
L’Italia ha aperto ai dealcolati, ma solo a metà. Dopo un botta e risposta tra Masaf e Mef, alla fine del 2024 il ministro Lollobrigida aveva firmato l’atteso decreto che doveva sdoganare la produzione di vini senza alcol anche nel Belpaese e il mercato si era subito messo in moto. Le aziende hanno iniziato a investire in tecnologia, ma ad oggi il decreto è di fatto bloccato e la produzione non può iniziare.
“Sui dealcolati oggi il settore è fermo con le quattro frecce: dobbiamo risolvere gli snodi fiscali e normativi e dobbiamo iniziare a produrre”, proclamava dal Vinitaly il presidente di Unione Italiana Vini Lamberto Frescobaldi.
Peccato, perché secondo l’analisi dell’Osservatorio UIV-Vinitaly su base dati Iwsr, presentata a Vinitaly, il mercato mondiale dei vini No-Lo (no e low alcohol) vale oggi 2,4 miliardi di dollari e dovrebbe raggiungere i 3,3 miliardi di dollari nel 2028.

In aprile Vinitaly ha dedicato a questo ambito un focus, attirando l’attenzione del pubblico e degli operatori. E in questo contesto la filiera del vino ha evidenziato come l’atteso cambiamento si sia concretizzato in maniera incompleta.
“La produzione di vini dealcolati in Italia continua ad accumulare ritardo – rimarca Paolo Castelletti, segretario generale UIV – Se il ministero dell’Agricoltura non interviene sulle disposizioni fiscali previste dal ministero dell’Economia e delle Finanze, le imprese dovranno attendere fino al 2026 prima di poter partire con la produzione. Serve una norma-ponte che consenta di definire il quadro fiscale per la produzione in questa fase transitoria. È impensabile che aziende che hanno investito in macchinari per la dealcolazione rimangano bloccate per un vuoto normativo in cui la mano destra della pubblica amministrazione non sa cosa fa la sinistra”.
Tra le criticità che secondo UIV sarebbero da risolvere, c’è anche la norma che prevede l’obbligo di separazione degli spazi (quello della produzione di vino da quello della dealcolazione) e quella relativo alla possibilità di produrre spumanti dealcolati gassificati. “Su entrambe le questioni siamo in dialogo con il Ministero – conclude Castelletti – dovrebbero risolversi con una modifica al decreto in tempi rapidi”.

Peccato che il garbuglio non sia così semplice né di facile soluzione. Risulta infatti centrale il tema della produzione di alcol, dal quale pare difficile poter allontanare la dealcolazione.
La filiera vinicola vorrebbe infatti cercare di evitare il nodo critico, discostandosi dal sistema delle accise e dei controlli dell’Agenzia delle Dogane a cui sono invece normalmente soggetti i distillatori italiani. Eppure la separazione dei locali e i sigilli sui macchinari sono l’obbligo (non certo gradito) a cui in Italia sottostanno le distillerie da sempre – appesantimenti non previsti in altri paesi concorrenti – perché la normativa attuale prevede vincoli e controlli stringenti sulla produzione di alcol. E proprio l’alcol risulta un sottoprodotto proprio dei processi di dealcolazione.
Ecco spiegato il punto di vista – critico e ironico allo stesso tempo – del comparto distillatorio, dove nessuno si stupisce per il blocco del decreto.
“Siamo a conoscenza della giusta decisione del Masaf di correggere l’attuale decreto dealcolizzazione vini, pubblicato in GU il 13 febbraio, che contiene degli evidenti errori che necessitano di correzioni immediate, pena la pratica impossibilità di produrre vino dealcolato in Italia”, dichiara a VinoNews24 Sandro Cobror direttore di AssoDistil.
“Come associazione di riferimento del settore distillatorio, abbiamo espresso a più riprese sia la necessità di apportare le opportune correzioni che la necessità del rispetto rigoroso della normativa vigente da parte di tutti gli attori che si accingono a produrre vino dealcolato nel nostro Paese, siano essi distillatori o cantine. Nel nostro ordinamento i due pilastri che regolano la produzione di vino e dei prodotti sottoposti ad accisa (quali appunto i prodotti ottenuti dalla dealcolazione del vino) sono il Testo unico del vino (TUV) 238/2016 e il Testo unico accise (TUA) 504/1995 e queste norme primarie non possono essere derogate da una norma di rango inferiore, quale appunto un decreto ministeriale”, specifica il direttore.
Riguardo la necessità di separare gli spazi adibiti alla dealcolizzazione, i punti di vista convergono. “Nella versione del decreto sulla dealcolizzazione del vino pubblicata in GU in data 13 febbraio un punto in particolare ha suscitato la nostra attenzione: la disposizione che prevede che la dealcolizzazione del vino possa avvenire esclusivamente in locali destinati specificamente allo scopo, separati dagli altri locali e finanche dalle distillerie. Una incomprensibile disposizione che obbligherebbe le distillerie - che già oggi di fatto dealcolizzano vino per esempio nella produzione di acquaviti di vino, ovvero al nostro Brandy Italiano - a realizzare una nuova distilleria solo per produrre vino dealcolato”.

