
Se uno dei primi vini in Italia ad ottenere la DOC fu il laziale Frascati, nel 1966, la denominazione Roma DOC è invece una realtà molto più recente e quest'anno ha cambiato il disciplinare.
Istituita e riconosciuta con decreto ministeriale nel 2011, ha visto nascere il Consorzio di tutela Roma DOC nel 2018 ed è stata governata fino al 2025 con un disciplinare che regolamentava specifiche tipologie di vini - bianchi, rossi, rosati e spumanti, nelle versioni “Classico”, “Amabile”, “Malvasia puntinata”, “Bellone”. Il 2025 ha portato però una revisione delle regole che guarda al futuro, puntando a rafforzare la qualità e l’identità della denominazione.
"Tra le novità più importanti – spiega la presidente del Consorzio Rossella Macchia – c’è la revisione della densità di impianto portandola da 3mila a 4mila ceppi per ettaro, un cambiamento che riflette la volontà di puntare su una produzione di maggiore qualità". Un altro passo significativo riguarda l’introduzione della tipologia Riserva per il bianco. "Abbiamo inserito la possibilità di produrre un Roma Bianco Riserva – aggiunge – ampliando così la denominazione a vini bianchi da invecchiamento, prodotti con gli stessi vitigni già previsti per la versione base".

Grande attenzione però in parallelo alla tradizione della spumantizzazione e alla valorizzazione di prodotti che da sempre accompagnano la cultura popolare del territorio. "Un tempo – sottolinea Macchia - si parlava di Romanella con un'accezione quasi negativa, come se fosse un prodotto minore, da poco. In realtà, rappresenta una parte importante della nostra storia vitivinicola. Oggi il disciplinare consente a chi lo desidera di produrre un Roma Spumante con la facoltà di richiamare anche il vitigno romanella, ma in un quadro più ampio, strutturato e di qualità". Il Roma Spumante potrà essere prodotto in versione bianco o rosato. Per la versione bianca, è previsto un minimo del 50 per cento di Malvasia del Lazio, affiancata da altri vitigni ammessi; per la versione rosata, la base ampelografica richiede almeno il 50 per cento di Montepulciano. "È una produzione nuova – precisa la presidente – tutta da costruire, ma che mostra già segnali incoraggianti di crescita. Vogliamo dare valore anche a ciò che prima sembrava secondario, puntando sempre su identità e riconoscibilità".
Tra i focus più interessanti che si stanno delineando c’è anche l’attenzione per il monovitigno. "La specificazione del monovitigno in etichetta come DOC Roma prevede che il vino debba essere ottenuto per almeno l’85 per cento da quel vitigno", chiosa Macchia. Anche se l’auspicio è che le aziende concentrino l’attenzione sul monovitigno 100 per cento.
Roma DOC è dunque una denominazione che, pur giovane, guarda con decisione alla crescita e alla differenziazione. "Il nostro obiettivo – conclude Macchia - è costruire un’identità forte, che unisca la tradizione romana a una nuova idea di qualità, capace di valorizzare il territorio anche attraverso le sue espressioni meno convenzionali, come appunto la romanella reinterpretata in chiave spumantistica".
Ascolta dal podcast di Vinonews24 l’intervista con la presidente Rossella Macchia raccolta in occasione di Vinitaly 2025
Il territorio di produzione del Roma DOC copre gran parte del Lazio centrale: zone costiere, Sabina romana, Colli Albani, Colli Prenestini e parte della campagna romana, fino a 600 m di altitudine su terreni vulcanici e alluvionali, influenzati dall’aria marina e da escursioni termiche favorevoli alla maturazione aromatica e fenolica delle uve.
Nonostante il forte riconoscimento del nome “Roma” e il valore simbolico della denominazione, secondo il Consorzio i vini in denominazione sono ancora sottoutilizzati nella scena enogastronomica romana: molti ristoranti, hotel e negozi non li promuovono attivamente, preferendo etichette di altre regioni. Per questo sono state varate iniziative di promozione tra ristorazione, trade, ma anche eventi culturali e professionali, per valorizzare l’identità del territorio e rafforzare la presenza nelle carte vini della capitale.
Il rafforzamento sul mercato locale, ma anche lo sviluppo dell’export mirato su mercati di interesse possono passare dalla valorizzazione delle varietà autoctone - malvasia puntinata, bellone o romanella – che lavorate con accuratezza possono portare nel calice vini davvero interessanti.
Poggio Le Volpi nasce nel 1996, ma in realtà Felice Mergè rappresenta la terza generazione si innesta su un ceppo familiare di viticoltori con origine nel 1920. Prendendo le redini dell’azienda vitivinicola dal padre Armando, che vendeva vini sfusi, dopo la laurea in enologia a Marsala Felice decide di fare un passo avanti e puntare sull’imbottigliato. Credendo nel territorio del Lazio, presenta le prime etichette: un Frascati Superiore Doc, a cui si affiancano due Igt bianco e rosso. Oggi l’azienda produce 14 etichette e fattura due milioni, concentrando grandi attenzioni anche sulla Doc Roma.

