
“Dove si trovano i Colli Euganei? Vicino A Venezia”. Detto da un globetrotter come Lucio Gomiero - fondatore e co-titolare di Vignalta, storica azienda di Arquà Petrarca nel Padovano - fa un certo effetto. Tuttavia, rende plasticamente l’idea di come e quanto poco ancora oggi i Colli Euganei siano conosciuti e celebrati nel mondo del vino fuori dal Veneto se non addirittura oltre la provincia di Padova.
Non parliamo di maggiore o minore considerazione tra gli intenditori, tra gli addetti ai lavori. Parliamo di percezione da parte del consumatore medio di una presenza concreta e riconosciuta, di vera e immediata reperibilità tra gli scaffali nel mondo. Aziende piccole, mentalità mediamente spiccia, volumi complessivamente inadeguati ad avvicinare e lusingare i mercati internazionali in maniera organica, omogenea e realmente competitiva. Vignaioli encomiabili, ma da poche decine di migliaia di bottiglie, per quanto alcune di vera eccellenza.
È un problema? No, una condizione. E sebbene non sempre “piccolo” sia sinonimo di “bello”, l’importante è esserne consapevoli: scegliere il giusto campo da gioco, il campionato adeguato, gli schemi più adatti e schierare la formazione migliore.

Gomiero è innamorato dei Colli Euganei, della sua azienda, dei suoi vini ma è anche un produttore estremamente concreto, lo dice la sua storia personale ed imprenditoriale. E proprio per questo immagina che i Colli Euganei possano essere una delle punte più forti e prolifiche di un team Veneto di aziende rinomate in grado di proporsi in maniera ordinata, “fuori dal mood Prosecco e Valpolicella”, per giocare da protagonisti nel campionato del mondo dei vini rossi bordolesi.
Questo per dire anche che, in un certo senso, Gomiero concorda con le conclusioni a cui è giunto Giorgio Salvan, altro storico imprenditore euganeo: ci sono i vini che viaggiano, che competono nel mondo avendone i numeri e la forza promozionale, e i vini che fanno viaggiare, che si acquistano soprattutto in loco. Le due cose possono coincidere e non è detto che gli uni siano migliori degli altri. Certamente i vini euganei sono vini che fanno viaggiare; sono vini che si trovano, si apprezzano e si acquistano in buona parte nel padovano intercettando turisti, termalisti o meno, italiani e stranieri, che frequentano i colli euganei per tutto quanto possono dare in termini di bellezza paesaggistica, ambientale, storica e monumentale, gastronomica. Tutto esaltato da un buon calice, servito bene e raccontato meglio.
“Sono nato ad Abano Terme – ricorda Gomiero - da una famiglia che non aveva nulla a che fare col vino. Mio padre faceva il costruttore e io sono praticamente cresciuto tra i cantieri fino alla laurea in architettura, uno sbocco naturale. Nel 1964 quando avevo appena undici anni, mio padre andò a lavorare a Tripoli in Libia per una ditta di Padova incaricata di costruire un teatro. Diceva ci si sarebbe fermato per tre mesi… è finita che c’è rimasto vent’anni. E così a tredici anni io, mia mamma Ida e mia sorella Lidia lo abbiamo raggiunto e mi sono trovato a frequentare i primi due anni di medie superiori alla scuola italiana di Tripoli. Ricordo che dagli italiani nati e vissuti lì sin dai tempi coloniali eravamo chiamati “importati” e io, nonostante alcune amicizie, mi sentivo discriminato. Per questo motivo ho preferito tornare in Italia e frequentare il terzo anno in un collegio ad Udine. Fa ridere pensare adesso che nel modulo di iscrizione del collegio c’erano due quadratini: bianco o rosso. Intendevano il colore del bicchiere di vino che avrei consumato ad ogni pasto. Io misi una crocetta sul rosso. Un’esperienza interessante: un po' di disciplina a quell’età non guasta. Tuttavia, mi trovavo a quindici-sedici anni da solo in Italia con tutti i compagni friulani che nei fine settimana tornavano a casa. Io restavo in Istituto insieme a pochi altri ed era una cosa tristissima. Scrissi a mio padre che mi sembrava di essere in prigione. Gli chiesi allora la libertà di uscire dal collegio nei week end. Dove avrei potuto andare se non a visitare le cantine del Collio? È stato allora che ho iniziato a coltivare la passione per il vino. Nei fine settimana prendevo il treno per Buttrio e lì, insieme ad un amico, giravamo il Collio col suo motorino visitando cantine ed assaggiando vini”.
