
Se la politica è l’arte della mediazione, la scarsa capacità politica dell'Europa emerge con la conferma della sottomissione sorridente sul fronte dazi al prepotente pseudo-partner USA. Nessuna reazione paritaria e di mediazione (per esempio sui servizi tech), ma brache calate con le parole della presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen che proclama su X “Prevedibilità per le nostre aziende e i nostri consumatori. Stabilità nel più grande partenariato commerciale al mondo. E sicurezza per l'occupazione e la crescita economica europea nel lungo termine”.
Predictability for our companies & consumers.
Stability in the largest trading partnership in the world.
And security for European jobs & economic growth in the long-term.
This EU-US trade deal delivers for our citizens & companies, and strengthens transatlantic relations.
— Ursula von der Leyen (@vonderleyen) August 21, 2025
Nonostante il commissario UE al Commercio Maroš Šefčovič, nell’annunciare la firma definitiva dell’accordo con gli USA, abbia dichiarato che “non è la fine, è solo il primo passo”, molte merci europee saranno gravate da tariffe penalizzanti non solo per i produttori del vecchio continente, ma per l’intero sistema del commercio internazionale. Eppure Von der Leyen si compiace di una genuflessione commerciale che “apporta benefici ai nostri cittadini e alle nostre aziende e rafforza le relazioni transatlantiche”.

D’altra parte pure l’ex commissario UE Paolo De Castro, oggi presidente di Nomisma, esprime “un giudizio positivo rispetto all’accordo raggiunto, in quanto consente di evitare rischi significativi che un mancato compromesso avrebbe potuto comportare: sul piano politico, con una possibile escalation delle tensioni, e su quello economico, con gravi ripercussioni sulla stabilità dei mercati. Tuttavia, non è certamente un’intesa in grado di portare una spinta alla crescita”.
In uno scenario geopolitico ed economico che vede l’Europa recitare la parte della “sottona” felice, anche il vino vede all’orizzonte nuvole nere. “Come previsto, per il vino si conferma il nuovo regime di dazi al 15% e si tratta di una stangata per il settore più esposto tra le top 10 categorie italiane di prodotti destinati agli Stati Uniti – avverte il presidente di Unione Italiana Vini Lamberto Frescobaldi - con un’incidenza al 24% sul totale export globale e un controvalore di circa 2 miliardi di euro l’anno. Sarà un secondo semestre molto difficile, pur nella speranza che nei ‘tempi supplementari’ le parti possano correggere il tiro”.
Secondo UIV è ora più che mai fondamentale “attivare un’alleanza tra la filiera italiana del vino e i partner Usa (distributori, importatori e ristoratori) che per primi si oppongono ai dazi nell’interesse comune delle imprese italiane e statunitensi”.

Con l’aliquota sul vino confermata al 15%, “il tempo delle deroghe, ma anche dell’incertezza è terminato – si consola il segretario generale UIV Paolo Castelletti – Ora va affrontata la sfida nella consapevolezza che servirà un sostegno da parte dello Stato in termini di promozione del prodotto enologico italiano. Lo scenario è complesso e vede già nei primi 5 mesi di quest’anno un calo tendenziale dei volumi di vino esportati di quasi il 4%”.
Analogo il commento del presidente del Consorzio Nazionale Grappa Nuccio Caffo. “Speriamo che così ci sia chiarezza e che sia duratura in maniera tale da avere dai tre a i cinque anni per poterci organizzare per affrontare i mercati al meglio, in maniera tale da poter programmare meglio la distribuzione dei nostri prodotti sul mercato americano con un’adeguata costruzione del prezzo che tenga i considerazione anche i dazi”. E pur consapevole del fatto che il 15% significa un incremento di prezzo al consumatore, auspica un intervento dell’ICE per supportare la promozione sul mercato a stelle e strisce.

Secondo l’Osservatorio UIV, il danno stimato per le imprese è di circa 317 milioni di euro cumulati nei prossimi 12 mesi e il danno salirebbe a 460 milioni di euro qualora il dollaro dovesse mantenere l’attuale livello di svalutazione.
Parallelamente, per i partner commerciali d’oltreoceano, il mancato guadagno salirà fino a quasi 1,7 miliardi di dollari. Chissà se anche il sistema di importazione, distribuzione e vendita statunitense dedicherà (tafazziani) applausi a Mr. President…
Per UIV, ben il 76% (l’equivalente di 366 milioni di pezzi) delle 482 milioni di bottiglie tricolori spedite lo scorso anno verso gli Stati Uniti si trova in “zona rossa” con una esposizione sul totale delle spedizioni superiore al 20%. Aree enologiche con picchi assoluti per il Moscato d’Asti (60% l’incidenza export verso gli Usa), il Pinot grigio (48%), il Chianti Classico (46%), i rossi toscani Dop al 35%, quelli piemontesi al 31% così come il Brunello di Montalcino, per chiudere con il Prosecco al 27%, il Lambrusco e il Montepulciano d’Abruzzo.
Se il lucro cessante potrebbe arrivare a 460 milioni di euro, per l’Europa si profila all’orizzonte anche il danno emergente delle compensazioni. Oltre a dover omaggiare il partner oltreoceano di leggi ad hoc per favorire i meravigliosi prodotti agroalimentari made in USA (accanto a quelli bellici), la Commissione prevedibilmente metterà mano al portafoglio per sussidiare le aziende europee dei danni inflitti da una diplomazia inetta. E infatti dal sistema-vino già sono venute le prime mani tese rivolte all’elemosiniere governativo e comunitario, tra richiesta di ristori e nuovi fondi per la promozione negli Stati Uniti.
Viene da chiedersi se, provando a sollevare lo sguardo, si possa immaginare un approccio diverso. Uno spunto viene dalle strategie adottate nel mondo spirits dalla Scotch Whisky Association: a fronte delle incertezze sul fronte USA, anziché ostinarsi a voler blandire solo lo zio Sam, i distillatori scozzesi hanno provato a cambiare le carte in tavola. Guardando verso l’Asia e giocando avvedutamente sulla partnership con l’India, hanno portato a casa un nuovo deal destinato a generare business a nove zeri.
Forse, cambiando approccio e smettendo di elemosinare l’attenzione della vamp della scuola come il più classico dei “sottoni”, il sistema-vino europeo potrebbe investire soldi, energie e un po’ di fantasia su nuove traiettorie. Senza dimenticare che il vino sta cambiando e più delle quantità in stile commodity contano l’esperienza (enoturistica), la cultura, le storie e pure la qualità.
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