
Si è conclusa il 4 luglio l’indagine antidumping che Pechino aveva avviato sul brandy europeo a gennaio 2024. Il Ministero del Commercio cinese (Mofcom) ha annunciato la conferma di tariffe medie al 32,2% per le acqueviti di vino e di vinaccia europee - a partire da sabato 5 luglio e con durata di cinque anni - abbassando così di molto poco il dazio provvisorio imposto lo scorso ottobre (34,8% medio).
L’unico modo per evitare la tassa sull’import è l’accordo sul prezzo minimo dei prodotti importati, che si sostituisce alla tariffa doganale per quelle aziende europee (apparentemente soprattutto francesi) che lo hanno sottoscritto con il Mofcom. Tuttavia, al momento, gli unici produttori per i quali la misura è già attiva sembrano essere i brand principali Hennessy, Martell e Rémy Martin.
Critica la reazione di Federvini, che esprime “forte disappunto e preoccupazione”. Secondo il neo-presidente Giacomo Ponti, “La decisione del Governo cinese è l’ennesimo caso di barriera tariffaria del tutto ingiustificata e rappresenta un ulteriore elemento di preoccupazione in uno scenario globale sempre più sotto attacco sotto il profilo della libera circolazione delle merci e dell’interscambio commerciale”. Va infatti ricordato che, proprio a pochi giorni dalla conferma dei dazi cinesi, è atteso per questo mercoledì 9 luglio l’aggiornamento su quelli del governo Trump. “Nonostante l’attiva collaborazione prestata, le aziende italiane ed europee che hanno partecipato ai numerosi ed onerosi adempimenti legati all’indagine richiesti dalle autorità cinesi, da domani dovranno affrontare un dazio estremamente pesante e penalizzante”. Secondo quanto dichiarato da Federvini a VinoNews24, al momento non risultano aziende italiane tra quelle che hanno firmato accordi sul prezzo minimo.
L’auspicio di Federvini è il ritorno a un clima di cooperazione in grado di portare a soluzioni condivise, in un interesse reciproco ed esteso alle politiche complessive di interscambio commerciale tra i due mercati. “Non possiamo permetterci di continuare a subire controversie commerciali che danneggiano le imprese e chiediamo che sia riaperto tempestivamente un dialogo istituzionale bilaterale con le autorità cinesi”, aggiunge Ponti.

Amaro in bocca anche per SpiritsEurope. “Spiace la decisione di imporre un definitivo dazio antidumping sulle acqueviti di vino e di vinaccia europee, nonostante le evidenze dimostrassero chiaramente il contrario - dice Hervé Dumesny, direttore generale dell'associazione che rappresenta la filiera a livello comunitario - Oltre al suo impatto diretto, questa decisione rischia di alimentare tensioni commerciali in un momento in cui la reciproca cooperazione è più importante che mai. Nonostante ciò, accogliamo la soluzione del prezzo per alcune delle aziende, poiché offre un sollievo parziale e auspichiamo che questa opzione venga estesa a tutti i firmatari dell’accordo”.
Secondo quanto riportato da Alexandre Abellan sul quotidiano online di settore Vitisphère, a “beneficiare” del price undertaking dovrebbe essere il 95% della produzione di Cognac commercializzato in Cina e l’aumento del prezzo medio concordato con il Mofcom sarebbe stimabile tra il 12 e il 16%, risultando così meno punitivo rispetto alla quota aggiunta dai dazi. Tuttavia, a quanto pare, al momento gli unici per cui il compromesso è già attivo sarebbero i tre principali produttori della regione, ovvero Hennessy, Martell e Rémy Martin, rispettivamente di proprietà di gruppo LVMH, Pernod Ricard e Rémy Cointreau.
“È imperativo che la lista di aziende che hanno cooperato sia estesa a tutte quelle che hanno risposto a l’inchiesta e che tutte le aziende che hanno firmato l’accordo sul prezzo minimo ne possano beneficiare”, si legge in un comunicato del Bureau National Interprofessionnel du Cognac (BNIC), che annuncia di non voler arrestare qui la propria mobilitazione. Nel frattempo, la combinazione tra i dazi di Cina e Stati Uniti sta mettendo a dura prova l’intera filiera del Cognac, per il quale questi paesi assorbirebbero insieme il 70% delle vendite, con le relative ripercussioni sui distillatori e sui produttori di uve, che da oltre un anno registrano ingenti perdite economiche.
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