“Nel 1970 Gheddafi cacciò gli italiani dalla Libia per cui mio padre tornò ad Abano e io in quell’anno mi iscrissi all’Istituto Belzoni di Padova”. L’anno successivo fu permesso agli italiani non nativi di tornare in Libia e il padre di Lucio fu il primo a tornare a Tripoli raggiunto un anno dopo dalla moglie. “Nel frattempo io mi iscrissi alla facoltà di Architettura a Venezia. Cinque anni spensierati: d’inverno frequentavo l’università e d’estate andavo a lavorare a Tripoli per guadagnarmi da vivere. Dopo la crisi petrolifera del 1971 il prezzo del petrolio salì alle stelle e la Libia si ritrovò a disposizione una montagna di denari che vennero impiegati, in parte, per finanziare grandi opere pubbliche e private. Una volta laureato mi sposai e con mia moglie raggiunsi i miei genitori in Libia dove rimanemmo per sette anni lavorando nell’edilizia”. Nei primi anni ’80 l’allora presidente USA Reagan pose un embargo nei confronti della Libia e la conseguenza fu il tracollo finanziario del Paese, per cui vennero meno le condizioni per rimanerci a vivere e lavorare. Nel 1984 finisce la storia dei Gomiero di Libia.

Nel 1980 Lucio piantò un vigneto di tre ettari sui Colli Euganei, in un terreno che il padre aveva a Castelnuovo. Per i primi anni vinificavano modiche quantità e il vino prodotto un po' si beveva e un po' si regalava.
La prima bottiglia con etichetta Vignalta, nome scelto ad indicare l’altitudine elevata degli impianti viticoli, venne prodotta nel 1986. “Mi accorsi, pur non sapendo molto di enologia all’epoca, di quanto la qualità delle uve e quindi del vino fosse influenzata dal vigneto e dal microclima: il nostro si distingueva eccome dai vini di pianura. Facevamo tutto noi: coltivazione, vendemmia e vinificazione, utilizzando arnesi rudimentali che avevamo nel fienile. Ho imparato che per fare il vino buono ci vuole uva sana e di qualità e un’attrezzatura adeguata, ma mai troppa. È la filosofia vigente ancora oggi in Vignalta dove, ad esempio, non abbiamo né flottatori, né centrifughe, né filtri sofisticati”.
Con lo Chardonnay 1986 sono arrivate le prime soddisfazioni e in seguito, volendo ingrandire la produzione, Lucio propose al coetaneo Franco Zanovello già proprietario dell’azienda Cà Lustra, di entrare in società al 50%. Vignalta si trasferì a Faedo presso la sede di Cà Lustra, ma le due linee produttive furono mantenute completamente distinte. “Nel 1987 mi è capitata un’occasione da prendere o lasciare: c’era una richiesta importante di radicchio dagli Stati Uniti. Ne arrivava poco dall’Italia via aerea e non c’era una produzione locale. Intuita la potenzialità mi venne l’idea di produrlo in America. L’anno seguente partimmo insieme ad un socio italiano con un po’ di semi. Il radicchio crebbe benissimo ed il primo raccolto fu venduto ad un prezzo molto remunerativo. Per otto anni ho fatto il pendolare, un mese in Italia e un mese in America, e mia moglie con i bambini mi raggiungeva d’estate per tre mesi. In pochi anni diventò la più grande produzione al mondo di radicchio con 1400 ettari coltivati. Coltivai radicchio in America per 28 anni finché una decina di anni fa ho ceduto le mie quote e l’azienda continua tuttora la produzione. La lunga permanenza in California mi ha consentito di visitare e conoscere moltissime cantine e di confrontarmi con molti produttori. Quello che ho imparato l’ho trasmesso in Vignalta”.
“Negli anni ’80 a proporre al mondo horeca i vini dei Colli Euganei significava ottenere spesso la stessa risposta: “qui si vendono solo vini del Collio”. Pensai di fare assaggiare il vino a mio cugino Diego Gomiero, proprietario del Ristorante da Mario a Montegrotto Terme, pure lui convinto che dai Colli Euganei non si potessero ottenere vini di qualità. Quando assaggiò il nostro vino cambiò idea e diventò il nostro primo, vero cliente italiano. Fu così che iniziammo a proporci agli alberghi termali e tra questi il primo ad usare il vino Vignalta fu il Grand Hotel di Montegrotto, perché un loro cliente aveva assaggiato lo Chardonnay al Ristorante da Mario e lo richiese anche in albergo. Il proprietario, Adriano Legnaro, mi ordinò 120 bottiglie ma disse che 10 mila lire a bottiglia gli pareva un prezzo eccessivo per un vino dei Colli Euganei. Trascorsa una settimana mi chiamò per formulare un altro ordine. Nel 1987 partecipai al ProWein a Dusserdolf trovando l’interesse di due importatori e così fra Stati Uniti e Germania esaurivamo la totalità della produzione”.

