poggio Ridente, portavoce del Consorzio Cocconato Riviera del Monferrato.
In effetti, il vitigno nebbiolo la fa da padrone in un areale che dai confini della provincia di Torino fino al Casalese conosce la viticoltura sin dal 1650. Dopo gli anni recenti del richiamo dell’industria e dell’abbandono delle campagne, venticinque anni fa un nuovo rinascimento vitivinicolo al quale Cocco…Wine ha contribuito in misura importante dando nuova linfa ai viticoltori più attempati e incrociando l’entusiasmo dei più giovani. Da lì sono nate strutture ricettive, dedite alla ristorazione, alla trasformazione agroalimentare anche di nicchia al punto che in un paese di 1500 persone si contano 7 ristoranti e 250 posti letto.

Dai 25 ettari della ripartenza siamo arrivati ai 180 attuali, ma un secolo fa erano 800. Nel terreno, considerato che su tutto l’areale c’era il mare, troviamo sabbie e marne stratificate e una parte importante di gesso.
“Il nebbiolo - sottolinea Dezzani - l'hanno trovato prima da noi per poi esportarlo e diffonderlo in langa”. La zona di Cocconato nel tempo è stata dedicata, tra gli altri, all’allevamento di grignolino, freisa e bonarda piemontese, presenti qui prima della barbera. Il Consorzio che è nato di conseguenza tiene insieme aziende vitivinicole, ristorative, produttori di formaggi e insaccati, operatori del turismo e da ultimo l’acclamato maestro gelatiere Alberto Marchetti.
“L’edizione di quest’anno è stata bellissima – conclude Dezzani - con molta gente e tantissimi giovani. Giovani che volevano sentire raccontare il vino, raccontare le esperienze della viticoltura. Cocco… Wine, in controtendenza con quello che oggi si dice, è la dimostrazione che il mondo giovane è interessato al vino cui si deve approcciare in modo pacato e sicuro, anche per goderne la convivialità, valorizzando l’impegno che i nostri produttori mettono per creare prodotti di valore”.
In effetti è un evento che cresce ogni anno “con sempre maggiore consapevolezza, arricchendosi nel 2025 con altri importanti temi”, affermano da Go Wine. L’evento come momento top che accompagna un’attività intensa per sviluppare il turismo enogastronomico e l’identità dei luoghi. Storia, cultura enogastronomica, paesaggio, ambiente si coniugano come fattore di sviluppo sociale ed economico.
Protagonista indiscussa è la Barbera d'Asti di Cocconato, che assaggiata in verticale dimostra la sua longevità. Una degustazione didattica chiarisce le peculiarità e le diverse espressioni della barbera del cocconatese, che può essere aspettata.
Poggio Ridente nasce su impulso di Cecilia Zucca, moglie di Luigi Dezzani, e delle loro figlie. Ad oggi somma 13 ettari di cui 8 vitati piantati nel 1998 con una buona presenza di barbera. Dal 2010 hanno piantato anche arneis, cortese, timorasso, erbaluce, riesling, viognier, pinot nero, alba rossa e ruché, vitigno per il quale hanno una vera passione.
Di Poggio Ridente è apprezzabile il Pèt Nat Matto, rosato frizzante a base nebbiolo. Un vino rosa tenue, con sentori di pan brioche, frutti rossi croccanti, agrume, lievemente balsamico. In bocca è fresco e minerale. Fine, armonico, intenso. Un vino brioso, scorrevole, da merenda. Si abbina a prosciutto e melone, bruschetta al pomodoro e basilico, pizza margherita.

L'azienda di Adriano Cavallito produce vino e nocciole, oltre ad avere un agriturismo con cinque stanze dedicate al soggiorno b&b e alla ristorazione con l’Osteria della Pompa. La famiglia lavora nelle colline di proprietà da quarant’anni, inizialmente come secondo lavoro ma con Adriano, agronomo, hanno cambiato passo. Sei ettari di superficie vitata, 7 di noccioleto, orticole e seminativo. Protagonista tra tutti la bonarda piemontese, poi grignolino, dolcetto, barbera d'asti e nebbiolo. In tutto 20mila bottiglie, in particolare di vino rosso, consumate soprattutto in agriturismo.
Di Marovè intriga un Bonarda Piemontese Doc 2023, colore rosso rubino vivace, naso di frutta a bacca rossa e nera croccante, fragola, floreale. In bocca è morbido, secco, equilibrato, armonico, leggermente e piacevolmente tannico. Versatile negli abbinamenti, ma spettacolare con insaccati e salumi. E poi con bigoli all’anatra, agnolotti al ragù, arrosti di carni bianche, taleggio e salame di Varzi.
Paolo Macchia è un uomo granitico nelle sue convinzioni di biodinamico certificato Demeter dal 2013. L’azienda Maciot è nata nel 1995 in biologico sulla scorta dell’azienda agricola di famiglia che dal bestiame alle orticole e seminativi faceva tutto come un’agricoltura di sussistenza mirata ad integrare le entrate da operai impiegati nella grande industria piemontese. “Quando ho ripreso in mano i terreni e le attività agricole – ricorda Macchia – l’azienda, per come era condotta, era biodinamica senza saperlo. Di mio mi sono prodigato come tutor per aziende agricole interessate alla conversione al biodinamico nel cuneese”.
Parliamo di un’azienda a ciclo chiuso di 23 ettari tra i quali 4 a noccioleto dai quali ricavano quella che rivendicano essere l’unica crema gianduia certificata Demeter al mondo. E poi allevano sette mucche da latte dalle quali ricavano yogurt e formaggi trasformati direttamente in casa e letame che poi redistribuiscono sui terreni, unico fertilizzante usato comprese per le 300 piante da frutto, prati e seminativi. Due i locali dedicati all’attività di agriturismo con pernottamento e colazione nella Cascina Rosengana. Inoltre, sono proprietari della Cantina Da ponte nella centrale Piazza Cavour, ristorante ed enoteca dove lavorano i figli. La superficie vitata somma 6 ettari divisi tra barbera, nebbiolo, grignolino, sauvignon e merlot, per un totale di 30mila bottiglie al 70% esportate.
Il Saurì di Maciot, da uve sauvignon, è rivendicato vino bianco. Un vino con una macerazione importante, con un fondo di lieviti cercati che arricchiscono il sorso. Il colore è ambrato, aranciato, profondo e il naso ci parla di frutta a pasta gialla matura, di frutta esotica, albicocca essiccata. Fresco e agevole in bocca, leggermente tannico, sorprende per beva, mineralità e lunghezza. Si abbina a fegato alla veneziana, fiori di zucca fritti in pastella, posta cozze patate, pappa al pomodoro, prosciutto crudo di Parma.