"Se guardo al passato - dice Felice Mergè pensando al nonno Manlio e al padre Armando - vedo la fatica delle mani, i racconti di mio nonno, i segreti del mestiere di mio padre. Se guardo al presente vedo un'azienda di famiglia di successo, dinamica e moderna, capace di puntare al futuro nel pieno rispetto della tradizione".
L’ASSAGGIO
Vitigni: malvasia puntinata 85%, bombino 15%
Il sostrato vulcanico, che nell’area dell’antico vulcano Tusco porta un impatto significativo, si evidenza nel calice per una tensione che unisce sapidità e mineralità, con sfumature tioliche. Al naso e al palato emergono la ginestra, il sole, la pietra, il salmastro.

Vitigni: montepulciano 60%, cabernet franc 30% e merlot 10%
Vinificato in acciaio, con l’intera massa che fa un leggero passaggio in legno (piccolo), porta al naso un frutto pieno e una piacevole profondità. La nota erbacea del cabernet sostiene il montepulciano e il merlot non arrotonda troppo, per cui il sorso risulta gradevole ed elegante, tonico e snello.

Vitigni: montepulciano 60%, cabernet franc 30% e merlot 10%
La stessa massa del Doc Classico qui fa affinamento in barrique di varia provenienza per almeno un anno e un lungo affinamento in bottiglia. Nonostante le prevedibili note vanigliate e le morbidezze, il vino sorprende per la freschezza che dà una tensione elegante pur se ancora giovane per il consumo. Ancora una volta è il cabernet franc a fare la differenza e a dare lunghezza al sorso.

L’azienda nasce circa settant’anni fa concentrandosi sulla vendita di uva. Paolo David prende le redini dell’azienda nel 2000, abbandonando il vino sfuso degli anni Novanta e arriva la prima bottiglia. Ma è solo con la terza generazione - rappresentata dal figlio Dario, laurea in enologia - che Terre del Veio diventa etichetta e il focus diventa il vino “come lavoro vero e non più come occasione di svago”, dice il giovane. Appena si costituisce il Consorzio, l’azienda aderisce, sentendosi rappresentata “perché noi siamo ancora all’interno al Comune di Roma, nell’ultimo angoletto significativo”, scherza Dario David, che oggi governa la cantina.

Con dieci ettari vitati, Terre del Veio conferma una buona elasticità di imbottigliamento, potendosi spingere verso un potenziale di 80mila bottiglie. “Dato che però ci teniamo a fare prodotti di una qualità molto elevata, siamo assestati a 30/35mila bottiglie - racconta Dario - e per capriccio personale usciamo con tante etichette diverse: dai Roma Doc a un blend di bianchi fatti in anfora. Siamo in produzione integrata, ma al di là delle certificazioni io ogni volta che vengono ospiti per fare enoturismo in azienda gli faccio vedere dov’è casa mia… a 20 metri dal vigneto. E la mia famiglia respira da settant’anni la stessa aria dei vigneti, senza contate che mio nonno è un apicoltore e abbiamo una decina di alveari proprio all’interno dei vigneti”.
Il mercato romano oggi è il principale sbocco per i vini di Terre di Veio, che gode però anche della vendita diretta collegata alle presenze enoturistiche, con possibilità di visita e di assaggi in vigneto accompagnati da prodotti gastronomici del territorio.
L’ASSAGGIO
Vitigno: malvasia puntinata in purezza
Questo vino prende il nome da torrente che scorre sotto il vigneto, dove si combatté una importante battaglia tra la città etrusca di Veio e i Romani. E l’etichetta riprende una immagine recuperata in una tomba etrusca. Il territorio è prettamente vulcanico, con alcuni centimetri di cenere.
Normalmente la malvasia puntinata viene preservata integra negli aromi con una vinificazione solo in acciaio, ma nel 2024 Dario ha scelto di cercare un po’ di struttura con un affinamento in tonneau di primo passaggio. Fortunatamente la tensione del vitigno non viene coperta dal legno e il sorso si presenta fresco e sapido, pur con un’ampiezza di struttura e una spinta alcolica percepibile. Ai sentori ammandorlati, corrispondono venature erbacee e fresche.

Vitigni: montepulciano 60%, sangiovese 20% e syrah 20%
La vinificazione prevede fermentazione in acciaio, poi il 60% della massa fa legno e il 40% rimane in cemento, per arrivare poi a un anno di affinamento in bottiglia
Colore cupo e intenso, naso profondo con note di vaniglia e spezie che rendono l’affinamento percepibile, a cui segue un gioco di visciola e carruba. Al palato emerge un tannino ancora verde che porta eleganza, facendo spazio a sfumature erbacee quasi mentolate; l’alcol è equilibrato e c’è una piacevole tensione. Un vino che aspira alla morbidezza del velluto, giocando di balsamicità.

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