I vini di Vignalta erano dunque totalmente sconosciuti in patria e celebrati all’estero, al punto che nel 1989 Lucio affidò l’importazione negli Stati Uniti al distributore di Champagne Salon. I vini Vignalta venivano proposti assieme ad uno champagne esclusivo ed entrambi finivano nella ristorazione americana d’alta gamma. Il primo ordine di vino per l’America fu di oltre 12mila bottiglie, che per l’epoca rappresentavano mezza produzione annuale. Un lancio incredibile.
La vendemmia 1990 fu memorabile tanto per i vini rossi quanto per i vini bianchi. “Talmente buoni che il Cabernet Sauvignon 1990 di Vignalta è stato il primo vino dei Colli Euganei a prendere i tre bicchieri del Gambero Rosso. Fa riflettere che fino ad allora la produzione enologica euganea era fatta soprattutto da cantine piccole che avevano la necessità di smaltire rapidamente il vino dell’annata per fare posto alla vendemmia successiva e di conseguenza i vini erano spesso immaturi ed in gran parte venivano venduti sfusi. Io che giravo il mondo trovavo che in Francia e negli Stati Uniti i vini, soprattutto i rossi, venivano affinati in botte di legno per esaltarne al massimo il potenziale organolettico. Lo Chardonnay in Italia era una varietà di uva mentre all’estero era uno stile di produzione, sposato subito da Vignalta, impostato sulla fermentazione in botte.
“Le prime botti le comprammo da Garbellotto e in seguito da aziende francesi. Ricordo che nel 1995 arrivò in cantina un signore con sottobraccio la Guida del Gambero Rosso. Disse che sarebbe stato felice di avere un vino dei “Monti” nel suo ristorante pur temendo che non sarebbe stato all’altezza dei giganti internazionali. Gli feci assaggiare i vini anche dalle botti e gli piacquero molto e così decise di fare un primo ordine. L’indirizzo di consegna era quello del ristorante “Le Latin”, sicuramente il miglior ristorante italiano a Montreal che faceva cinquecento coperti al giorno. Il ristorante è stato venduto qualche anno fa, ma il proprietario è diventato il nostro agente per il Quebec”.
“Continuammo ad espandere i vigneti sul Monte Gemola e avevamo inoltre un’azienda a Baone, delle proprietà a Faedo, e per vent’anni i vigneti del Brolo di Villa dei Vescovi che il Conte Vittorio Olcese ci diede in affitto insieme all’enoteca. Partiti dai tre ettari del nucleo originale a Castelnuovo, è stata una bella corsa per un risultato che negli anni possiamo definire appagante. Attualmente a Vignalta siamo in tre soci: io, Cristiano Salvagnin e Paolo Guzzo”.
Gomiero si è occupato di tutto all’inizio, “poi abbiamo assunto un agronomo per la gestione dei vigneti. I miei genitori non si sono mai occupati di vino ma hanno sempre sostenuto le miei visioni e le mie iniziative”.
Un percorso di una linearità invidiabile? “Sì, ma non c’è niente di strano. È andata così. Certo, ci sono dei meriti che posso ascrivermi. Un aspetto importante che ha favorito il successo è che, avendo vissuto all’estero sin da giovane, ho acquisito una mentalità imprenditoriale internazionale che mi ha aiutato. Non ho mai lavorato come dipendente. Un percorso che mi ha permesso di stare molto tempo negli Stati Uniti e di dedicarne altrettanto alla mia vera passione: il vino. In tutto questo ho avuto la grande fortuna di avere un mentore eccezionale di cui sono tutt’ora grande amico. È un americano di origine italiana che si chiama Darrell Corti, il più grande esperto di vino che io abbia mai conosciuto. La sua famiglia aveva una piccola catena di supermercati indipendenti a Sacramento dove si potevano trovare prodotti italiani di eccellenza. Occupandosi personalmente dell’acquisto dei vini passava molto tempo in Europa frequentando le migliori cantine. Una persona di grande cultura e molto generoso. Un giorno mi chiese il mio anno di nascita, scese in cantina e risalì con una scatola di bottiglie del 1953: Riesling, Bordeaux, Borgogna… Erano bottiglie di grande valore, ma lui le stappò senza esitazione. Nel tempo Darrell mi ha presentato una cerchia di suoi amici, grandi personaggi del vino tra i quali Robert Mondavi, André Tchelistcheff e Giacomo Tachis, al quale feci assaggiare i miei primi vini ricevendo in cambio consigli preziosi. Uno su tutti: non eccedere nella macerazione e nei rimontaggi, lo stesso consiglio che ho ricevuto poi da Tchelistcheff”.