Il Grignolino Doc Piemonte 2024, ha un bel colore rosso rubino chiaro e aranciato sull’unghia. Il naso indugia sui piccoli frutti a bacca nera, fragoline di bosco, mandorla, leggermente speziato. In bocca è caldo con un tannino ben integrato e di buona beva e sapidità. Si abbina a risotto ai funghi, pappardelle al sugo di lepre, pollo alla cacciatora, bigoli in salsa, toma alla piemontese (giovane).

Il Nobilino Nebbiolo Doc Monferrato 2022 che fa solo acciaio ha il colore classico del nebbiolo, rosso rubino e riflessi aranciati, e un profumo complesso e intenso, vinoso, di frutta a bacca rossa e nera, di prugna, di fiore e leggermente speziato. In bocca è fresco e avvolgente, piacevolmente tannico, fine e armonico, di buona struttura e persistenza. Si abbina a gnocchi al ragù di cinghiale, faraona ripiena, brasato al barolo, tajarin al tartufo, formaggio asiago stagionato

Il Nobil Nebbiolo Superiore Doc Monferrato 2021 passa 12 mesi in botte grande. Il colore è rosso granato e riflessi aranciati e i profumi intensi e complessi di frutta a bacca rossa e nera, anche sotto spirito, rosa rossa, balsamico, tabacco biondo, spezie. In bocca è pieno e caldo, leggermente tannico, fresco, fine, robusto e persistente. Si abbina ad ossobuco alla milanese, cinghiale in umido con polenta, faraona alla pevarada, parmigiano reggiano 36 mesi.

L'azienda vitivinicola Benefizio di Cocconito con i suoi 12 ettari, dei quali 8 vitati, produce vini da uve barbera, nebbiolo, cabernet e shiraz. Pino Bo, il decano dei produttori cocconatesi, è un vignaiuolo appassionato, che ama bere bene e che interpreta i vini secondo il suo gusto, legatissimo a Cocconato, alla sua storia, alle sue peculiarità e tipicità agricole e agroalimentari. I vini sono prodotti esclusivamente con uve provenienti dai vigneti di proprietà, vinificati in proprio. Pino è un personaggio simpatico e schietto, benvoluto dai colleghi produttori e dai concittadini. La degustazione con lui è semplice, non banale. Ti invita a bere e beve con te e l’unico giudizio che ti chiede sul vino è se ti piace o meno. Perché a lui il suo vino piace e diversamente non riuscirebbe a produrlo e forse neanche a venderlo. Il suo sogno sarebbe piantare e vinificare pinot nero e l’idea per un nome in etichetta potrebbe essere Pino(t)…
Il Cocconito Barbera D’Asti Docg Superiore 2021 ha un colore rosso rubino con riflessi violacei, profondo e intenso. Il naso complesso e intenso di frutta a bacca rossa, ciliegia, prugna, fiore e spezia, leggera tostatura. In bocca è caldo e fresco, avvolgente e morbido, lieve tannicità integrata bene. Robusto, equilibrato e decisamente persistente, fine e armonico. Si abbina a tajarin con sugo ai fegatini di pollo, lepre in salmì, culaccia e taleggio.
La Cantina Nicola e i suoi vini rispondono perfettamente alla personalità scoppiettante di Federico Nicola, il vignaiuolo di famiglia. Da terre per lo più bianche vengono uve barbera, grignolino, freisa, nebbiolo e poi chardonnay, sauvignon, arneis, per vini di buona eleganza e grande longevità. La Barbera d’Asti è protagonista anche in Cantina Nicola nella veste fresca e nella veste più concentrata e corposa dopo l’affinamento in legno (nel Superiore). Insieme alla Cantina troviamo il Ristorante per una cucina di grande ricerca e innovazione guidata dalla chef Alessia Rolla e da Riccardo Rolla in sala.
Il Pietra Freisa d’Asti dop Superiore 2022, affinato almeno 12 mesi in barrique francesi, è un vino che si presenta rosso rubino intenso. Il naso è complesso e abbastanza intenso di frutta matura anche appassita e in confettura, sentori balsamici, speziati in particolare di pepe nero, di erbe aromatiche e di sottobosco. In bocca si percepisce subito la pienezza e l’avvolgenza di un vino morbido e secco, ma equilibrato da freschezza e sapidità e da un tannino vellutato. Il finale è lungo e persistente. Si abbina a trippa alla veneta con parmigiano, risotto all’isolana, risotto ai funghi porcini e castagne, carne alla brace, polenta concia, pecorino di Pienza semi stagionato, lardo d’Arnad.

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