Proprio attorno al Brandy ruota la principale preoccupazione dell’associazione, che teme l’eventuale impiego dell’alcol da dealcolazione per la produzione di acquaviti. “Un ulteriore aspetto critico riguarda la possibilità, data dall’art. 4 par 2 del DM in questione, di produrre anche distillato di vino (come definito dal Reg UE 2019/787) che potrebbe essere utilizzato per produrre acquavite di vino e quindi anche Brandy, con ripercussioni negative ed evidenti su un mercato già oggettivamente in grave sofferenza. Si vedrebbe infatti una crescita esponenziale dell’offerta di acquavite di vino che il mercato non potrebbe recepire, con conseguente crollo dei prezzi della stessa acquavite e quindi anche del Brandy ottenuto per invecchiamento”.
Oggi il Brandy Italiano è un Ig protetta dalle normative UE e il timore riguarda il potenziale ingresso sul mercato di un prodotto analogo ma di scarsa qualità, ottenuto come sottoprodotto della dealcolazione del vino. Un po’ come farsi concorrenza tra cugini, anziché collaborare, alla faccia dell’interesse nazionale...

“La stessa Commissione Europea, in una nota della DGAgri, informa che pure essendo tecnicamente e giuridicamente fattibile, la produzione di acquavite di vino dal sottoprodotto dell’attività di dealcolazione possa presentare forti rischi di deterioramento qualitativo dell’offerta, e pertanto ne sconsiglia l’effettuazione”, spiega Cobror, con riferimento a una nota di qualche settimana precedente il Vinitaly e seguendo il filo degli scambi sulla questione. “Contemporaneamente la Commissione UE suggerisce di utilizzare l’alcol da dealcolizzazione del vino per produrre bioetanolo avanzato, cioè un biocarburante sostenibile, contribuendo così a raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni previsti dalla UE al 2030 e quindi quelli della neutralità climatica al 2050”.
Assodistil manifesta apprezzamento per la disponibilità del Masaf ad ascoltare le ragioni delle associazioni di categoria, elaborando una nuova versione del decreto che intende superare le criticità emerse, in particolare per rimuovere la necessità di operare in locali separati per la produzione di vino dealcolizzato.
La questione della destinazione d’uso dell’alcol sembra però ancora in sospeso. “Nell’ultima bozza di decreto condivisa con gli operatori – conclude il direttore - non vengono recepite (ancora) le indicazioni della Commissione UE per quanto riguarda la destinazione dell’alcol ottenuto dalla dealcolizzazione del vino e per questo abbiamo chiesto al Ministero di indicare nel nuovo decreto che tutto l’alcol ottenuto dalla dealcolizzazione del vino sia utilizzato esclusivamente per fini industriali o energetici, così come già avviene nel caso della distillazione di crisi e al fine di evitare distorsioni della concorrenza. Confidiamo che anche per questo ultimo punto, il Ministero vorrà ascoltare le ragioni della categoria tese a difendere, tra l’altro, una Indicazione Geografica protetta dalla stessa UE, come il Brandy italiano, eccellenza della distillazione nazionale che intendiamo rilanciare, cosa impossibile nel caso di un mercato inondato da acquaviti di vino di bassa qualità”.
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