“Ho tre figli, Giacomo, Giulia e Camilla, nati in Italia e poi catapultati in California da piccoli. Dei tre, quella che mi ha aiutato a promuovere i vini Vignalta negli Stati Uniti per una decina di anni è stata Giulia. Oggi ha due bambini ed è impegnata con il suo lavoro di wedding planner. Giacomo fa il personal trainer a Newport, mentre Camilla si occupa di business della farmaceutica. Un passaggio di consegne? Non lo vedo, anche perché non ho intenzione di mollare. La mia vita non è mai stata troppo pianificata e Vignalta oggi potrebbe tranquillamente camminare con le proprie gambe”.
Molto del vino dei Colli euganei, una volta, si vendeva e si consumava soprattutto sfuso, mentre ora sono cresciuti i numeri e la qualità. “I numeri non lo so, certamente è migliorata la qualità media dei vini e qualche azienda di spessore è nata”. Ma esiste una matrice enologica euganea specifica, uniforme e di prospettiva sovrapponibile a quella di altre zone vocate come il Collio, l’Alto Adige, la Valpolicella? La risposta di Lucio Gomiero non è confortante. “Sostanzialmente siamo una zona piccola, troppo piccola per essere conosciuta adeguatamente dai mercati. Poca massa critica e poche aziende di una certa dimensione. Un’azienda che fa poche bottiglie non può esportare nel mondo. Lo si beve a Padova, forse neanche a Venezia. Voglio dire che si possono produrre bottiglie e grandi vini, ma non si può soddisfare il mondo dei consumatori come si deve”.
“Io per i Colli Euganei ho tirato il carro per quarant’anni ed è sempre stato in salita. Non è mai stato facile portare il vino dei Colli Euganei all’estero considerato che nel mondo il vino si vende se è buono, se costa meno degli altri e se disponi di una massa critica di bottiglie adeguata alla domanda potenziale. Ho sempre più fiducia sulle potenzialità dei nostri vini, ma non diventeremo mai famosi per i Colli Euganei che in genere non si sa neanche dove siano esattamente. Piuttosto, da un po' di tempo, con altri colleghi stiamo lavorando per far squadra tra produttori di bordolesi veneti. Dovremo parlare di “Rosso Veneto” come un sistema, e poi, come a Bordeaux, si potrà parlare di sottozone: Colli Euganei, Colli Berici, zona pedemontana e Montello”.
“In definitiva, credo che i Colli Euganei abbiano un senso se inquadrati in un sistema di aziende venete di qualità. Quando presento il vino negli USA e mi chiedono di dove siamo io rispondo Colli Euganei. E di rimando: “Colli cosa?”, a quel punto dico che ci troviamo vicino a Venezia. Ricordo volentieri il progetto “Euganei colli di Venezia”, un progetto sviluppato con Cà Lustra, La Montecchia e Cà Orologio. Senza troppo dispendio finanziario abbiamo fatto qualcosa di significativo che ha fatto parlare e scrivere di noi. È andato tutto molto bene ma è finita li. Perché? Eravamo pochi e occorrevano risorse importanti e molto tempo da dedicarci. Ecco perché oggi come oggi penso sia più facile parlare di bordolesi veneti che parlare e promuovere i vini dei Colli Euganei in quanto tali”.
I genitori hanno avuto l’occasione di vedere i successi imprenditoriali di Gomiero, “sia per la cantina in Italia che negli Usa. Erano orgogliosi quando mi veniva attribuito un riconoscimento. Quello che ho fatto in America è stato epocale ma non ho mai voluto pubblicità in patria come autocelebrazione. Crucci non ne ho. E non sono mai stato aggressivo. Non ho mai perseguito un obiettivo bruciando le tappe o sgomitando. Mi ritengo soddisfatto”.
Nel frattempo sono forse cambiati i modelli di consumo e l’approccio dei giovani al vino segna nuovi trend. Gomiero però non vede compromessi: “ci sono vini che si sono affermati nel tempo. L’Amarone con la sua struttura, tenore alcolico e metodo di produzione ha fatto epoca. E quando hai costruito un campione dell’enologia non puoi farne un vino beverino per inseguire le mode del momento”.
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